Flessibilità per licenze e orari

01/09/2003



    Lunedí 01 Settembre 2003

    Commercio
    1- Flessibilità per licenze e orari
    2- Una deregulation mai raggiunta
    3- «Intenzioni ottime ma enti in ritardo»
    Bar e ristoranti: lacune da colmare
    Flessibilità per licenze e orari

    La riforma per i pubblici esercizi nasce da un lato da una lacuna (la legge quadro del 1991, la 287, non è mai stata pienamente applicata) e dall’altro dal federalismo introdotto dalla riforma del Titolo V della Costituzione. In pratica le Regioni oggi vogliono colmare la lacuna applicativa della vecchia 287, che ha per una certa parte fatto il suo tempo, avendone pieni poteri. A muoversi per prima è stata l’Emilia-Romagna, una regione dove il ruolo dei pubblici esercizi è rilevante e dove gli esponenti politici locali sono stati da sempre attenti alle trasformazioni del settore. Tant’è che nel mondo dei locali l’Emilia-Romagna è di fatto una regione-laboratorio per tanti aspetti. Negli ultimi 4-5 anni il dibattito sulla riforma dei pubblici esercizi è stato continuo. Del resto le trasformazioni del settore sono sotto gli occhi di tutti: i bar sono sempre più luoghi di somministrazione di pasti e di intrattenimento serale e notturno, i ristoranti sono in piena evoluzione, il mondo dei locali è in continua trasformazione per offrire ai clienti prodotti di loisir sempre più sofisticati e completi. Il tutto peraltro nell’ambito di un contesto che ha l’intero arco delle 24 ore come termine di riferimento. I pubblici esercizi hanno da tempo espresso l’esigenza di avere la flessibilità necessaria per poter modulare l’offerta su un arco temporale pieno e a fronte di una domanda di consumo evoluta e multiforme.
    Il Governo ha cercato di elaborare degli atti di indirizzo nei confronti delle Regioni che andassero in direzione di una iniezione di deregulation e flessibilità nel sistema. Ma ora tocca alle Regioni, che hanno pieni poteri sulla materia.
    L’Emilia-Romagna si è mossa per prima razionalizzando il sistema delle licenze e degli orari proprio all’insegna della massima flessibilità.
    La Lombardia è in fase avanzata di elaborazione di una propria legge, così anche il Lazio e la Campania.
    Un po’ tutte le altre amministrazioni sono ormai in corsa e il confronto, sia pure a livello di Giunta regionale è avviato. Restano semmai delle questioni aperte legate alle licenze di intrattenimento e ballo su spiaggia o nei locali al chiuso in presenza di musica dal vivo o meno. Spinose poi le questioni legate alla somministrazione di alcolici, ai requisiti morali dei gestiori dei pubblici esercizi e agli accorpamenti e ampliamenti.
    V.CH.

    Associazioni di categoria
    «Intenzioni ottime ma enti in ritardo»


    Le intenzioni erano ottime, ma non sempre la realizzazione è stata all’altezza delle aspettative. Il giudizio delle associazioni di categoria sull’azione delle Regioni in materia di commercio è in chiaroscuro.
    Laboratorio di federalismo. «La riforma Bersani – sottolinea Luigi Taranto, direttore generale di Confcommercio – è stata davvero un laboratorio di federalismo, ma nel processo di attuazione si alternano luci ed ombre. Il problema di fondo resta quello di assicurare che i ritardi nell’esercizio di competenze di Regioni e Comuni non producano effetti di blocco delle imprese e non introducano elementi di distorsione del mercato rispetto alla tutela della concorrenza, che resta affidata allo Stato». L’analisi di Taranto coglie un aspetto chiave, perché in molte realtà l’ingresso di un nuovo attore istituzionale sulla scena del commercio ha ingessato la situazione per tempi più o meno lunghi: «I punti di maggiore criticità – prosegue Taranto – riguardano lo stallo delle scelte per lo sviluppo delle medie strutture di vendita, il ritardo nelle politiche attive per la rivitalizzazione del commercio nei centri storici e l’integrazione, a livello comunale, tra strumenti urbanistici e l’individuazione delle aree per gli insediamenti commerciali». La ricetta di Confcommercio per sciogliere questi nodi è che «si riparta dai problemi reali e che questi problemi vengano affrontati nelle giuste sedi di concertazione interistituzionale, aperte al contributo delle rappresentanze delle imprese. Questo darebbe nuovo smalto ai valori di competitività e pluralismo imprenditoriale che emergevano dalla riforma del ’98».
    Enti impreparati. È un’opinione a due facce anche quella espressa da Confesercenti, per bocca del vicesegretario Mauro Bossoni: «Alcune scelte di fondo – spiega – hanno aumentato il dinamismo del settore e prodotto nuove aperture, ma spesso le Regioni e i Comuni si sono trovati impreparati a gestire le norme e ogni Regione ha scelto diverse filosofie di sviluppo. Ad essere più penalizzata è stata la media impresa, ma anche ai piccoli non sono mancate le difficoltà». Ciò che ancora manca, a giudizio di Bossoni, è «una valutazione attenta degli effetti sociali delle diverse forme di commercio, senza la quale sono inevitabili gli squilibri attuali fra grande distribuzione e piccoli esercizi. Per alcuni prodotti, come ad esempio i giocattoli o la cancelleria, i negozi specializzati sono del tutto scomparsi». Sul fronte dei pubblici esercizi, invece, i primi interventi delle Regioni incontrano un giudizio positivo: «Le abitudini di consumo – ragiona Bossoni – sono cambiate, per cui tutte le misure che promuovono una più decisa flessibilità e maggiori servizi sono benvenute. Le decisioni assunte in Emilia Romagna e in Lombardia vanno in questo senso».
    G.TR.



    Legge Bersani: Storia tormentata
    Una deregulation mai raggiunta


    La riforma del commercio è stata il primo banco di prova importante del federalismo. Tra i contenuti fondamentali della legge varata dal Governo con delega nel 1998 c’è infatti la trasmissione alle Regioni (e in subordine ai Comuni e alle Conferenze di servizi) dei poteri di indirizzo sul settore commerciale fatti salvi alcuni paletti posti a livello nazionale a salvaguardia della deregulation: niente più licenze per i piccoli esercizi, abolizione del Rec, orari sostanzialmente liberi e tetto alle festività lavorative (con ampie deroghe a seconda delle esigenze locali). La gestione della riforma del commercio è stata però tormentata. Le Regioni hanno dimostrato difficoltà a recepire e mettere in atto in tempi rapidi tutta la mole di impegni prescritti dalla riforma e si può affermare che ancora oggi il quadro degli adempienti non è completo. La Sardegna, ad esempio, a causa delle crisi politiche ha accumulato pesanti ritardi. Complesso è stato anche il rapporto tra Regioni e Comuni soprattutto a causa degli indirizzi per la revisione e l’aggiornamento degli strumenti urbanistici funzionali allo sviluppo del commercio. Per anni, in generale, la situazione è rimasta abbastanza confusa. Non sono mancate le schiarite, ma in buona parte attribuibili all’impegno e a alla lungimiranza degli amministratori locali che hanno intravisto nel commercio un importante volano di sviluppo economico e di nuovi investimenti.
    Oggi siamo entrati in una nuova fase, caratterizzata dal consolidamento dei poteri delle regioni in base alla riforma del Titolo V della Costituzione. Un passaggio questo che ha aperto un confronto tra gli operatori sullo scenario della distribuzione commerciale in Italia e sulla prospettiva di trovarsi di fronte a una realtà a macchia di leopardo, con tante amministrazioni impegnate a percorrere direzioni diverse nella elaborazione delle normative sul commercio.
    La Lombardia, ad esempio, dopo una fase restrittiva ha dato briglia sciolta ai nuovi investimenti salvo poi tornare su posizioni più vincolistiche con il nuovo piano di sviluppo per i prossimi anni. L’Isae e l’Antitrust, ad esempio, hanno acceso i riflettori sui limiti imposti dalle Regioni alla grande distribuzione. D’ora in avanti le Regioni si apprestano a una nuova fase legislativa sul commercio che promette di essere all’insegna della rigidità.
    V.CH.