Fondazione Di Vittorio: «Racconta la tua fabbrica»

19/02/2004


  economia e lavoro




19.02.2004
Memoria e lavoro: «Racconta la tua fabbrica»
Un’iniziativa della Fondazione Di Vittorio e dell’Associazione Smile per raccogliere storie individuali e collettive

MILANO La Fondazione Giuseppe Di Vittorio (www. fondazionedivittorio.it) e l’Associazione Smile (www.smile.it) hanno deciso di promuovere, attraverso i loro siti, una nuova iniziativa,
denominata «Racconta la tua fabbrica». In buona sostanza l’idea è quella di raccogliere storie individuali e collettive, di vita e di lavoro, di operai, impiegati, tecnici, lavoratori part-time o temporanei.
Di donne e di uomini. Del Nord e del Sud. Si vecchie e nuove imprese. Di ogni settore e dimensione.
Tra le tante e diverse ragioni che hanno spinto le due associazioni a promuovere questa discussione, una in particolare è importante e si
può sintetizzare come il tentativo di dare un contributo all’affermazione, nel dibattito pubblico, di una concezione del lavoro come componente essenziale della capacità di fare e di imparare
delle persone e dunque della loro capacità di essere autonome, di avere identità, di avere futuro.
In questo quadro, la scelta di farlo privilegiando il punto di vista di chi lavora in fabbrica risponde non solo alla voglia di contribuire a dare voce alle storie, le ragioni, le speranze di chi, a Terni come a Genova come da qualunque altra parte, si batte per difendere il proprio lavoro, e per conquistare il diritto ad averne uno. Ma anche alla necessità di offrire un punto di vista diverso a chi si trova quotidianamente sommerso dalle folgorazioni dei profeti del lavoro che cambia, dalla mitologia della fine del lavoro, dalle suggestioni dell’ozio creativo.
Detto in altri termini i promotori ritengono che sarebbe utile che non si perdesse di vista il fatto mai banale che al di là, o per meglio dire,
insieme, al lavoro che cambia, c’è il valore del lavoro che rimane. Perché da questo fatto discendono tante cose e tra queste il diritto di ciascuno ad avere non solo un lavoro, ma anche un lavoro regolato da leggi, norme, contratti. Perché come è evidente l’insicurezza erode la dignità di chi lavora e ha effetti negativi sui comportamenti delle persone nella sfera economica e dunque sulle stesse possibilità di sviluppo. E perché il tentativo mai compiuto di far quadrare il cerchio
tra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica passa, dovrebbe passare, per un mercato che sappia garantire per davvero il rispetto, da parte di tutti, delle regole. Temi fuori moda? Forse. Ma forse proprio per questo è utile ritornare a parlarne. E ritornare a farlo a più voci. A partire dalle storie raccontate dai protagonisti, i lavoratori, quelli dell’industria in primo luogo.