“Fisco 2″ C’è una maggioranza (trasversale) che ha smesso di credere ai miracoli (M.Ferrera)

07/07/2004



mercoledì 7 luglio 2004

IL FISCO

L’ANALISI

C’è una maggioranza (trasversale) che ha smesso di credere ai miracoli

di MAURIZIO FERRERA

La campagna anti-tasse è stata il principale cavallo di battaglia di Berlusconi negli ultimi mesi. Sulla riduzione delle aliquote è scoppiato il caso Tremonti e si è sfiorata la crisi di governo. L’enfasi su questo tema ha certo delle motivazioni economiche. Meno tasse, più crescita: questa è la ricetta che è stata ripetutamente proposta, sin dal «contratto con gli italiani».

Tuttavia la campagna contro il fisco ha anche chiare motivazioni politiche: meno tasse, più voti per chi le riduce. Il governo sembra essere fermamente convinto di questa equazione. Ma nell’elettorato italiano c’è veramente una domanda così ampia ed evidente per una riduzione delle imposte? I dati del sondaggio che presentiamo inducono ad una certa cautela.

Innanzitutto, i contribuenti italiani manifestano disposizioni tutto sommato benevole nei confronti del prelievo. La maggioranza degli intervistati percepisce le tasse come «contributo a qualcosa» (presumibilmente qualcosa di utile) e meno di un quarto le vive some una «sottrazione» (una percentuale peraltro in discesa rispetto agli anni Ottanta). Certo, se la domanda fosse stata posta agli svedesi, le disposizioni benevole sarebbero state molto più elevate. Ma in Scandinavia persino l’etimologia della parola tasse (skatt) rimanda all’idea di un «tesoro comune», mentre da noi il lessico fiscale è pieno di simboli coercitivi (le entrate dello Stato sono «imposte»). E’ da notare poi che in ogni possibile disaggregazione (per età, posizione professionale, area geografica, livello di istruzione) la percentuale di quanti pensano alle tasse come una sottrazione resta minoritaria. Il dato più saliente è però quello che collega la riduzione delle tasse ai temi del welfare. Solo il 31% degli intervistati sostiene che bisogna ridurre le tasse anche a costo di ridurre la spesa sociale. Gli altri due terzi si suddividono fra «continuisti» (le cose devono restare come sono) ed «espansionisti» (mantenere il welfare anche pagando più tasse).


Rispetto al passato, è diminuita, è vero, la percentuale di espansionisti. Ma il quadro che emerge dal sondaggio è chiaro: una maggioranza anti-tasse nel Paese non c’è. Se si disaggregano i dati, emergono maggioranze assolute a livello sociale (ad esempio fra i laureati) o a livello politico (fra gli elettori di sinistra e centro-sinistra) a favore di un aumento delle tasse per salvaguardare lo Stato sociale. Non emergono invece in nessun caso maggioranze assolute a favore dell’opzione «meno tasse, meno welfare», neppure fra gli elettori del centro-destra.


Certo, qualcuno potrebbe suggerire: si taglino le tasse senza ridurre il welfare o eliminando gli sprechi al suo interno. Sfortunatamente i margini per operazioni del genere sono davvero esigui. Se escludiamo la spesa sociale, quella per l’istruzione e gli interessi sul debito, il bilancio pubblico si riduce a una decina di punti percentuali di Pil, che finanziano peraltro settori importanti come i trasporti o la difesa. Un progetto di riduzione fiscale come quello che ha in mente il governo richiede interventi incisivi e massicci sui grossi programmi di spesa, interventi per cui vale l’equazione: più tagli, meno voti per chi taglia.


Questa diagnosi non vuole essere una difesa dello status quo. Il nostro Paese ha bisogno, insieme, di una riforma del welfare e di una riforma del fisco. Ma le condizioni della finanza pubblica, lo stato dell’economia e gli orientamenti degli elettori non sembrano lasciar spazio per colpi d’accetta o per avventurose scommesse allo scoperto (del tipo: meno tasse, più sviluppo, niente tagli). Meglio lavorare di fioretto e proporre una strategia di interventi mirati e responsabili, articolati su più fronti, senza aspettarsi e soprattutto senza promettere miracoli.


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