Fisco e diritti, sciopero CGIL. Nuovo strappo sull’art. 18

12/03/2010

«Il Paese sta con le pezze», a dirlo ieri è stato il leader della Cisl Raffaele Bonanni citando la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che il giorno prima si era abbandonata a uno sfogo analogo. Il Paese sta con le pezze, e il governo finora non ha dato risposte contro la crisi. Per questo la Cgil oggi sciopera e va in piazza. Per reclamarle all’interno di una vertenza sindacale che ha visto presentare proposte e chiedere un confronto che l’esecutivo non ha finora aperto. Lavoro, fisco e diritti di cittadinanza sono le tre parole-chiave dello sciopero generale di 4 ore (8 nel pubblico impiego, scuola e sanità) che interesserà anche i trasporti e i servizi con possibili disagi. Cortei e presidi si terranno in un centinaio di città. La Cgil sciopera da sola, Cisl e Uil contro questo governo non scioperano, al massimo fanno qualche critica che resta lì. Soprattutto fanno accordi. L’ultima firma l’hanno messa ieri, insieme a tutte le associazioni di imrpesa, sotto l’impegno a trovare un «avviso comune» che dà applicazione al collegato sul lavoro che il Senato ha approvato la settimana scorsa. È la legge che introduce l’«arbitrato secondo equità» in tutte le cause che un lavoratore può avere con il suo datore, anche i licenziamenti,manon solo. Contro l’arbitrato «secondo equità » e non secondo la legge o contratti, si è fatta sentire l’Associazione nazionale magistrati e una posizione contraria hanno preso un centinaio di giuslavoristi. Per Cisl, Uil e Ugl è invece un’opportunità per il lavoratore, niente da ridire quindi, se non la necessità di «escludere che l’eventuale ricorso delle parti alle clausole compromissorie poste al momento dell’assunzione possa riguardare le controversie relative alla risoluzione del rapporto di lavoro».La necessità di escludere l’articolo 18 dà ragione alla Cgil che aveva dato l’allarme sull’aggiramento dello Statuto dei lavoratori, mentre Cisl e Uil insieme al ministro Sacconi continuavano a dire che il problema non esisteva. Esiste a tal punto che ieri sindacati e imprese si sono ritrovati al ministero del Lavoro e invece di parlare «della modulazione dell’orario di lavoro», come si legge nella convocazione del ministro,hanno firmato un testo letto da Raffaele Bonanni. Non è stata una casualità: in mattinata i giornalisti delle agenzie erano stati avvertiti che si sarebbe parlato di arbitrato. Nessuno però ha avvertito la Cgil. «Un’imboscata», sintetizza alla fine dell’incontro Claudio Treves, responsabile del Dipartimento politiche del lavoro che al tavolo rappresentava Corso d’Italia. «Tutto preordinato», ripete Guglielmo Epifani, «ma non ci faremo mettere i piedi in testa. Non faremo passare questa legge e non faremo passare l’avviso comune. Non lo facciamo per noi ma per i lavoratori», dice il leader della Cgil. Con la nuova rottura non solo «si dividono ancora di più le strade fra i sindacati» ma si «rafforzano le ragioni dello sciopero ». «La Cgil – dice ancora – continuerà con tutte le forme di mobilitazione necessarie per vincere questa battaglia ». Il collegato lavoro «è incostituzionale » e «anche l’avviso comune, chiaramente preordinato da Sacconi e dagli altri firmatari, assume un carattere incostituzionale». Per violazione dell’articolo24 della costituzione. Un nuovo strappo, dunque, che arriva alla vigilia di uno sciopero che, afferma Paolo Pirani della segreteria Uil non serve più, «credo che dalla protesta andrebbe derubricayo l’articolo 18». Mentre per Bonanni l’accordo «chiarisce una questione gonfiata artatamente per ragioni politiche». Chissà che cosa ne pensano i magistrati. E i consulenti del lavoro: sono loro che certificano i contratti individuali «che – spiega Treves – possono includere anche clausole su malattia, ferie e, in definitiva, accordi per la risoluzione del contratto di lavoro ».