Fondi al palo con la «clausola capestro»

21/11/2000

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Martedì 21 Novembre 2000
italia – politica
Per i lavoratori dipendenti benefici fiscali solo se una quota dei finanziamenti viene dalle liquidazioni.

Fondi al palo con la «clausola capestro»

MILANO Senza l’apporto del Tfr la previdenza complementare dei lavoratori dipendenti è destinata a rimanere una chimera. Tutte le leggi attualmente in vigore sulle pensioni integrative contengono infatti una clausola "capestro" che si applica ai soli lavoratori dipendenti. Quest’ultimi possono fruire dei benefici fiscali accordati dal Governo sui piani previdenziali soltanto se una quota dei finanziamenti proviene dai loro trattamenti di fine rapporto. Senza Tfr niente previdenza integrativa. Questo vincolo, assieme agli scarsi incentivi promessi, ha finora impedito ai fondi pensione italiani (regolamentati dal ’93) di spiccare il volo e di espandersi in aree sociali diverse da quelle del lavoro autonomo e di alcune categorie industriali fortemente sindacalizzate.

L’ultimo bilancio nello sviluppo delle casse di previdenza è di pochi giorni fa, presentato in un convegno organizzato congiuntamente da Mediobanca e dalla Cassa forense. Al 30 settembre di quest’anno — ha riferito Lucio Francario presidente della Covip, la commissione di controllo sui fondi pensione — risultavano complessivamente iscritti alle forme di previdenza complementare collettiva circa un milione di contribuenti (vedi tabella) dei quali 677mila aderenti a una delle 16 casse già in attività nate su iniziativa di imprenditori e sindacati. A questi andavano aggiunti 175mila affiliati a 24 fondi "chiusi" contrattuali già autorizzati ma non ancora operanti ed altri 188mila, in gran parte autonomi, iscritti a fondi cosiddetti aperti (istituiti su iniziativa di intermediari finanziari). Nel complesso il patrimonio gestito dai fondi risultava, alla stessa data, di 2.703 miliardi con un incremento del 79,4% rispetto all’ammontare di inizio d’anno.

Benché significativa, però, la cifra è del tutto insufficiente a creare quel secondo pilastro che viene considerato essenziale per compensare i tagli attesi nella previdenza obbligatoria. Secondo uno studio di Mediobanca la copertura delle rendite pubbliche, per effetto delle leggi di riforma già realizzate, è destinata a passare dall’80% al 53% della retribuzione media ricevuta nella vita attiva. In confronto con l’ultimo salario la percentuale sarà ancora più bassa.

Ma con quali risorse i lavoratori in attività potranno alimentare i fondi pensione se dovranno continuare a pagare aliquote Inps elevate (oltre il 35%) a dispetto della riduzione attesa delle rendite? L’attenzione ai trattamenti di fine apporto è nata da queste considerazioni. Fin da subito il Tfr è stato considerato uno strumento essenziale per realizzare una difficile quadratura dei conti. E le leggi di riforma ne hanno accentuato progressivamente la sua "missione" previdenziale. Le norme in vigore sui fondi pensione stabiliscono ad esempio che il datore di lavoro possa versare in esenzione d’imposta il 2% della retribuzione del dipendente se, nel contempo un contributo di pari importo viene prelevato dai contributi di liquidazione. Perchè un simile schema si possa realizzare, ovviamente, è necessario un accordo sindacale tra le parti ed è questo il motivo che ha impedito finora un accesso individuale e "libero" alla previdenza complementare (se non nel comparto degli autonomi per i quali i benefici fiscali non sono sottoposti al vincolo).

Tra poche settimane, con l’inizio del prossimo anno, lo scenario di riferimento verrà ancora una volta modificato dalle norme fiscali che attuano il riordino fiscale sulla previdenza complementare ed introducono anche il pilastro pensionistico individuale. La quota esente, nell’insieme, salirà fino al 12% della retribuzione (entro il limite di dieci milioni annui) ma verrà mantenuto il riferimento al Tfr. Gli sgravi saranno concessi soltanto se la metà dei finanziamenti ai piani di accumulazione proverranno dalle liquidazioni. Ed anche nel caso di un piano di previdenza individuale si avrà diritto ai benefici se un importo pari al 50% dei contributi esenti sarà stato prelevato dal Tfr ed utilizzato per finanziare fondi pensione collettivi. Ancora una volta dunque, anche per la previdenza individuale, il legislatore ha negato la libertà di scelta dei singoli nel decidere a chi affidare i propri risparmi. Rimane però uno spiraglio. Poichè i redditi da lavoro autonomo non sono ovviamente vincolati alla clausola del Tfr, alcuni interpreti (Fabio Marchetti) hanno argomentato che anche i lavoratori dipendenti con redditi autonomi (o da lavoro o da fabbricati) potrebbero fruire delle esenzioni anche senza passare per le forche caudine delle liquidazioni e degli accordi collettivi tra sindacati e imprese.

R.Sa.