Fini: immigrati, denunciate chi non vi mette in regola

25/10/2002



1- Fini: immigrati, denunciate chi non vi mette in regola
2- Treviso e le case per stranieri I sindaci a lezione in Francia:
3- Milano, sanatoria imposta dal giudice per un bulgaro

Intervento a un convegno di An: nessuna beneficenza, puntiamo sull’integrazione

Fini: immigrati, denunciate chi non vi mette in regola

Il vicepremier: legge dura contro i padroni con lavoratori in nero

      ROMA – Il piccolo colpo di teatro arriva alla fine, quando già la platea ha cominciato a svuotarsi: «Lo so che quello che sto per dire potrà suscitare polemiche, ma lo voglio dire lo stesso: invito i lavoratori extracomunitari che lavorano in nero, gli sfruttati, a chiedere ai loro datori di lavoro di metterli in regola. E se non lo fanno, li invito a denunciarli». Applausi. Gianfranco Fini presenta la «sua» legge sull’immigrazione (Bossi non verrà mai citato da nessuno, neanche per sbaglio) a Roma ad un convegno promosso da An, al quale hanno preso parte anche immigrati di ogni parte del mondo. E molti di loro salgono sul podio a porre domande sulla legge, a presentare le loro paure, i loro dubbi. Non sempre accolti con benevolenza, per la verità. A chi lamentava la difficoltà di essere commerciante straniero, dal pubblico qualcuno aveva urlato «vai a casa!», all’avvocato penalista somalo che raccontava scandalizzato di aver dovuto dare le sue impronte digitali («come uno dei miei clienti») aveva risposto un coro beffardo di «uh, uh, uh». Ma per il vice presidente del consiglio (e per il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, definito da Fini lo «zio» della legge) la Fini-Bossi è in realtà una legge seria, onesta e rigorosa.
      Perché, spiega Fini, si basa sul tentativo di conciliare legalità e solidarietà. E servirà soprattutto a reprimere ogni rigurgito di xenofobia. «E’ un dovere morale evitare con tutte le forze che possano nascere fenomeni di xenofobia e di razzismo, infezioni dello spirito che disonorano un popolo come quello italiano, che ha grandi e antiche tradizioni di accoglienza». Ma attenzione, avverte il presidente di Alleanza Nazionale, «solidarietà non vuol dire carità. La carità la fa chi vuole farla, per suoi motivi. Lo Stato non può essere caritatevole, mentre ha il dovere di essere solidale. E il governo non può essere il buon samaritano. E solidarietà vuol dire integrazione: non conosco una solidarietà che metta gli immigrati in un ghetto».
      A chi, come la Caritas, lo accusa di voler mercificare l’immigrazione, trasformando uomini in braccia, e di aver partorito una legge che estirpa l’identità dell’immigrato, Fini risponde con uno scatto di orgoglio: «Il più sacrosanto diritto di un uomo è quello di lavorare, con la mente o con le braccia. E con questa legge noi vogliamo elevare l’immigrato al livello di dignità più alto». Certo, «non tutti quelli che bussano alla porta possono entrare». Ma questa, ribadisce il vice premier, «non è una legge cattiva contro chi non ha lavoro. E’ molto più cattiva con i padroni che vogliono solo lavoratori in nero. Quei padroni non sono dei benefattori, sono degli sfruttatori. E prima o poi dovranno fare i conti con lo Stato: quando avremo incrociato i dati e scopriremo che hanno assunto degli altri clandestini, passeranno dei guai».
      Ma la realtà è per il momento diversa: la questura di Lucca ha espulso un clandestino rumeno dopo che, assieme ad un suo connazionale, aveva denunciato alla guardia di finanza i suoi datori di lavoro, che avevano smesso di pagarlo dopo la richiesta di essere messo in regola. La denuncia è della Cgil, che aveva assistito i due rumeni nel loro percorso verso la normalità. I due, raccontano i sindacati, dopo la denuncia erano anche stati aggrediti da connazionali che pretendevano di far prostituire la moglie di uno di loro.
Giuliano Gallo ggallo@corriere.it





In 80 studiano le soluzioni di altri Paesi

Treviso e le case per stranieri I sindaci a lezione in Francia:

Il primo bilancio: gli industriali che hanno bisogno di manodopera devono risolvere il problema

      Il quartiere popolare di Canardiere è la risposta di Strasburgo a decenni d’immigrazione, a migliaia di senzatetto che hanno bussato alle porte di aziende e comuni. Ai sindaci del Trevigiano non è piaciuto. Per nulla ai leghisti, poco anche agli altri. Erano 79 – assente il sindaco del capoluogo Giancarlo Gentilini – gli amministratori che Unindustria, l’associazione industriali, ha portato ieri in Alsazia per studiare il loro modello d’integrazione. Per Sergio Bellato, presidente di Unindustria a Treviso, bisogna cominciare a pensarci insieme: «L’immigrazione non può essere affrontata in un modo dalle imprese e in un altro dai Comuni». Più facile scartare le soluzioni che provare l’accordo. Specie nel Trevigiano, specie tra i sindaci. Canardiere è ufficiosamente «scartato». Non è un modello. Casermoni squadrati, piantati nel verde ma pesanti come montagne. Sette metri quadrati e mezzo a persona nei foyers, la prima accoglienza per immigrati; mono e bilocali accatastati l’uno sull’altro per chi deve rimanere. Sono edifici puliti, divisi da frontiere invisibili, vicini a parchi e laghetti. Eppure l’impressione collettiva è stata quella del ghetto ben arredato. Lo ha costruito Sonocotra, una Società di costruzioni a maggioranza statale.
      L’immenso quartiere di edilizia popolare è pari al 27 per cento della città di Strasburgo, quando nel Trevigiano nessun Comune supera il 5 per cento. «Non deve pensarci lo Stato – diceva ieri Liviana Scattolon, sindaco di Villorba, ex vice di Gentilini a Treviso -. Tocca prima di tutto alle imprese. L’industria cerca immigrati e deve trovare le case». In provincia di Treviso gli immigrati sono oggi 40 mila, diecimila in più di due anni fa. «Io a Treviso cercherei di aprire il mercato interno delle case sfitte – aggiungeva ieri Leonardo Muraro, vicepresidente della Provincia di Treviso (monocolore leghista) -, a Canardiere c’è una concentrazione troppo alta di immigrati. Non è un ghetto perché le etnie sono diverse, ma quasi».
      L’eccessivo sostegno statale in maxi interventi di edilizia popolare piace poco anche a Diego Bottacin, già candidato presidente della Provincia per il centrosinistra e sindaco di Mogliano: «Si può fare meglio. Troppo assistenzialismo fa male e distrugge i bilanci». La sfida proposta dagli industriali trevigiani, un coordinamento territoriale per affrontare l’emergenza abitativa, resta aperta. Per ora gli unici interventi portano la firma dell’associazione: quattro palazzine in quattro Comuni diversi.







Era manovale in un cantiere da due anni. L’ordinanza però non è stata eseguita

Milano, sanatoria imposta dal giudice per un bulgaro

La Cisl avvia 300 procedure legali: in molti casi viene rifiutata l’applicazione delle norme, così gli extracomunitari se ne devono andare

      MILANO – Trecento lettere sono arrivate ad altrettanti datori di lavoro di Milano e provincia, su carta intestata di uno studio legale. Contenuto: «Vista la presenza di un lavoratore extracomunitario in nero nella sua azienda, la preghiamo di procedere alla regolarizzazione del rapporto di lavoro». In sostanza, un esplicito invito ad utilizzare la sanatoria per gli immigrati. Chi non accetta, rischia di trovarsi davanti al giudice. Come è successo a un imprenditore edile di Rho, in provincia di Milano. Obbligato da un’ordinanza del tribunale datata 22 ottobre 2002 a mettere in regola un manovale bulgaro che lavorava ormai da due anni nella sua azienda. La vicenda potrebbe costituire un precedente. «Il giudice Amedeo Santosuosso che ha emanato l’ordinanza è stato chiaro: la sanatoria non va considerata una facoltà, ma un obbligo», commenta Livio Neri, avvocato dello studio Polizzi-Guariso che seguito la causa.
      All’ordinanza si è arrivati attraverso una procedura d’urgenza. Obiettivo: permettere al manovale bulgaro di approfittare della sanatoria prima della scadenza dei termini. Sulla vicenda non è quindi detta l’ultima parola: il tribunale deve ancora esprimere il giudizio di merito.
      «A quanto mi risulta, siamo gli unici ad avere attivato procedure legali per favorire la regolarizzazione degli immigrati in nero – commenta Maria Grazia Fabrizio, segretario generale della Cisl milanese -. Purtroppo spesso, invece di essere regolarizzati come permette la sanatoria, gli extracomunitari vengono rispediti a casa. Sono proprio questi i casi in cui ci rivolgiamo a un avvocato».
      Nonostante l’ordinanza del giudice, a oggi per il manovale extracomunitario poco è cambiato. «Continuo a dormire in macchina, come ho fatto negli ultimi mesi», racconta I. P. nel suo italiano stentato. Per il momento, nonostante l’ordinanza, non ha ancora ripreso il suo lavoro a cinque euro all’ora. «Ho due figli in Bulgaria – racconta -. I soldi mi servono anche per permettere loro di terminare l’università».

      Rita Querzé