Fisco, per i sindacati resta «no»

12/11/2004


    venerdì 12 novembre 2004

    sezione: IN PRIMO PIANO – pag: 2
    Pezzotta: «La manovra è ormai un oggetto misterioso, sciopero contro l’attacco ai redditi»
    Fisco, per i sindacati resta «no»
    LINA PALMERINI

    ROMA • «Ci hanno illustrato una Finanziaria che non c’è più. La nuova versione è ancora un punto interrogativo. La riforma fiscale cambia ad horas. A noi non resta che fare un’operazione-verità sull’oggetto misterioso che è diventata la manovra economica del Governo. Anche per questo chiamiamo i lavoratori in piazza perchè se il Governo non convoca i sindacati è il sindacato a convocare i lavoratori. Spiegheremo che il loro reddito è sotto attacco perchè finora nessuna delle ricette circolate corrisponde a un’efficace tutela dei salari e delle pensioni». Savino Pezzotta, spiega le ragioni «immutate» dello sciopero del 30 novembre, nonostante molte cose siano cambiate dal giorno in cui i sindacati hanno preparato un documento unitario sulla Finanziaria e proclamato la protesta generale. È sparita la riduzione delle aliquote, il sindacato dice che «è un bene», come fa Guglielmo Epifani, ma sugli interventi fiscali le tre confederazioni vogliono vederci chiaro prima di sbilanciarsi. Quello che sanno — al momento — è che la nuova versione del taglio fiscale è ancora insufficiente perchè dà troppo alle imprese, troppo poco ai lavoratori e pensionati.

    Nel vertice di lunedì prossimo tra i tre leader sindacali verrà confermato lo sciopero anche se la commissione di Garanzia ieri ha invitato Cgil, Cisl e Uil e la Cub a escludere dagli scioperi generali — il 30 novembre e il 3 dicembre — il settore del trasporto pubblico locale e il pubblico impiego.

    Resta la protesta, dunque, anche se con il riconoscimento che la rinuncia del premier è stata la mossa giusta. «Anche questa nuova manovra fiscale — dice Guglielmo Epifani — non ci va bene, mancano gli sgravi fiscali per i lavoratori dipendenti e le risorse per i pensionati. Quindi diciamo che è un bene non aver fatto ciò che non si poteva fare, cioè la riduzione generalizzata che avrebbe premiato i ceti più ricchi, ma è sbagliato pensare di fare uno sgravio unicamente in direzione delle imprese. L’impresa va sostenuta, ma vanno sostenute anche le famiglie». C’è chi si prende una parte di merito in questo passo indietro del Governo. «Avevamo detto che una riduzione fiscale generalizzata era sbagliata — dice Pezzotta — e il Governo si è reso conto che il nostro non era un ragionamento campato per aria. Gli interventi di cui il Paese ha bisogno sono il sostegno all’economia e ai redditi da lavoro dipendente e pensioni. Quanto all’Irap la nostra condizione è nota: compensare i mancati trasferimenti alle Regioni per la spesa sanitaria». Ma sull’Irap altri dubbi arrivano da Luigi Angeletti: «Se la riduzione sarà generalizzata — ha detto — non lascerà tracce. Se invece sarà selettiva per favorire imprese che fanno ricerca allora è una buona cosa».

    Ma è possibile che il 30 novembre, in piazza, si verifichi un paradosso? Ossia che a scioperare siano anche i lavoratori che si aspettavano un taglio delle tasse promesso dal premier e bocciato invece dal sindacato? «L’obiettivo di ridurre le tasse è positivo — commenta Angeletti — e non va demonizzato. Chi lo fa è prigioniero di una polemica politica. Il vero problema è che quando le disponibilità finanziarie sono modeste, bisogna scegliere. In queste condizioni, le strade sono due: restituzione del fiscal drag e detassazione degli aumenti salariali per i prossimi due anni».

    Dunque, sono le ricette fiscali a essere sbagliate. «Il sindacato su questo punto deve fare chiarezza e non apparire come chi vuole mantenere le tasse — ribatte Paolo Pirani, segretario confederale Uil —. Bisogna dire che l’unico taglio che funziona è quello sugli incrementi salariali e sulle pensioni. Forse c’è stata troppa confusione ma non parlerei di un paradosso se a scioperare saranno i delusi della mancata riforma fiscale. Sarà invece un’occasione per spiegare l’illusorietà delle ricette di Berlusconi. E il flop della sua politica economica».