“Fiorani” Il cassiere dei furbetti che piaceva alla Lega

14/12/2005
    mercoledì 14 dicembre 2005

      Pagina3 Primo Piano

      LA PARABOLA HA FATTO GRANDE LA POPOLARE DI LODI, IN CITTÀ ERA UN RE

        Il cassiere dei furbetti che piaceva alla Lega

          La caduta a un passo dall’Olimpo del credito

            Armando Zeni

              MILANO
              Finire com’è finito, in manette con l’accusa forse più infamante per un banchiere che voleva scalare l’Olimpo, associazione a delinquere e appropriazione indebita, nel giorno di Santa Lucia, quello nel quale in molti Paesi e città della Padania, dove fino a pochi mesi fa raccoglieva fan e consensi, i bambini fanno ohhhh di fronte ai regali che qui, nella Bassa, arrivano il 13 dicembre, prima di Babbo Natale, molto prima della Befana.

              Tonfo con beffa, alla fin fine, come spesso accade quando all’improvviso cadono i finti miti e quello che un tempo era considerato re si scopre nudo. Tonfo che potrebbe trascinare adesso nel gorgo altri nomi eccellenti e causa certo qualche ansia a politici come Luigi Grillo o Ivo Tarolli, strenui difensori di Fiorani e dei suoi progetti e che – si è poi saputo – alla Bpi avevano conti intestati.

                Altro che regali di Santa Lucia per Gianpiero Fiorani da Codogno, ex amministratore delegato della Popolare di Lodi poi battezzata Popolare italiana, ex banchiere preferito del governatore Antonio Fazio, ex enfant prodige della finanza del Grande Nord che tanto piaceva ai leghisti doc alla Maroni, ex affabulatore di masse in assemblea cui strappava applausi interminabili inneggiando alla «forza del localismo» e coniando a braccio slogan che sarebbero piaciuti ai pubblicitari della Barilla («Dove c’è un emozione noi siamo là»), ex banchiere rampante che un adulatore lecchino aveva soprannominato «il Bazolino della Bassa», ex giornalista (al Cittadino di Lodi e all’Avvenire), ex ragioniere. Ex tutto. Soprattutto ex cassiere dei furbetti der quartierino, i Ricucci, gli Gnutti, i Lonati, i Coppola con l’aggiunta finale di Billè e Consorte, la compagnia di giro che ha ballato una sola estate giocando su più tavoli: Antonveneta, Bnl, Rcs, un tentativo di scalata via l’altro in un tourbillon di prestiti e prestanome da far impressione.

                  E pensare che poteva essere l’ennesimo Natale da celebrare, se le imprese fossero finite in gloria, con i regaloni agli amici che il Gianpi era abituato a fare, Rolex d’oro e gioiellini firmati, hi-fi ultimo modello e tv al plasma. I soldi, l’hanno scoperto poi i magistrati che indagano, non mancavano. Soldi accumultati con perizia: prendendo ma anche donando. Già, perché il Gianpi era fatto così, a suo modo un generoso, preferiva circondarsi di gente fidata, di clienti privilegiati, di commercialisti abili, di collaboratori sicuri, facendoli partecipare al gran gioco del profitto certo e sicuro a patto che un tot, un buon 40%, di quei guadagni frutto di insider e di soffiate illecite finisse poi nel portafoglio di Fiorani e dei suoi fidi, il Silvano Spinelli, il Gianfranco Boni, il Giuseppe Besozzi, un tesoretto di qualche centinaio di milioni di euro. Mica briciole.

                    E adesso vallo a spiegare che tutti quei progetti di superbanca del Nord, di grande banchiere capace di arginare la calata dei barbari che volevano impadronirsi delle casseforti padane come la padovana Antonveneta, di pupillo del Governatore, in realtà erano fumo negli occhi: Fiorani, il ragioniere di Codogno cresciuto all’oratorio, tutto casa, chiesa e ufficio, il suo tornaconto terreno, molto terreno, ce l’aveva, eccome. Spregiudicato e baciapile. In fondo, nemmeno troppo originale come prototipo italico del furbastro: lo stile, a ben vedere, è lo stesso dei predecessori, dei Sindona, dei Calvi, personaggi capaci di confondere le acque con amicizie importanti, contrabbandando la fortuna personale con quelle di una banca, di un progetto, di una strategia finanziaria.

                      Furbo era furbo, l’ufficiale pagatore dei furbetti der quartierino. Aveva costruito con cura, con calma, passo dopo passo, il suo futuro. A Lodi non aveva trascurato niente, riconoscente con la Curia, attento ai politici locali di centro, di destra e di sinistra non importa, comprensivo con il mondo dell’economia locale, agrari e non agrari. E aveva subito puntato sulla voglia di riscatto di una provincia ricca e vogliosa di contare di più. Il risultato? Trasformare in 26 anni la piccola Popolare di Lodi da 26 filiali e 500 miliardi di vecchie lire di raccolta nella potente Popolare Italiana da mille filiali e 30 miliardi di euro di raccolta. Punta subito in alto, il Fiorani, e riesce nel progetto di diventare lui, al posto di Cesare Geronzi di Capitalia, il banchiere di riferimento di Fazio, il Governatore che ha in testa un’idea: proteggere il sistema bancario italiano dall’invasione dei colossi stranieri.

                        Così, interessi privati e pubblici impegni si mescolano, si fondano, si sublimano. Lo capiscono bene gli altri attori della compagnia di giro, quella che il capocomico mette in scena finanziando e facendo recitare a soggetto: l’idea è nobile, è alta, la grande banca del Nord che sfida gli Unni, ma dietro c’è il gioco delle tre carte, paghi uno e prendi due, un gioco che piace ai furbetti der quartierino. Finché dura. Finché non scattano le inchieste, le dimissioni e poi le manette. Nel giorno di Santa Lucia, appunto, quando i bambini fanno oooohhh!