“Finanziaria” Questa manovra è giacobina

26/10/2006
    gioved� 26 ottobre 2006

    Pagina 4

      FINANZIARIA 1. LA CONTRAPPOSIZIONE NON � TRA CAPITALE E LAVORO MA TRA RICCHI E POVERI

        Di Gianfranco Polillo

          Altro che lotta di classe,
          questa manovra � giacobina

            Condivisibili, bench� male indirizzate, le critiche di Montezemolo. Le misure prese poggiano su un malinteso senso del solidarismo, quando invece ci sarebbe stato bisogno di riforme vere. E proprio mentre l’Italia ha cominciato a rimettersi in moto

              La luna di miele del governo Prodi con il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo si � interrotta bruscamente sull’onda di una dura dichiarazione, piombata come un macigno, sul convegno della Margherita. La finanziaria � una legge senza cuore e senza anima, ha tuonato il presidente di Confindustria. Perch� sono �riemerse vecchie locuzioni classiste che dividono il Paese�. Ne siamo sicuri? Siamo certi che questa gloriosa bandiera della sinistra – la lotta di classe – sia la chiave interpretativa pi� giusta per scandagliare la manovra del governo? Abbiamo forti dubbi in proposito. Nell’epoca del fordismo – il periodo che va dagli anni Trenta alla fine degli anni Ottanta – il conflitto sociale fu arma importante per far progredire l’Italia. Se non vi fosse stato, il nostro capitalismo sarebbe rimasto quello dell’epoca fascista. Quando, appunto, la lotta di classe era bandita perch� ritenuta antinazionale. Allora la societ� italiana era dominata da un blocco protezionista – quello degli agrari e dei siderurgici – che contrastava sia i sindacati, che ogni ipotesi di apertura del Paese alla concorrenza internazionale.

              La battaglia fu vinta grazie agli sforzi congiunti di uomini illuminati – Ugo La Malfa e il conte Sforza – e l’appoggio del movimento operaio che pieg� la resistenza della Confindustria, allora diretta da Costa. Non fu un incidente della storia. Ma la conseguenza di un processo che trovava alimento anche, se non soprattutto, nel conflitto sociale. Movimento progressivo quindi. Che seppe coniugare la spinta degli emarginati con un profondo rinnovamento culturale dell’establishment economico. Le industrie di punta del capitalismo italiano – la meccanica soprattutto – utilizzarono questa forza per battere il conservatorismo. Lo fecero non per altruismo. Ma per difendere i propri interessi: profitti che nascevano non dall’immobilismo, ma dalla capacit� di intraprendere e investire. Rendendo cos� compatibile la crescita dei salari, che il conflitto alimentava, con la pi� generale stabilit� economica del Paese.

              Questa � stata la lotta di classe, nella storia nazionale. Ve ne � traccia nella finanziaria? La sua analisi puntuale dimostrerebbe il contrario. Secondo i dati del ministro dell’Economia, le risorse destinate allo sviluppo sono pari a 7 miliardi di euro, cui corrisponde, secondo nostri calcoli, un aumento del carico fiscale di circa 10. Le aziende ricevono, il cittadino paga. Pagano, ovviamente, anche gli imprenditori. Ma solo e in quanto cittadini secondo la loro scarsa – almeno a giudicare dalle statistiche che circolano – capacit� fiscale. Non si pu� quindi dire che la manovra incida significativamente sui livelli di profitto. E allora? Da dove nasce l’insoddisfazione?

              Montezemolo ha ragione nel denunciare una mancanza di visione complessiva. Ma essa non deriva tanto dalle �locuzioni classiste�, quanto da un malinteso senso di solidarismo. E’ questo il vero asse della manovra, che si ritrova, del resto, nel lessico di tanti esponenti governativi. Dove la contrapposizione non � tra �capitale� e �lavoro�, bens� tra �ricchi� e �poveri�. Classificazione incerta. Come dimostra il tentennamento intorno alla soglia che si dovrebbe superare per acquisire un qualche beneficio o per non subire ulteriori salassi. Distinzione difficile nell’epoca della globalizzazione in cui la ricchezza si smaterializza e i parametri fiscali sono in ritardo rispetto ai processi reali. In simili circostanze, manipolare ulteriormente le regole del mercato, creando ulteriori distorsioni tra il salario netto e quello lordo, � operazione difficile e spesso controproducente. Che rischia di premiare chi evade il fisco, piuttosto che realizzare una equit� effettiva. Occorre, quindi, rinunciare a ogni intervento? Non � questo il punto. La solidariet�, nell’epoca moderna, non � il rozzo egualitarismo, per dirla con Massimo D’Alema. E’ garantire maggiori opportunit�. E’ dare servizi pubblici degni di questo nome. E’ far crescere l’economia. E’, in altre parole, fare quelle riforme di cui non c’� traccia in questa finanziaria. Dove invece ha prevalso – ed � questo un secondo aspetto – una visione giacobina. Lo Stato, che interviene dall’alto, per decidere, appunto, chi � povero e chi � ricco. Per aiutare i primi, con risorse assolutamente insufficienti, e penalizzare i secondi. Ma sta proprio in questa sproporzione – la limitatezza del beneficio contro un costo pi� consistente a carico dei pi� abbienti – la vendetta del mercato. Perch� il gioco, sia dal punto di vista economico che politico, non � a saldo zero. Ma negativo.

                L’irritazione di Montezemolo, anche se male indirizzata, deve essere, quindi, compresa, se non addirittura condivisa. Il Dpef proiettava un film completamente diverso. Ma soprattutto il Paese, dopo una lunga stagnazione, si muoveva con un passo pi� lungo. Toccato il fondo della crisi, aveva ripreso a investire, a esportare, comprimendo i prezzi e rinunciando a parte del guadagno immediato per conquistare nuove posizioni. Ne aveva beneficiato l’occupazione, in crescita dopo la flessione dell’anno precedente, e le stesse casse dello Stato: ridondanti di maggiori entrate non previste, n� prevedibili. L’Italia, in altri termini, si era rimessa in moto. Con fatica. Nell’incertezza data da un sistema politico inadeguato. Facendo leva solo sulle proprie forze. Una speranza che rischia di andare delusa. Montezemolo, l’uomo prudente che tutti conosciamo, ha avvertito questo pericolo. E lanciato il suo j’accuse.