Fiom-Cgil: due modelli di sindacato (G.Berta)

13/09/2007
    giovedì 13 settembre 2007

    Pagina 35 – Lettere e Commenti

    Fiom-Cgil
    Due modelli
    di sindacato

      Giuseppe Berta

      Chissà che avrebbe detto Bruno Trentin – che, scomparso il mese scorso, fu la personalità di maggior prestigio della Fiom e della sinistra sindacale di una volta – dinanzi alla spaccatura verificatasi fra la categoria dei metalmeccanici e la Cgil? Quindici anni fa Trentin dovette mettere in gioco l’autorevolezza di dirigente e il carisma personale per sospingere una Cgil, riluttante e riottosa, ad avviarsi lungo il cammino della concertazione. I tempi di allora erano molto diversi da quelli d’oggi, e non solo perché il peso politico di un Trentin o di un Lama prima di lui non può essere certo paragonato a quello di Guglielmo Epifani, costretto a un’accidentata navigazione a vista all’interno di una confederazione che Sergio Cofferati già non aveva lasciato nelle migliore delle condizioni.

      Negli Anni 90, il periodo d’oro della concertazione, il vento della protesta contro la politica aveva risparmiato i sindacati, che contavano ancora su un vasto consenso sociale. Adesso invece l’insofferenza crescente verso la «casta» sta prendendo di mira anche i sindacalisti, oltre che i politici. E a prestare attenzione al clima d’opinione diffuso nel Paese si rileva più di un’assonanza fra la piazza egemonizzata da Beppe Grillo sabato scorso e le manifestazioni di protesta a cui da vario tempo la Fiom di Gianni Rinaldini e di Giorgio Cremaschi aderisce, indifferente ai richiami e ai distinguo della confederazione cui appartiene.

      Come i partecipanti al «V Day» di Grillo, anche la Fiom ha scelto di dare la propria voce a un malessere e a una disaffezione diffusi, per denunciare le sperequazioni di un mondo del lavoro che si sente ai margini, sia quando in causa ci siano le pensioni sia quando si tratti delle norme relative agli impieghi flessibili. Più di un filo congiunge oggi chi lamenta sprechi, iniquità e privilegi della classe politica e chi giudica inaccettabile, in una situazione simile, ridurre quelli che considera i diritti dei lavoratori, per esempio in materia di pensionamento. In questo senso, le posizioni attuali della Fiom non rappresentano affatto, come è stato scritto, solo una riedizione stantia dell’ideologia della «centralità operaia» di trent’anni fa.

      Nonostante tutto, non è scontato che la spaccatura che si registra oggi in casa Cgil sia destinata ad avere soltanto conseguenze negative. In primo luogo, perché un contrasto aperto è sempre preferibile a uno latente e inespresso. Dovrebbe essere infatti evidente che il movimento sindacale si trova non da ora in uno stallo, questo sì in grado, alla lunga, di determinare ripercussioni negative. Di fatto, al suo interno, convivono due modelli che non sono più conciliabili fra di loro. Da una parte, c’è un modello di sindacato orientato in direzione partecipativa e più attento alle compatibilità economiche, cui si riallaccia la migliore tradizione contrattualista della Cisl, non a caso l’organizzazione che difende con maggiore fermezza l’accordo sul welfare del 23 luglio. Dall’altra, c’è il sindacato d’intonazione radicale e antagonista, che ha nella Fiom l’archetipo, ma di cui sono espressione anche i Cobas. È venuto forse il momento per questi due modelli di confrontarsi in una competizione aperta, ponendo fine a una convivenza paralizzante, all’ombra delle mediazioni delle segreterie confederali.

      Quale deve essere il mestiere del sindacato nell’Italia del 2007? È quello di rappresentare i lavoratori attraverso il negoziato, accompagnando la trasformazione del lavoro e dell’impresa con strumenti capaci di elevare insieme produttività e salari? O deve proporsi come un movimento sociale di contestazione, schierato contro le politiche di flessibilità del lavoro, ma anche pronto ad appoggiare le manifestazioni che un po’ dovunque si scatenano contro le decisioni del governo? La risposta non può venire per via burocratica e amministrativa, ma dal consenso dei lavoratori. Per questo è importante che le confederazioni ristabiliscano di comune accordo, con convinzione, una linea di valorizzazione dell’intesa col governo, dimostrando nel contempo di saper imboccare la via del decentramento della contrattazione per rinnovare le relazioni industriali. È il modo migliore per far sì che non dilaghi nei luoghi di produzione e di lavoro quel malcontento sordo di cui si nutre oggi la protesta.