“FinanzItalia” La politica a caccia del Leone

18/01/2006
    mercoledì 18 gennaio 2006

      Pagina 7 Politica

        FINANZA E POTERE – LE DICHIARAZIONI DI BERLUSCONI CREANO QUALCHE PROBLEMA ALLE GENERALI

          La politica a caccia del Leone

          retroscena
          Francesco Manacorda

            MILANO
            Il caso giudiziario è già chiuso, il caso finanziario potrebbe essersi appena aperto. Insomma, Tarak Ben Ammar a parte, non sarà un bello spettacolo né per i diretti interessati né per il mercato vedere oggi sfilare i vertici delle Generali – oltre al presidente Antoine Bernheim, i pm hanno convocato come persona informata dei fatti anche l’amministratore delegato Sergio Perissinotto – nel Palazzaccio romano per confermare o smentire le rivelazioni di Silvio Berlusconi su presunte pressioni dei Ds perché Trieste vendesse il proprio 8,7% della Bnl all’Unipol e non l’apportasse invece all’offerta degli spagnoli del Bbva. Una partecipazione che peraltro le Generali hanno ancora adesso in portafoglio.

              Per farla breve è un’iniziativa, quella di Berlusconi, che pur nascendo per motivi puramente politici rischia di avere qualche effetto destabilizzante sui vertici del Leone di Trieste. Un effetto che in prospettiva potrebbe ripercuotersi anche su Bernheim, il granitico presidente delle Generali tornato a Trieste nel 2002 dopo una precedente defenestrazione e che là resta anche alla luce di un accordo che coinvolge i soci francesi di Mediobanca – rappresentati da Vicent Bollorè e dallo stesso Ben Ammar – che di Generali è il principale azionista con poco più del 14%. La stessa Mediobanca – in una linea di continuità che rivendica da decenni – vede come il fumo negli occhi le ingerenze della politica negli affari ed è quindi assai poco entusiasta di questa esposizione, seppur indiretta, a un tema così delicato.

                In aprile, all’assemblea delle Generali, il mandato di Bernheim e dei due amministratori delegati – oltre a Perissinotto c’è Sergio Balbinot, l’uomo che si occupa più che altro delle strategie estere – non scade, visto che proprio lo scorso anno, con la benedizione di Mediobanca, si è sanata un’anomalia che voleva i vertici di Generali confermati ogni dodici mesi e non invece per un triennio come accade normalmente per le società quotate. Ma sullo sfondo c’è sempre la questione dell’età del presidente: il 4 settembre 2006 Bernheim compirà 82 anni, e alcuni dei soci sono desiderosi di muovere la sua casella – puntando proprio sul fattore anagrafico – anche per far spazio alle ambizioni di altri.

                  Adesso l’ombra di relazioni politiche potrebbe mettere in difficoltà la posizione del presidente? Davanti ai magistrati come al mercato Bernheim potrà offrire tranquillamente la posizione delle Generali, conscia fin dal primo momento della battaglia sulla Bnl di trovarsi in una posizione delicata, che è sempre stata improntata a criteri rigidamente di mercato, con l’accordo di tutti i consiglieri. Lo stesso presidente, a inizio dicembre quando la partita sembrava vinta dall’Unipol, aveva fatto trapelare sulle colonne del Sole 24 Ore un commento secondo cui sarebbe bastato che gli spagnoli allargassero di più i cordoni della borsa per convincere Trieste: «Sono in molti a ritenere che il Bbva non sia stato abbastanza coraggioso». Con questa posizione ben reiterata nel tempo si sarebbe anche potuti restare zitti dopo le dichiarazioni del premier. Così non è stato: la stessa mattina in cui le dichiarazioni di Berlusconi campeggiavano su tutti i giornali dalle Generali si sono definite «del tutto prive di fondamento» le «indiscrezioni… su presunte pressioni esercitate sul vertice del gruppo da parte di esponenti politici».

                    C’è poco da fare, dunque. Anche se la buriana invernale che ha coinvolto Trieste passerà senza lasciare tracce, non sembra un caso che alla fine si arrivi sempre alle Generali, il vero «potere forte», almeno per dimensioni e ruolo in Europa visto che in Borsa capitalizza 36 miliardi di euro e rotti, tra tanti presunti poteri forti della finanza italiana. Sul Leone si concentrano le aspettative di chi lo vuole rafforzato – inghiottendo la controllata Alleanza, in linea con quello che stanno facendo altri gruppi europei – per assumere dimensioni tali da essere difficilmente scalabile, ma anche i pronostici di chi invece vede la francese Axa in una manovra che potrebbe portare all’ingresso nella finanza nostrana dalla porta principale. E proprio la vera o presunta difesa di Trieste da un’invasione francese fu il terreno su cui nel 2003 il Governatore Antonio Fazio ebbe la testa dell’allora amministratore delegato di Mediobanca Vincenzo Maranghi e ottenne il soccorso di tre banche come Unicredit e Capitalia – soci dalle polarità opposte in Mediobanca – e del Montepaschi.

                      Da escludere, invece, sembra una pista davvero dietrologica che pure sarebbe assai affascinante, visto l’interesse che proprio Berlusconi ha sempre dimostrato per le Generali. L’equazione di un premier che agita le acque attorno a Generali perché pensa, in caso di sconfitta elettorale, di poter investire le sue non lievi disponibilità finanziarie in un business come quello assicurativo, non sta in piedi e lascia invece la strada al ben più comprensibile scatto politico contro la sinistra che non si cura di qualche graffio su un santuario della finanza. Anche se a ricordare l’interesse di antica data per Trieste si può sempre tirare fuori quella lettera che Cesare Merzagora spedì nel marzo di un remoto 1979 a un Berlusconi che voleva entrare come azionista ed eventualmente come amministratore: «Siamo stati e saremo sempre molto guardinghi, non aprendo le porte a prestigiosi personaggi della finanza e dell’industria, e ancor meno del bosco e del sottobosco politico». Un quarto di secolo dopo toccherà a Bernheim dimostrare che è ancora così.