“Fiorani” Il doppio gioco del senatore Grillo

15/12/2005
    giovedì 15 dicembre 2005

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    FAZISTA E CORRENTISTA «NESSUN FINANZIAMENTO ILLECITO, SU QUEL CONTO AVRÒ UN ROSSO DA 50 MILA EURO»

      Il doppio gioco del senatore Grillo

        personaggio
        Mattia Feltri

          Con la solerzia del bravo addetto stampa, il senatore Luigi Grillo raggiungeva la posta elettronica dei giornalisti anche due o tre volte al giorno. Aveva l’ansia di correggere o smentire le critiche e le accuse rivolte dal mondo intero al governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Per buona parte dell’estate, nella redazioni si è attesa quotidianamente, e con spirito goliardico, la nota di Grillo. Una cosa ai limiti della stravaganza, poiché Grillo è presidente della commissione Lavori pubblici a Palazzo Madama, e certe questioni non sembravano di sua stretta competenza, sebbene si fosse distinto, nei mesi precedenti, come uno dei più solidi oppositori alla riforma delle legge sul risparmio.

            La stravaganza, però, stava specialmente nei compiti che Grillo si attribuiva. Succedeva, per esempio, che l’ex amico Bruno Tabacci avesse da ridire, in un’intervista al Tempo, sul mandato vitalizio del governatore, e in capo a mezza giornata Grillo aveva steso e spedito il comunicato. «Non merita nemmeno risposta…», cominciava. E poi l’immeritata risposta proseguiva con il disagio per i «forsennati insulti» e per «la grande mobilitazione demagogica» e con il proposito di «porre fine a questo scadimento…».

              Naturalmente lo slancio dipende dai sentimenti di amicizia che legano Fazio e Grillo, e in seguito Fazio, Grillo e Fiorani, l’ex presidente della Popolare di Lodi arrestato martedì sera. Ma le fraterne liaison non bastavano per giustificare i duelli fra il senatore di Forza Italia e, per esempio, Diego Della Valle. Delle Valle saltava su a chiedere le dimissioni di Fazio, e a rispondergli non era Fazio, e nemmeno il portavoce di Fazio, ma il senatore Grillo. E col solito nerbo il senatore Grillo esortava Della Valle a non occuparsi di finanza, ma «a fare le scarpe, e a farle meglio», inaugurando un bisticcio a mezzo stampa lungo una settimana. E così ogni volta il diritto di replica veniva esercitato dal governatore per tramite del senatore.

                E’ scontato che in questo giro di offensive e difese per procura, Grillo trovasse il modo per spendere il suo prestigio di navigato parlamentare (lo è da diciotto anni, e ne ha sessantadue) per garantire sulle capacità e gli obiettivi di Fiorani, il guardiano dell’italianità delle banche. E allora sì, uno straordinario addetto stampa. Ma anche uno straordinario correntista. Il Sole 24 Ore, la scorsa settimana, ha rivelato che Grillo ha un conto corrente alla Popolare di Lodi, quella di Fiorani, e la straordinarietà risiede nel fido assicurato al senatore: 250 mila euro, mezzo miliardo di lire. Su quel fido sembra ora che la magistratura stia indagando.

                  «E può indagare, ne ha tutto il diritto. Ma se pensano di trovarci dei finanziamenti a me da parte di Fiorani, si sbagliano di grosso», ha detto ieri Grillo, sottolineando di non trovare «nulla di insolito» in un fido di quelle dimensioni. E in serata, a La7, ha aggiunto: «Sul conto sono state fatte operazioni per le quali ora credo di avere un rosso di cinquantamila euro». E le cose si chiuderebbero lì. Se poi i giornali, raccogliendo le migliori spifferate, lo annunciano fra i più inguaiati, «io non ci posso fare niente. Non mi sento tirato in causa. In questi mesi ho difeso i miei convincimenti e le persone in cui credo. Aspetto con grande rispetto che la magistratura concluda il suo lavoro». E non lo ha turbato nemmeno, nel tardo pomeriggio, la pubblicazione di una frase pronunciata da Fiorani durante le indagini preliminari: Grillo aveva un ruolo di «lobbysmo puro». La sua influenza e le sue frequentazioni potevano tornare utili a «un grande progetto industriale di importanza nazionale».

                    Del resto che Grillo sia uno capace di intrattenere rapporti e intrecciare relazioni è noto almeno dal 1994, quando riuscì a trasportare nel centrodestra una decina di parlamentari del Partito popolare.

                      E se n’è avuta conferma lo scorso anno, quando fu lui il superbo mediatore tra Fazio e Silvio Berlusconi, che siglarono la pace in quello conosciuto come il «patto dello Sciacchetrà», dal prelibato vino ligure con cui venne chiosata le cena della riconciliazione. E che aprì la confusa e frenetica stagione dei quartierini.