Flessibilità: Intervista a Cantarella

12/03/2001




Corriere Della Sera

L’INTERVISTA / Secondo l’amministratore delegato della Fiat il vero rischio è che si arrivi alla paralisi delle trattative

«Flessibilità? In Europa siamo gli ultimi»


Cantarella: sbagliato far passare il diritto di veto nei negoziati sui contratti a termine

      DAL NOSTRO INVIATO
      TORINO – Giovedì mattina, cancelli davanti al Lingotto. Non c’erano le folle delle grandi battaglie, e in meno di due ore anche i discorsi erano finiti. Ma era pur sempre il primo sciopero generale (mezza giornata, in tutta Italia e in tutti gli stabilimenti del gruppo) di cui si tornasse a parlare fuori dai confini aziendali o sindacali. Perché qui, in Fiat, in discussione c’è il contratto integrativo. E però nel frattempo, nel resto d’Italia, sembra che tra imprenditori e sindacati niente si riesca a chiudere: le trattative per i metalmeccanici sono sempre in alto mare, quelle sui contratti a termine hanno visto addirittura l’abbandono del tavolo da parte della Cgil e sul tutto, ieri, è piombato il rinvio da parte del ministro del Lavoro Cesare Salvi. Insomma, un momentaccio per le relazioni industriali. E così, come da tradizione, è al «termometro» Torino che molti guardano.
      Di questa Torino, del gruppo italiano che ha il maggior numero di tute blu ed è il primo contribuente di Confindustria, Paolo Cantarella è l’amministratore delegato. E la sua lettura della crisi che sta investendo i rapporti aziende-sindacati non si presta a equivoci.

      Ingegnere, che cosa sta succedendo? I contratti restano aperti. Con la Cgil è rottura. E sul lavoro a termine Salvi alla fine non ha accontentato nessuno: no al decreto chiesto dalla stessa Cgil, ma no anche alla proroga delle trattative sollecitata da Confindustria, Cisl, Uil.

      «Partiamo dal rinvio?».

      Prego.

      «Allora. Le cose, sul contratto a termine, stavano in questo modo. Tema di discussione: l’applicazione della direttiva europea sul lavoro a tempo determinato. Regola che ci siamo dati in Italia: il cosiddetto "avviso comune", cioè il consenso tra le parti sociali. A lavorare sull’accordo c’erano 17 sigle imprenditoriali e due sindacati. Ora, se le parole hanno un senso, "avviso comune" significa appunto "di comune avviso". E invece, oggi, da qui si è passati a una sorta di diritto di veto. Questo ci deve indurre a un’attenta riflessione».

      Cioè?
      «Il rischio è che si produca una paralisi. Oltretutto, sui contratti a termine, a gennaio l’accordo era stato raggiunto. Fra tutte e venti le parti. E adesso dovremmo rinunciarvi perché una di loro si alza e dice no? Mi chiedo se sia giusto, accettabile. E guardi che è un fatto di metodo, prima ancora che di merito».

      Quindi? Adesso che cosa accadrà?

      «Posso dire soltanto questo. C’era un tavolo aperto, con 17 parti imprenditoriali e due sindacali ancora sedute lì. L’accordo poteva essere raggiunto, non vedo perché non si possa continuare».

      Ingegnere, però, onestamente: sarebbe possibile, e credibile, un accordo raggiunto senza il maggior sindacato italiano?

      «Insisto: un tavolo c’era. Se un sindacato decide di non sedersi, secondo me sbaglia, come sbaglierebbe Confindustria. Ma è un problema di chi sceglie di alzarsi mentre gli altri restano lì a confrontarsi. E poi, guardi, esempi di accordi separati nel passato ce ne sono. Chi era rimasto fuori nella prima fase poi in seguito è rientrato. Senza drammi».

      Ma situazioni come questa, di forte contrapposizione, non significano una rottura di fatto della concertazione? In fondo, grazie a questa politica, sono stati garantiti lunghi anni di pace sociale, miglioramenti nei conti del Paese e anche grosse ristrutturazioni aziendali.

      «Verissimo. Ma la concertazione è un mezzo, non un fine: il fine è raggiungere un obiettivo attraverso il dialogo. E il diritto di veto, mi scusi, è una negazione del dialogo. Detto questo, ripeto: anche dalla concertazione a chiamarsi fuori è chi al tavolo non si siede. Confindustria e le altre organizzazioni, che invece stavano lì, sono semmai la dimostrazione che la concertazione c’è. A meno che non si dica concertazione e si intenda unanimismo, o non si voglia strumentalizzare per altri scopi».

      Le elezioni? Quando Sergio Cofferati accusa gli imprenditori di «volere il suicidio del sindacato» pensa in realtà, secondo lei, a cose diverse dal contratto?

      «Non so che cosa pensi e non amo le personalizzazioni, sono sbagliate. Ma è chiaro che non si può trasformare una discussione su un contratto di lavoro in uno strumento elettorale».

      Eppure non sembra tanto questo l’aspetto che la preoccupa di più.

      «In effetti, c’è un altro timore: che tutta questa enfasi sui contratti a termine abbia come obiettivo finale lo scardinamento di ogni forma di flessibilità. Già ora alcuni ne parlano come di "contratti atipici"… Ma atipici perché, se sono regolati da leggi dello Stato? Questa pervicacia mi preoccupa. E oltretutto è ingiustificata. Primo, queste forme contrattuali che qualcuno vorrebbe eliminare hanno portato centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. Posti che probabilmente non si sarebbero visti, soprattutto nelle piccole imprese. Secondo, ancora una volta siamo comunque sotto le medie europee: i tanto contestati contratti a termine, in Italia, sono l’8, il 9 per cento del totale contro una media del 13,2%».

      Però c’è chi dice: attenti, o salta la pace sociale.

      «Per una discussione di questo tipo? Vorrebbe dire che è una pace sociale fragilissima. E io non lo credo».

      Eppure, e qui entrano in gioco anche il contratto integrativo Fiat e lo sciopero di giovedì, il sindacato ribalta i suoi timori e le sue accuse: è lei, dicono, il più agguerrito nell’inseguire la flessibilità totale. Primo passo: l’abolizione del doppio livello di contrattazione, nazionale e aziendale.

      «Assolutamente no. La prova è il fatto che noi, in Fiat, stiamo pagando unilateralmente quanto previsto dal contratto integrativo disdettato dal sindacato. Per il 2001 saranno complessivamente circa 2,6 milioni di lire».

      Quelle del sindacato non saranno tutte accuse gratuite: il secondo livello lei davvero non l’ha mai gradito.

      «Non è esatto. In Italia abbiamo un sistema contrattuale ormai talmente fitto di scadenze che, come vediamo in questo caso, a volte si incrociano e si sovrappongono. E si finisce col trascinare tutto senza chiudere nulla perché, se nello stesso anno un’azienda deve far fronte alle richieste di aumento nazionale e contemporaneamente a quelle aziendali, il carico può essere insostenibile. Credo allora che i due livelli dovrebbero essere questi: normativo per il contratto nazionale; retributivo, legato all’andamento economico, per quello aziendale. Non ci possono essere due livelli per discutere degli stessi argomenti, per esempio del trattamento economico».

      E qui arrivano i timori dei sindacati: chi difenderebbe il potere d’acquisto nelle aziende più deboli?

      «Le aziende devono essere efficienti, per trasferire ai clienti condizioni migliori rispetto alla concorrenza e avere successo sul mercato, generando quindi profitti da destinare agli investimenti per il futuro, agli azionisti e ai dipendenti. Ma i profitti ci devono essere, o il gioco finisce per tutti».

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