Flessibilità: dal «pacchetto» alla «196»

12/03/2001

Corriere Della Sera



Dal «pacchetto» alla «196», tutte le forme di flessibilità
      IL PACCHETTO TREU

      Il ministro del Lavoro Tiziano Treu dà il suo nome all’insieme di misure che iniettano una robusta dose di flessibilità nel mercato del lavoro italiano. E’ il cosiddetto «pacchetto Treu»,
      cioè la legge 196 del 24 giugno 1997. Con questo insieme di norme, il governo ha introdotto, fra le altre cose, il
      lavoro interinale, la formazione professionale e l’avvio di interventi di emergenza per l’occupazione giovanile attraverso i contratti di formazione lavoro.


      LA LEGGE 196

      Per quanto riguarda, in particolare, i contratti a termine, la legge 196 ha introdotto una disciplina più elastica per i casi di prosecuzione di un rapporto a tempo indeterminato oltre il limite stabilito, prevedendo però sanzioni più pesanti in caso di inosservanza. Il tetto massimo di ricorso al tempo determinato si aggira intorno al 10-12 per cento di ciascuna categoria.

      IL CONSIGLIERE ONOFRI

      Consigliere di Palazzo Chigi e presidente della Commissione per l’analisi delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale, Paolo Onofri si è occupato in modo approfondito delle politiche del lavoro e del raccordo tra la riforma del collocamento, quella degli incentivi e quella degli ammortizzatori sociali. Da allora la flessibilità del mercato del lavoro italiano è aumentata, anche se resta inferiore a quella di altri Paesi.


      I DATI EUROSTAT

      Per esempio, in base ai dati Eurostat, l’Italia ha circa 1,5 milioni di contratti a termine, pari al 7,3% di tutti i lavoratori, mentre la Spagna ha 3,5 milioni di contratti a tempo determinato a fronte di 7,2 milioni di occupati (48,6%). In Germania la quota è al 15% e in Francia al 16,2. Secondo gli ultimi dati disponibili, la flessibilità «made in Italy» può contare, oltre che su 1,4 milioni di contratti a termine, anche su 1,8 milioni di collaboratori coordinati e continuativi (cioè lavoratori che non sono né subordinati né autonomi) e su 1,6 milioni di lavoratori part time.



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