Finanziaria, governo in tilt – Da riscrivere 12 proposte su 14

02/12/2009

Doveva essere l’anno del sostegno al lavoro, nei dodici mesi in cui la coda della crisi si abbatte pesantemente sull’occupazione. Ma a leggere il «pacchetto Sacconi» alla Finanziaria 2010 alla fine per l’occupazione si ritrovano «misure spot e i soliti soldi riciclati»,commenta Cesare Damiano. Non solo perché gran parte di quel miliardo e 100 milioni destinato alle politiche del lavoro (appena un ottavo della manovra) proviene dallo scudo fiscale (circa 970 milioni). Ma soprattutto perché nella miriade di misure proposte ci sono molti spostamenti di risorse (come quelle sulla formazione prelevate senza confronto sindacale), riutilizzo di fondi già avviati (quelli per la cig), tagli improbabili al fondo sociale e alle invalidità; riproposizioni di materie già inserite in altri provvedimenti (come lo staff leasing), slogan sul sussidio per la disoccupazione per i Cocopro che sale al 30% ma resta vincolato a una fiotta rete di paletti, aiuti agli ultra 50enni lasciati a casa dalla crisi, ma solo se hanno già 35 anni di contributi. Insomma, un marasma senza un senso complessivo preciso, che aiuterà una platea ristretta di lavoratori, un intervento, «inadeguato e al di sotto delle esigenze di un anno di crisi», aggiunge Fulvio Fammoni della Cgil. Tanto che il «pacchetto» (rimasto congelato dal filtro dell’ammissibilità) pare proprio contro il lavoro, e in favore di altri interessi.
L’attacco ai diritti dei lavoratori, per la verità, parte dal comma precedente, quello sulla giustizia. La manovra, infatti, introduce una tassa anche sulle cause di lavoro, finora rimaste escluse dal prelievo. Si arriva a dover pagare fino a mille euro per chiedere giustizia. «Così si colpiscono le fasce più esposte alla crisi – attaccano Donatella Ferranti e Damiano – Si tratta di una norma che ricade esclusivamente sui lavoratori, i pensionati e gli invalidi». E non solo. «È
un colpo per il sindacato – aggiunge Pier Paolo Baretta – che finora ha fornito assistenza gratuita».
L’altro fronte di attacco al lavoro si concentra sul finanziamento delle agenzie private di collocamento, con dei bonus per ogni lavoratore collocato. L’aiuto è di 1.200 euro per un contratto a tempo indeterminato, 800 euro per un tempo determinato e tra 2.500 e 5.000 euro se si colloca un portatore di handicap. La spesa complessiva si aggira intorno ai 200 milioni. Mentre si «regala» una pioggia di bonus ai privati, nel Bilancio pubblico si taglia di 726 milioni la voce «inserimento lavorativo e sostegno all’occupazione e al reddito». A questo punto il re è nudo: si sostiene l’intermediazione privata (non il lavoratore), quella dei colossi come Adecco o Manpower, a danno di quella pubblica, che pure finora ha lavorato meglio. A dimostrarlo i dati Istat relativi agli anni 2004 e 2007. Cinque anni fa circa il 35% dei lavoratori si è rivolto a un centro per l’impiego pubblico, mentre ha utilizzato lo sportello privato meno del 20%.
Due anni fa il pubblico è sceso attorno al 30%, mentre il privato è salito attorno al 20%. Resta tuttavia il dato complessivo: in Italia (osserva l’Istat) il canale privilegiato da lavoratori e aziende è quello informale, il cerchio delle conoscenze e dei contatti familiari. Quasi l’80% dei cittadini trova lavoro in questo modo: un sistema iniquo, perché avvantaggia sempre il più protetto e mai il più bravo. L’attività delle agenzie interinali non sembra aver scalfito questa abitudine. Tutta la partita delle agenzie sarà gestita da Italia lavoro Spa, l’agenzia del Tesoro che collabora con il ministero per la sperimentazione in campo di politiche del lavoro.
un’altra Spa (dopo quella della Difesa) a cui di concede un gruzzoletto da gestire, fuori dal bilancio e dal controllo pubblico. In ogni caso «lascia di stucco il fatto che il governo pensi di risolvere il problema occupazione – continua Damiano – con un bonus alle agenzie. Forse sarebbe stato meglio favorire le aziende che stabilizzano i lavoratori».