“Finanziaria” La tregua Tremonti-imprese

29/09/2005
    giovedì 29 settembre 2005

      Pagina 3 – Economia

      IL RETROSCENA

        Il ministro del Tesoro incontra una seconda volta Montezemolo e Billè, ma non i sindacati

          La tregua Tremonti-imprese
          "Più soldi, ma non ci attaccate"

            I sospetti di Epifani: "Per la prima volta da dieci anni Confindustria e Confcommercio non hanno aperto bocca"
            Ma l´assalto alla diligenza è già partito Tensione a Palazzo Chigi tra Lega e Udc sulle risorse per il Mezzogiorno

              ROBERTO MANIA

                ROMA – «Noi ci impegniamo a non fare una manovra elettorale e tutto quello che c´è, al netto della correzione del deficit, lo mettiamo per le imprese. Cerchiamo, però, di condividerne gli obiettivi di fondo». Parlano così Gianni Letta e Giulio Tremonti con Luca di Montezemolo, prima, e con Sergio Billé poco dopo. A Palazzo Chigi va in scena il secondo tempo degli incontri con le parti sociali dopo il primo affollatissimo, e pro forma, di martedì sera. Sono questi ristretti "faccia a faccia" che servono (e che contano) per riacciuffare il consenso del sistema delle imprese, dopo le bordate contro l´inerzia del governo per arginare la crisi economica, arrivate in estate da Confindustria e Confcommercio. Silvio Berlusconi ha così lanciato l´operazione recupero in vista delle elezioni.

                A recuperare l´altra parte del tavolo (quella dei lavoratori) ci vuole pensare direttamente lui insieme agli alleati anche se a corrente alternata (An, Udc, Lega, ciascuno con il proprio bacino sociale e territoriale di riferimento), senza la mediazione sindacale, come ha già fatto con la riduzione delle aliquote Irpef. Cgil, Cisl e Uil, infatti, le considera alleate dell´opposizione. Un po´ come gli enti locali, soprattutto se governati dal centrosinistra. Dunque, un´operazione all´insegna di una marcata, e ricercata, asimmetria.

                I presidenti Montezemolo e Billé tacciono, nel primo e nel secondo tempo. E ha ragione di sospettare, il leader della Cgil, Guglielmo Epifani: «Per la prima volta, in dieci anni che seguo la Finanziaria, Confindustria e Confcommercio non hanno aperto bocca. È un silenzio strano». Strano, ma spiegabile. Come l´ha spiegato Montezemolo ai suoi: «Per una riduzione strutturale dell´Irap spalmata su tre anni non ci sono le coperture. Meglio, allora, una riduzione secca di un punto del costo del lavoro. Purché sia strutturale». E in attesa di capire se sarà così, meglio – dice – «il silenzio stampa». Come quello concordato con Billé la sera prima nella Sala Verde del terzo piano di Palazzo Chigi. Tanto la riforma Irap arriverà, perché sarà la Corte di Giustizia europea ad imporcela.

                Per recuperare «la grande fascia del reddito fisso» (come la chiama il premier nel suo discorso a Montecitorio sulle dimissioni di Siniscalco) e che comunque beneficerà del taglio al costo del lavoro, il calcio di inizio non è stato ancora fischiato. La vera partita si giocherà proprio in Parlamento, con il classico assalto alla diligenza a ridosso dell´appuntamento elettorale. Ma il "riscaldamento", cominciato ieri, ha fatto già capire quali saranno gli schemi di gioco. Nella lunghissima riunione di maggioranza a Palazzo Chigi (cominciata nel pomeriggio, interrotta dopo tre ore e mezzo e poi ripresa in nottata) è via via salita la tensione per la preoccupazione espressa dagli uomini dell´Udc (in particolare il senatore Ivo Tarolli) per gli effetti che i tagli ai trasferimenti agli enti locali avranno soprattutto nelle regioni meridionali, dove i post-democristiani mantengono ancora diversi insediamenti elettorali significativi. «I loro soliti mugugni quando si decide di intervenire sulle spese assistenziali», tagliava corto il leghista di turno. Tra i quali ha agitato un po´ le acque il sottosegretario all´Economia, Daniele Molgora quando ha dichiarato che per la Lega il taglio dell´Irap «restava fondamentale». «Sei rimasto un giro indietro», gli ha spiegato a Palazzo Chigi il ministro del Welfare, Roberto Maroni, certo di portare in porto tra oggi e domani anche la riforma del Tfr. L´operazione sul cuneo fiscale e contributivo aveva da tempo l´imprimatur del Carroccio perché, diversamente da una riduzione dell´Irap, produce benefici a tutte le imprese, anche a quelle artigiane più piccole del profondo nord.

                Nella partita parlamento bisognerà osservare con particolare attenzione i centristi. Anche sulla Finanziaria. Ieri, per cominciare, si sono dedicati al movimento a tutto campo. Rilanciando la tassazione delle rendite finanziarie (che Forza Italia e Lega aborriscono), lanciando l´allarme Mezzogiorno e quello sui redditi dei dipendenti pubblici, fino a pronunciare esplicitamente la parola vietata: "condono". Quello di Ettore Peretti, membro del Dipartimento economico del partito di Follini, è stato quasi un ossimoro: «In generale siamo contrari ai condoni ma li condividiamo, soprattutto quello contributivo, nel caso in cui vadano a finanziare investimenti sociali». Ma se sarà condono, non sarà previdenziale perché i crediti Inps sono stati già tutti cartolarizzati. Dunque sarà la riapertura del termini per il condono fiscale per il 2003-2004, di cui si parlava con insistenza ieri, e senza più remore, tra i parlamentari della Casa delle libertà. «Morte ai condoni», ha proclamato il ministro di An, Gianni Alemanno. Ma l´appuntamento, per tutti, è in Parlamento.