Fondi e Tfr, trasferimento sotto tutela

23/09/2003




Lunedì 22 settembre 2003


SECONDO PILASTRO
Allo studio misure di garanzia per convincere i lavoratori a mettere in gioco la liquidazione

Fondi e Tfr, trasferimento sotto tutela
Dal 2000 il trattamento di fine rapporto si è rivalutato del 14%, le casse chiuse solo dell’1,7%. In ripresa il 2003

      Rafforzare subito la previdenza integrativa per compensare il drastico taglio nella pensione pubblica, che colpirà soprattutto i giovani. E, sull’altro fronte, pensare a forme di garanzia in modo da proteggere i lavoratori che rinunciano alla liquidazione per trasferirla ai fondi pensione. Sono le linee guida su cui, in parallelo agli interventi sulle pensioni di base, sta lavorando il governo. Gli interventi giungono, però, in un momento delicato per i Fondi pensione. La crisi di Borsa ha falcidiato pesantemente i risultati della previdenza integrativa, scoraggiando di fatto nuove adesioni. Anche perché sui mercati finanziari il sereno sembra ben lungi dal tornare.
      Fra il primo gennaio 2000 e il 30 giugno 2003 il rendimento dei fondi pensione chiusi si è attestato all’1,7% (contro il 14 offerto dal Tfr). E’ andata ancora peggio a chi ha investito sui fondi aperti promossi da compagnie d’assicurazione, banche, Sim e società di gestione del risparmio e rivolti in particolare ad autonomi e liberi professionisti: nello stesso periodo hanno perso complessivamente il 13,9%, con una forbice che va dal »15,9% delle linee d’investimento obbligazionarie pure al -27,4 di quelle azionarie. «Nei primi mesi del 2003 si registra una buona ripresa» sottolinea Lucio Francario, presidente della Covip, la Commissione di vigilanza sul settore.
      La pensione integrativa, sempre più importante, resta comunque affidata agli alti e bassi dei mercati. Mentre si ipotizza di trasferire la liquidazione ai fondi pensione, si sta perciò lavorando anche a formule che consentano di non penalizzare ulteriormente chi rinuncia al rendimento garantito del Tfr (1,5% fisso, più il 75% dell’inflazione) trasferendolo alle casse previdenziali.
      «La riforma Dini del 1995 presupponeva lo sviluppo di un secondo pilastro, la previdenza complementare – spiega Marcello Messori, presidente di Mefop, la società per lo sviluppo dei fondi pensione che fa capo al ministero dell’Economia – che sinora non si è realizzato. Per evitare tensioni sociali troppo forti, prima di intervenire ulteriormente sulla previdenza pubblica si deve agire su questo versante. Bisogna rafforzare i fondi pensione con risorse adeguate: per i dipendenti va bene il Tfr, mentre bisogna pensare ad altre soluzioni per gli autonomi, che non hanno la liquidazione e saranno i più penalizzati sul fronte della pensione di base. Ci vogliono incentivi più consistenti e un sistema fiscale meno complesso e, in cui, come avviene all’estero, siano tassate soltanto le prestazioni finali della previdenza integrativa. Bisogna sempre ricordare, peraltro, che di regola in quest’ultima non esistono garanzie di rendimento minimo rispetto ai contributi versati: quanto maggiore è l’incidenza del secondo pilastro, quindi, tanto più aumenta il rischio finanziario per i lavoratori».
      Fondi pensione, chiusi e aperti, e poi polizze pensionistiche, che rispetto ai primi presentano gli stessi vincoli (la prestazione può essere ottenuta solo quando si raggiunge l’età pensionabile), e gli stessi benefici fiscali: ad un giovane che voglia costruirsi una pensione integrativa possono forse mancare le risorse, non certo un ampio ventaglio di soluzioni. «Per tutti i lavoratori che non hanno redditi elevati – spiega Messori – è conveniente pensare ai fondi pensione, chiusi o aperti su base collettiva, come può avvenire quando non esiste il fondo aziendale o di categoria. Oggi i chiusi hanno un indubbio binario preferenziale: se esistono, infatti, il lavoratore che voglia aderire ad una cassa previdenziale deve iscriversi ad essi. Nei chiusi, d’altra parte, le norme di trasparenza e di governance sono molto più severe che negli aperti, in cui il responsabile del fondo può essere un funzionario della società che lo ha promosso. Fra chiusi e aperti bisogna eliminare i vincoli di scelta e permettere una vera concorrenza, ma anche stabilire regole omogenee. Quanto alle polizze pensionistiche, presuppongono un’adesione individuale e possono essere più adatte per fasce di reddito più elevate».
      «In materia di previdenza i cittadini devono avere un’informazione puntuale ed esaustiva – dice Fabio Ortolani, commissario della Covip – per questo, con la partecipazione di operatori e associazioni dei consumatori, puntiamo a realizzare una carta dei servizi previdenziali che assicuri trasparenza ed informazione sulle caratteristiche di fondi pensione e altre forme di previdenza complementare, e garantisca standard qualitativi minimi e parità di trattamento degli aderenti che devono assumere i rischi in maniera consapevole».
      «Nella scelta fra le varie formule bisogna analizzare tutti i costi e le caratteristiche – sostiene Roberto Gussoni, responsabile area vita e previdenza dell’Ania (l’Associazione delle imprese di assicurazione) -. Ad esempio sul fronte delle garanzie finanziarie, cioè di protezione dell’investimento, e quelle demografiche». Se la conversione in rendita del montante accumulato non è infatti predeterminata al momento della sottoscrizione, il vitalizio sarà più basso perché verrà calcolato quando la vita media sarà più elevata. «Se si hanno familiari – continua Gussoni – conviene richiedere anche una protezione nella fase di accumulo, ad esempio la liquidazione di un capitale nell’ipotesi di premorienza, e scegliere la rendita reversibile: al momento del decesso il vitalizio sarà pagato al coniuge al 60-70%. Se si hanno a disposizione varie linee d’investimento conviene partire in maniera molto prudente, per evitare di rimanere scottati da rendimenti negativi nella fase iniziale».
Roberto E. Bagnoli