Fmi e Bce promuovono la riforma delle pensioni

10/10/2003


10 Ottobre 2003

MARONI TIENE APERTA LA PORTA DEL DIALOGO CON CGIL, CISL E UIL: 18 MESI DI TEMPO PER MODIFICARE LA DELEGA
Fmi e Bce promuovono la riforma delle pensioni
Sindacati all’attacco: dal governo solo bugie
ROMA
Una giornata nel complesso positiva, per il governo, sul versante delle pensioni. Come c’era da attendersi, infatti, sia la Banca Centrale Europea che il Fondo Monetario Internazionale hanno in sostanza dato semaforo verde alla riforma della previdenza progettata dall’Esecutivo. Più generale il giudizio della Bce (che ha parlato di «enorme significato» di un aggiustamento dei sistemi pensionistici con riferimento all’intera Ue), più puntuale la valutazione degli osservatori di Washington, che hanno espresso un giudizio positivo (anche se è ancora in corso una valutazione di dettaglio) sullo schema di riforma italiano. Ma il fronte sindacale non ci sta: i leader di Cgil-Cisl-Uil contestano i giudizi d’oltralpe, e diffondono una sorta di «manifesto» che denuncia le «otto bugie» dette dal governo per giustificare una riforma contro cui minacciano una lotta di lunga durata. Intanto, come anticipato ieri, sembra pressoché impossibile che – a prescindere dall’evoluzione della vicenda politica e sociale – il Parlamento possa approvare entro la fine dell’anno la riforma Maroni-Tremonti. È lo stesso ministro dei Rapporti col Parlamento Carlo Giovanardi ad ammettere che l’esame della nuova delega potrà iniziare solo a metà novembre.
Dai banchieri centrali di Francoforte giunge un plauso per i governi europei che stanno o hanno già messo mano a riforme delle pensioni, come Francia, Germania e anche Italia. Nel bollettino Bce di ottobre, diffuso ieri, si afferma a chiare lettere che «gli sforzi attualmente compiuti allo scopo di avviare importanti cambiamenti nei sistemi pensionistici e sanitari, nonché in altri settori, per prepararsi all’invecchiamento della popolazione – sottolinea la Bce – rivestono un enorme significato al fine di assicurare la sostenibilità dei nostri regimi previdenziali». Consensi anche dal Fmi, che per bocca del portavoce Tom Dawson definisce «un passo avanti» il progetto del governo italiano. Una richiesta formulata da lungo tempo dall’istituto di Washington, che però chiarisce che una valutazione più compiuta arriverà il 7 novembre. E avverte che della riforma si seguirà anche l’iter parlamentare. E positive (sia pure con qualche critica di merito) sono le valutazioni dei banchieri dell’Abi e delle assicurazioni aderenti all’Ania.
Nessun commento ufficiale dai ministeri, ma ieri il ministro del Welfare Roberto Maroni ha tentato di lanciare un segnale distensivo ai sindacati: «il governo – ha detto – avrà 18 mesi di tempo per sostituire la riforma che parte dal 2008 con un’altra che le parti sociali dovessero proporre. Più di così mi pare difficile fare».
Ma è durissima la replica delle tre confederazioni, che dopo aver espresso critiche di fuoco nei confronti del Fmi («bisogna riformare le loro, di pensioni», ha detto Savino Pezzotta) hanno messo a punto un documento unitario per contestare la riforma, «nata dalla necessità di coprire la incapacità del governo stesso nel determinare una corretta politica di sviluppo e occupazione e di controllo della finanza pubblica, scaricando interamente sulle pensioni l’onere di ridurre il deficit pubblico». Per Cgil-Cisl-Uil il governo giustifica il giro di vite con «presupposti falsi», da cui scaturisce una riforma «inutile, dannosa, iniqua e fondata su evidenti falsità»: «non c’è nessuna emergenza previdenziale», perché grazie alle riforme Amato, Dini e Prodi il sistema è «tra i più sostenibili in Europa». «Gli inviti al dialogo, ripetuti dal governo dopo aver preso decisioni unilaterali, sono strumentali», spiegano quindi Cgil, Cisl e Uil. E se il governo vuole davvero un confronto con il sindacato, «rinunci a rendere esecutiva questa controriforma – chiedono – e apra un confronto serio, non già compromesso da decisioni precostituite». E secondo una ricerca del Cer per conto dello Spi-Cgil, non solo le riforme previdenziali degli anni ‘90 hanno ridotto di 7 punti percentuali il rapporto tra spesa pensionistica e Pil (dal 23% a meno del 14%), ma il potere d’acquisto dei pensionati si è ridotto dal ‘93 ad oggi del 4% rispetto a quello dei salari.