“Fisco” Parlano i numeri (L.Ricolfi e L.Debernardi)

31/01/2007
    mercoledì 31 gennaio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 3) – Economia

    Parlano i numeri

      Miniaumenti in busta paga

        Analisi
        Lavoratori dipendenti

          Luca Ricolfi
          Luisa Debernardi

            La promessa di far trovare 30-35 euro in più nelle buste paga dei lavoratori dipendenti è stata mantenuta? Dipende da come si fanno i calcoli. Chi preferisce sostenere che il Governo ha mantenuto la promessa non considera solo la riforma dell’Irpef ma anche quella degli assegni familiari; sorvola sull’aumento dei contributi; dimentica incapienti e redditi bassi; concentra l’attenzione sui dipendenti con reddito vicino alla media e carichi di famiglia pesanti (moglie e molti figli).

            Chi preferisce sostenere che il Governo non ha mantenuto la promessa, viceversa, ignora la riforma degli assegni familiari; include nel calcolo l’aumento dei contributi previdenziali; ma soprattutto elenca impietosamente le nuove tasse e gli incrementi tariffari che graveranno su ogni famiglia, a partire dall’aumento delle addizionali comunali.

            A noi pare che un calcolo ragionevole dovrebbe considerare, essenzialmente, gli effetti di tre voci che influenzano direttamente la busta paga dei lavoratori dipendenti: la variazione dell’Irpef, il nuovo regime degli assegni familiari, l’aumento dei contributi previdenziali a carico del lavoratore. Non ci sembra invece opportuno includere nel calderone altre voci, come l’aumento delle addizionali locali, le tasse di scopo, i ticket sanitari, i bolli auto, le decine e decine di ritocchi tariffari perché alcune voci – come ticket e addizionali – sono indeterminate, diversi aumenti non colpiscono solo il lavoro dipendente, e infine perché se si procedesse aggregando tutti gli aggravi occorrerebbe anche – specularmente – aggregare tutti gli sgravi, gli sconti e i benefits, rendendo così il risultato finale ancora più incerto e dipendente da scelte soggettive dell’analista.

            Il punto decisivo è individuare quali sono i tipi fondamentali di situazioni reddituali e familiari nonché il loro peso statistico. I provvedimenti governativi hanno infatti un impatto del tutto diverso a seconda del livello del reddito e della presenza o assenza di carichi di famiglia. Mentre l’aumento del prelievo contributivo alleggerisce le buste paga di tutti i lavoratori dipendenti, sia pure in misura proporzionale al loro reddito, il cambiamento del regime Irpef e della disciplina degli assegni familiari producono effetti positivi apprezzabili solo quando si cumulano due condizioni: percepire un reddito vicino al reddito mediano (circa 20 mila euro lordi l’anno), e avere famigliari a carico. Dunque il problema centrale è capire quanto incidono sul totale i dipendenti che si trovano in tale condizione.

            Per arrivare a una risposta ragionevolmente precisa al nostro interrogativo (quanti dipendenti hanno avuto il cuneo?) abbiamo stimato sia la perdita di reddito dovuta all’aumento dei contributi a carico del lavoratore, sia i guadagni (o le perdite) imputabili al nuovo regime fiscale, includendo nel computo non solo gli effetti delle detrazioni e delle nuove aliquote ma anche quelli degli assegni famigliari.

            I percettori di redditi da lavoro dipendente sono stati suddivisi in 5 fasce in base a quanto hanno guadagnato o perso a seguito dei tre interventi governativi su Irpef, assegni famigliari, contributi.

            C’è più di un terzo, vedi tabella a fianco, dei lavoratori che o perde o non guadagna nulla, e un altro terzo che guadagna una cifra irrisoria (meno di 100 euro all’anno: 2 caffè la settimana …). C’è poi un 5.9% che non ha avuto tutto l’aumento promesso, ma ha comunque ottenuto un incremento di reddito non irrisorio (fra 100 e 250 euro l’anno). E infine c’è un quarto dei lavoratori che o ha avuto più o meno la cifra attesa (fra 250 e 400 euro), o ha avuto di più di quanto promesso (oltre 400 euro). Se andiamo a vedere chi sono questi ultimi, scopriamo che sono solo lavoratori con carichi famigliari. Dunque, nessun lavoratore privo di carichi di famiglia ha avuto l’aumento promesso.

            Questi calcoli non danno risultati molto più confortanti se, misericordiosamente, omettiamo dal calcolo l’aumento dei contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti. La percentuale di chi ha avuto sicuramente la riduzione del cuneo (almeno 400 euro l’anno) passa dal 16.7% al 22.1%, quella di coloro che hanno ottenuto almeno 20 euro al mese passa dal 24.2% al 25.3%.

            Insomma, la conclusione è sempre quella: comunque si definisca l’importo minimo del cuneo, e comunque si facciano i conti la percentuale di beneficiari non va mai oltre 1 lavoratore su 4.

            Se poi dalle percentuali di beneficiari passiamo ad un’analisi dell’entità media del beneficio, i risultati sono ancora più sconfortanti. Il dipendente medio ha avuto sì un aumento del suo reddito disponibile, ma appena 89.6 euro l’anno, ovvero 7.5 euro al mese. Siamo sempre molto lontani dalle promesse agitate in campagna elettorale.

            Resterebbe forse da chiedersi perché – su giornali e tv in autunno come in questi ultimi giorni di gennaio – spesso abbiamo avuto l’impressione che la «redistribuzione a favore dei deboli» fosse ben più ampia. La risposta è semplice: l’Unione ha fatto miracoli nella comunicazione dei contenuti della Finanziaria.

            I capisaldi di questa disinformazione del pubblico sono stati essenzialmente quattro, due in positivo e due in negativo. In positivo: parlare il più possibile dei lavoratori con carichi di famiglia, moltiplicando le situazioni famigliari e quindi le tabelle; e quando si parla della riforma dell’Irpef includere sempre anche quella degli assegni famigliari.

            In negativo: sorvolare sull’aumento dei contributi a carico dei dipendenti; ma soprattutto non specificare mai che i lavoratori dipendenti con carichi di famiglia di cui così copiosamente si parla sono una minoranza, per la precisione il 38.6% secondo gli ultimi dati Istat disponibili.

            In questo modo il messaggio che è passato è che la maggior parte dei lavoratori dipendenti ha avuto l’aumento promesso. Mentre la realtà è che l’ha avuto sì la maggioranza (il 62.5%), ma dei soli lavoratori dipendenti con carichi di famiglia. E poiché questi ultimi sono una minoranza (38.6%), il risultato finale è quello che abbiamo detto. L’aumento promesso in busta paga l’ha avuto il 62.5% del 38.6%, dunque il 24.1% dei lavoratori dipendenti: 1 lavoratore su 4, a essere generosi. In media, ossia considerando tutti i lavoratori dipendenti, l’aumento mensile in busta paga è dell’ordine dei 10 euro, molto meno dei 30 euro promessi in campagna elettorale.