Flessibilità, per gli immigrati è la regola

23/10/2002


          (23 OTTOBRE 2002, ORE 9:05)

          Flessibilità, per gli immigrati è la regola

          Un nuovo assunto su dieci è immigrato. Maggiore la concentrazione al Nord-Est. Servizi e industria i settori che in assoluto tirano di più. Dalle rimesse un vero tesoro: 749,4 milioni di euro nel 2001.

          Alessandro Guarasci


          ROMA – L’immigrato, lavoratore flessibile. E’ quanto emerge dalla parte dedicata al lavoro dal rapporto Caritas. Nel 2001 su quasi 4 milioni e 800 mila assunzioni, circa 467 mila sono state di extracomunitari, il che ha portato il saldo tra nuovi rapporti di lavoro e licenziamenti a 88.500 unità. Sul totale delle assunzioni, quindi, l’incidenza degli stranieri è del 9,9%. Gli extracomunitari sono utilizzati di più al Nord-Est (sono circa il 15% dei nuovi contratti), seguono il Nord-Ovest e il Centro con il 10-11%, mentre questa quota nel Sud e nelle Isole si ferma a meno del 4%. Il tasso di disoccupazione è del 7,4%, ovvero di almeno un paio di punti inferiore alla media italiana.

          E non è vero che si tratti di manodopera poco qualificata. Gli immigrati sono assunti con più frequenza, un nuovo contratto su dieci è per un extracomunitario, e con maggiore facilità sono tenuti in attività. Albania e Marocco sono le nazioni dalle quali arriva il maggior numero di lavoratori extracomunitari.

          Ma quali sono i lavori che “tirano” di più? Il 49% degli stranieri è impiegato nei servizi, il 36% nell’industria e il 15% nell’agricoltura. Si tratta principalmente di piccole aziende che prediligono lavoratori giovani. Tra i settori, l’ambito alberghiero e della ristorazione vedono i lavoratori extracomunitari influire nella misura del 10,5% sul totale delle assunzioni di questo comparto. Il rapporto, 1 a 6, è però più alto nell’agricoltura, nell’industria tessile e dei metalli. E vi sono industrie, come quelle della concia della pelle in alcune zone del Nord-Est, dove la manodopera è costituita solo da immigrati.

          Un discorso a parte meritano i collaboratori e le collaboratrici domestiche che oramai hanno raggiunto la quota di 228 mila unità, la metà delle quali straniere. Qui la fanno da padrone i filippini (1 ogni tre colf) ma si difendono anche i peruviani e i cittadini dello Sri Lanka. Un servizio oramai diventato indispensabile soprattutto per anziani che non  riescono a badare a se stessi o per persone sole.

          Gli immigrati danno quindi prova di grande flessibilità. Non proliferano solo i collaboratori coordinati e continuativi ma anche altri tipi di contratto. Basti pensare che il 20% delle missioni interinali è svolto da lavoratori stranieri. Al contempo però prolifera il lavoro nero. Secondo un’indagine avviata dal ministero del Lavoro nel biennio 2000-2001 in 25 mila aziende ispezionate, il 40% degli immigrati riscontrava problemi con il versamento dei contributi e un quinto addirittura non aveva il permesso di soggiorno. Allo stesso modo gli stranieri sono maggiormente soggetti alla mobilità, e, purtroppo, anche agli incidenti sul lavoro, che nel 2001 sono stati più di 76 mila (il 2,3 per mille sono stati mortali).

          Gli immigrati inoltre si rivelano anche una grande fonte di ricchezza per i loro Paesi d’origine. Le rimesse inviate dall’Italia all’estero nel corso del 2001 sono state di 749,4 milioni di euro, con un aumento del 27,4% rispetto allo stesso flusso del 2000. In dieci anni il loro volume è aumentato di ben sette volte.

          (23 OTTOBRE 2002, ORE 9:05)