“Finanziaria” Salta l’Ici azzerata sui beni della Chiesa

13/10/2005
    giovedì 13 ottobre 2005

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    FINANZIARIA IL RELATORE: SE NON RISPONDE IL TESORO NON SI VA AVANTI

      Manca la copertura
      Salta l’Ici azzerata
      sui beni della Chiesa

        La maggioranza: recupereremo la norma
        Stop alla riforma Anas, 3 miliardi a rischio

          Alessandro Barbera

            ROMA
            Alla Camera una giornata a dir poco convulsa doveva chiudersi con colpo di scena finale. Protagonista il contestatissimo decreto che esentava il pagamento dell’Ici per gli immobili della Chiesa che, almeno per ora, salta. Il presidente Casini ieri sera, dopo la seduta sulla riforma elettorale, ha infatti dichiarato decaduto tutto il provvedimento sulle Infrastrutture che conteneva sia l’esenzione che la riforma dell’Anas. Entrambe le norme ora rischiano di non entrare in vigore prima del 2006, con conseguenze, per quanto riguarda l’Anas, sul deficit 2005 per circa tre miliardi, lo 0,2% del Pil.

              Già votato al Senato e in scadenza lunedì, il decreto è saltato perché il governo non ha dato alla Commissione Bilancio le risposte necessarie sulla copertura. Fonti della maggioranza garantiscono che le due norme saranno però recuperate nel maxiemendamento alla Finanziaria o comunque durante la sessione di bilancio. Tanto più, spiegano, che il governo avrebbe già deciso di allargare l’esenzione alle altre confessioni religiose. Insomma, la spiegazione ufficiale è che il governo, preso fra la Finanziaria e la legge elettorale, aveva bisogno di altro tempo per mettere a punto le norme.

                Resta il fatto che dal ministero dell’Economia non è arrivata nessuna comunicazione in tempo per approvare il decreto. «La Commissione si è riunita più volte ma non è stata in grado di darmi mandato. Non sono state superate le obiezioni mosse al governo sulla copertura», ha detto il relatore Ettore Peretti dell’Udc. «Non siamo nelle condizioni di andare in aula». Il decreto scadeva lunedì, esattamente a sessanta giorni dall’approvazione da parte del governo del decreto in pieno agosto, al riparo dal rischio di polemiche poi puntualmente scoppiate.

                  Il decreto prevedeva in buona sostanza l’esenzione dal pagamento della tassa per tutti gli immobili di proprietà della Chiesa, anche se solo con finalità religiose o adibiti ad uso commerciale. Al di là della discriminazione denunciata dal mondo laico e dalle altre confessioni religiose, alla notizia del decreto erano insorti anche i Comuni per la perdita secca di gettito sulla più cospicua delle tasse comunali.
                  Secondo una stima dell’Anci il decreto avrebbe sottratto ai Comuni almeno trecento milioni di euro. Solo a Roma, rogiti alla mano, la titolarità dei beni della Chiesa vale tra l’1,5 e il 2% dei novecento milioni del gettito che ogni anno entra nelle casse del Campidoglio con l’Ici. Con il meccanismo della retroattività, gli enti ecclesiastici avrebbero potuto ottenere persino il risarcimento degli ultimi cinque anni di tassazione (dopo sarebbe scattata la prescrizione). Insomma, un ammanco solo per le casse del Comune di Roma di almeno ottanta-novanta milioni di euro.
                  Per di più nel frattempo erano insorte anche le altre confessioni religiose. Non più tardi di ieri a denunciare nuovamente la disparità di trattamento erano stati i Valdesi. «Questa volta la lobby cattolica l’ha fatta grossa», diceva Maria Bonafede. «L’elargizione del privilegio alla chiesa cattolica e solo a loro, costituisce infatti una violazione palese del principio di eguaglianza sancito dall’articolo tre della Costituzione, che non tollera discriminazioni fondate su distinzioni di religione». Di tutt’altro avviso ovviamente la Chiesa e la Conferenza episcopale. Il quotidiano dei Vescovi, l’Avvenire, nei giorni scorsi aveva parlato addirittura di «disinformazia», di «un’incredibile campagna di stampa tesa ad accreditare l’ipotesi del tutto infondata che la sola Chiesa cattolica non pagherà l’Ici per i suoi beni». Invece, scrivevano i Vescovi, «le esenzioni per alcuni beni sono applicate dal 1992 e riguardano anche altri soggetti che abbiano firmato accordi con lo Stato».

                    Conseguenze per il bilancio dello Stato le minaccia invece lo slittamento della riforma dell’Anas, già oggetto di controversia fra il Governo, la Commissione europea ed Eurostat. Anche se la norma verrà recuperata, ciò che è compromessa è l’uscita dell’azienda dal perimetro della pubblica amministrazione entro la fine di quest’anno. La Finanziaria 2005 aveva valutato la norma in circa tre miliardi di euro, vale a dire almeno lo 0,2% del rapporto deficit-Pil. Ciò significa in buona sostanza un buco di quella entità sul deficit 2005.