Flessibili come Tony

07/04/2004



 
   
7 Aprile 2004
ECONOMIA

 

LAVORO
Flessibili come Tony

Presto il patto di ferro Berlusconi-Blair Maroni: «No alle rigidità Ue». Replica della Cgil
AN. SCI.

Un patto Italia-Gran Bretagna per rendere più flessibile il lavoro: sarà suggellato il 6 maggio prossimo con un «grande incontro sul lavoro a Londra, organizzato dal presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, e dal premier britannico Tony Blair». Il virgolettato sono parole del ministro del welfare Roberto Maroni, pronunciate ieri al termine dell’incontro con il sottosegretario all’industria britannico, Gerry Sutcliffe, nella sua trasferta londinese. Al mega-meeting, fa sapere lo stesso Maroni, parteciperanno la Confindustria e la Cbi (Confederazione degli industriali del Regno Unito). Governi a fianco degli imprenditori, per fare fronte comune. Sotto attacco, in particolare, è la nuova direttiva europea sul lavoro interinale ch, secondo Maroni, «renderebbe più costoso e rigido il mercato del lavoro in Inghilterra, con una stima di perdita di posti di 400 mila unità». «Il Regno Unito – spiega il ministro – ha chiesto la collaborazione dell’Italia per evitare che passino delle norme che comportano, secondo loro, il rischio di queste perdite. La mia posizione è di sostegno a quella inglese». Per Maroni a rischiare un aumento di rigidità è solo la Gran Bretagna, perché, dice «l’Italia ha regole più garantiste rispetto al Regno Unito, e le regole previste dalla direttiva sono già applicate nel nostro paese». Un altro obiettivo comune, in ogni caso, oltre alla difesa del mercato della flessibilità
made in Britain, è la garanzia del principio che «ciascun paese deve poter definire le proprie regole del mercato del lavoro». Insomma, ognuno padrone in casa propria, come recita un famoso slogan berlusconiano.

«Ma Blair da solo non ce la faceva a bloccare la direttiva sul lavoro interinale?», chiede ironicamente Giuseppe Casadio, segretario confederale delle Cgil, commentando la dichiarazione di «solidarietà» al premier britannico rilasciata da Maroni. «In effetti – continua il sindacalista – per una volta, l’obiettivo è giusto ma per un motivo opposto a quello sbandierato dalla "nuova coppia"». Secondo Casadio, infatti, il problema vero della bozza di direttiva sul lavoro interinale sta proprio nel fatto che «è troppo sbilanciata sul taglio dei diritti dei lavoratori, in primo luogo quello alla parità di trattamento con i lavoratori delle imprese presso le quali essi vengono inviati in missione».

«Infatti – spiega il segretario della Cgil – nel testo all’esame del Parlamento europeo si prevede la derogabilità al principio di parità di trattamento per tutte le missioni fino a 13 settimane (cioè tre mesi): in pratica, tale deroga riguarderebbe gran parte dell’attività del lavoro interinale. Con la Ces (Confederazione europea dei sindacati) abbiamo considerato queste proposte un attacco grave ad un principio cardine del diritto del lavoro, e quindi saremmo contrari, ma per una ragione opposta a quella dei due campioni dell’ iperflessibilità». Quanto all’argomento avanzato dal ministro Maroni, che i singoli paesi devono potersi organizzare come meglio credono, Casadio ricorda al ministro che «è in atto la discussione per arrivare ad una cosa che si chiama Trattato sulla Costituzione dell’Unione europea, che prevede la graduale armonizzazione verso l’alto delle condizioni di lavoro delle persone che vivono e lavorano nella Ue. Capisco che per un leghista un concetto ampio di cittadinanza risulti ostico – conclude – ma credo che il ministro debba rassegnarsi: il cammino della costruzione dell’Europa dovrà prevedere la crescita e non l’abbassamento delle tutele delle persone che lavorano».

Sempre dall’Ue, è in arrivo oggi una raccomandazione all’Italia (meno forte rispetto a una direttiva, che fissa delle vere e proprie linee guida, più cogenti): invita il nostro paese ad abbandonare i contratti nazionali per passare decisamente a quelli regionali. Meno rigidità – sostiene l’Europa – per rilanciare l’occupazione soprattutto al Sud. Intervistato da Sole24ore a proposito, il leader della Cisl Savino Pezzotta ha risposto di voler tenere fermo il contratto nazionale per tutti, differenziando i salari soltanto per quanto riguarda la produttività e non in base al costo della vita delle diverse regioni italiane.