“Finanziaria” Pioggia di dubbi sulla copertura

05/10/2005
    mercoledì 5 ottobre 2005

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      RISANAMENTO – LE AGENZIE DI RATING: LONTANO IL 3%

        Pioggia di dubbi sulla copertura
        «Il deficit salirà»

          Stefano Lepri

            ROMA
            Gira un commento tra gli economisti: i sindaci strillano perché i tagli più veri sono quelli che colpiscono loro. Difficile capire che cos’è la nuova legge finanziaria finché si rimane dentro il frastuono della politica, tra gli autoelogi panglossiani della coalizione di governo («la manovra migliore possibile») e le due tesi contrastanti tra cui – come sempre negli autunni di bilancio – oscilla l’opposizione: manovra di sacrifici spietati oppure manovra inefficace a risanare la finanza pubblica in dissesto. Gli esperti che ci si sono applicati tendono a ritenere che sia più vicina al vero la seconda.

              Stando alle cifre ufficiali, i tagli imposti agli enti locali corrispondono grosso modo alla loro parte nella spesa pubblica complessiva: non si tratta, in proporzione, di un sacrificio più grave che per altre branche dell’amministrazione. Ma sarà più facile effettuarli perché basta ridurre i trasferimenti dello Stato a Comuni, province e Regioni. Invece i ripetuti tentativi di riduzione delle spese dell’amministrazione centrale negli anni scorsi si sono tradotti in successi solo temporanei, come il «taglia-spese» del 2002 dopo il quale la spesa si è gonfiata nel 2003, o in insuccessi come sta accadendo alla regola del 2% di Domenico Siniscalco. In un modo o nell’altro, pare, i ministeri riescono ad aggirare i tagli.

                Dagli analisti finanziari di Londra il responso è abbastanza concorde: il deficit pubblico 2006, invece di essere contenuto al 3,8% del pil come è nell’obiettivo del governo, violerà le regole europee ancor più che nel 2005, attestandosi tra il 4,5 e il 5%. «Non è una legge finanziaria così elettorale come si era temuto – ha detto ieri Nick Eisinger della Fitch, una delle tre grandi agenzie di rating del rischio – ma non è in grado di rispettare le richieste fatte da Bruxelles nell’ambito del Patto di stabilità».

                  La prima verifica internazionale sulla credibilità della manovra sarà la visita della missione del Fmi a fine mese: secondo le cifre provvisorie già uscite, anche nell’ipotesi di un pieno funzionamento della legge finanziaria 2006 per raggiungere l’obiettivo concordato con l’Europa occorrerebbero tagli permanenti per altri 5 miliardi di euro (una somma equivalente all’intera decurtazione di cui sostengono di essere vittima gli enti locali). E già il massiccio recupero di entrate dall’evasione fiscale pare dubbio. Del resto, un esperto di finanza pubblica come Piero Giarda, docente alla Cattolica di Milano, sostiene che non funzionerà l’incentivo ai Comuni pari al 30% delle somme che aiuteranno a recuperare: perché i Comuni «hanno smantellato i loro uffici, non hanno capacità in questo campo» salvo per quanto riguarda l’Ici.

                    Un sollievo ai conti del 2006 potrebbe darlo il ritardo di alcune misure che al momento restano conteggiate nel bilancio 2005, come la cartolarizzazione di immobili Scip-3 (1 miliardo di euro) o la cessione fittizia delle strade da parte dell’Anas (all’esame del Parlamento, inserita di straforo nella legge di conversione di un decreto). E un eventuale successo delle misure per il 2006 va misurato sui numerosi espedienti per rinviare oneri agli anni successivi.

                      Per esempio i tagli alla sanità, 2,5 miliardi di euro – scrivono gli economisti Riccardo Faini e Giuseppe Pisauro sul sito internet lavoce.info – presumibilmente daranno origine, come è avvenuto in simili casi nel passato, alla formazione di un disavanzo sommerso (in sostanza, debiti non pagati delle Asl) che poi dovrà essere ripianato negli anni successivi; anche qui come nel resto della finanza locale «è difficile pensare di poter realizzare obiettivi così ambiziosi comunicandoli alle Regioni solo 48 ore prima della presentazione in Parlamento della Finanziaria».

                        Anche altre misure implicano oneri per gli anni successivi. Per esempio, le imprese non protestano contro i 660 milioni di euro che dovranno pagare in più per la rivalutazione fiscale dei beni di impresa, perché consentirà di ridurre i loro oneri tributari dal 2008.