Fini: su Fisco, pensioni e lavoro rispetteremo tutti gli impegni

15/04/2002








              (Del 13/4/2002 Sezione: Economia Pag. 8)

              retroscena
              Mario Calabresi

              IL VICEPREMIER: NON RINUNCEREMO A CERCARE IL CONSENSO PIU´ AMPIO
              Fini: su Fisco, pensioni e lavoro rispetteremo tutti gli impegni

              inviato a PARMA

              IL governo sa che si gioca la faccia e, sciopero o non sciopero, farà di tutto perché le riforme vengano fatte. Perché o questa volta si fanno per davvero o si rischia di non farle più». Con poche parole Gianfranco Fini ieri ha conquistato la platea degli imprenditori, difendendo a spada tratta la linea del centrodestra, respingendo pagelle affrettate, e offrendo la garanzia che non ci saranno marce indietro. «Noi, e questa è la scommessa, al di là del giudizio che si dà giorno per giorno, pensiamo di poter presentare a fine legislatura un biglietto da visita in cui le tre grandi riforme su fisco, previdenza e mercato del lavoro sono state fatte e in cui il rilancio economico sia una realtà». I bilanci però, sottolinea, si fanno alla fine, e non dopo nove mesi: «Abbiamo giurato a giugno e non si può non tener presente che oltre all’estate e al Natale c’è stato l’11 settembre. Guardando a questa fase non giudicateci, come in effetti fa un bravo imprenditore, in base al fatturato, ma fatelo valutando se la linea di marcia corrisponde al programma o se abbiamo preso un’altra strada». Non ci saranno frenate, secondo Fini, perché ci sono condizioni di stabilità «irripetibili» che vanno colte: «Questo governo ha la ragionevole convinzione di durare per tutta la legislatura, ha una maggioranza parlamentare sufficientemente ampia da poter ragionevolmente assorbire le dinamiche interne e per poter onorare il programma presentato prima delle elezioni». Il vicepremier non rinuncia ad auspicare «il più ampio consenso possibile e il minimo conflitto sociale» ma ci tiene ad aggiungere: «Il governo non ha timori: ha il diritto dovere di governare e sulle riforme proseguirà sulla sua strada senza cedere a ricatti dell’opposizione. Noi procederemo per la nostra strada. Certo sarebbe bello fare le riforme con una larga maggioranza, ma non possiamo certo accettare diktat da chi non ha esitato ad approvare una riforma sul federalismo, a fine legislatura, con soli 4 voti di scarto». Tanto è bastato a Gianfranco Fini per prendere più applausi di tutti e senza bisogno di citare Margaret Thatcher, come ha fatto il suo collega Giulio Tremonti. Sul palco i due hanno interpretato esattamente lo stesso copione, rassicurando gli industriali sulla volontà modernizzatrice della Casa delle libertà. Ma dietro le quinte si potevano cogliere, ancora una volta, le sfumature che li distinguono, che fanno del vicepremier l’esponente del centrodestra più convinto della necessità di perseguire il dialogo sociale. E se il ministro del Tesoro ha indicato nella "lady di ferro" britannica un modello da eguagliare, Fini la pensa diversamente, tanto che alla citazione scuote il capo e poi confida: «Per me esiste solo il modello italiano e non esistono sistemi esportabili da un paese all’altro. Tremonti ha fatto solo un esempio, nulla di più». La differenza tra il thatcherismo e il modello italiano, il leader di An l’ha spiegata a Tremonti martedì scorso, quando si è presentato al ministero per chiedere di dare «sostanza al dialogo sociale», una variabile capace di togliere ostacoli al cammino riformatore. Secondo Fini però, affinché il dialogo non sia una sterile dichiarazione di principio ci vogliono gli investimenti, denari da spendere per gli ammortizzatori sociali, partendo dai sussidi di disoccupazione e dalla formazione. La differenza era stata colta sul palco dall’ex ministro dell’Industria Pierluigi Bersani, che davanti a tutti ha chiesto a Fini: «Ma allora qual è il vostro criterio: il dialogo o la Thatcher? Perché se guardiamo alle cose fatte siete thatcheriani a fase alterne, basta vedere cosa avete fatto sul pubblico impiego: appena hanno minacciato uno sciopero avete chiuso il contratto con le loro richieste». Sapeva dove colpire Bersani, è stato infatti Fini nei primi giorni del febbraio scorso ad intervenire nella trattativa sindacale e a chiudere dopo una lunga nottata di trattative il contratto, per il quale Tremonti deve ancora trovare i soldi. Il vicepremier ha evitato la trappola e ha cambiato discorso. Le sue perplessità e le sue richieste preferisce esporle in privato, a Silvio Berlusconi, e non davanti alla platea di Confindustria. Lo ha fatto l’altroieri a Palazzo Chigi, durante l’animata discussione sulle nomine Rai. Non solo delle «eccessive» pretese leghiste su Viale Mazzini si è lamentato infatti Fini, ma, più generalmente, ha criticato un’eccessiva adesione alle richieste e alle linee proposte da Bossi e appoggiate da Tremonti. Vogliamo pesare di più nelle scelte strategiche, nelle decisioni sulle riforme e sull’allocazione delle risorse, ha sottolineato Fini, promettendo di non dare tregua a chi immagina di eguagliare la Thatcher.