“Finanziaria” G.Epifani: «Hanno fatto una manovra elettorale e furba»

03/10/2005
    lunedì 3 ottobre 2005

      Pagina 3

      Epifani

        «Hanno fatto una manovra elettorale e furba
        Dai sindacati serve una risposta unitaria e forte»

          Intervista
          Roberto Giovannini

            ROMA
            La parola «sciopero» è nell’aria. Stamani Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, ne discuterà con i suoi colleghi di Cisl e Uil, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti. «Cosa proporrò? Questa – risponde il leader Cgil – è una Finanziaria sbagliata e totalmente inaccettabile, a cui il sindacato deve rispondere. Come, lo decideremo insieme. Per i giudizi che abbiamo dato, per le proposte che abbiamo fatto, mi pare che la manovra meriti da parte nostra una iniziativa di risposta forte».

              Segretario, sarà sciopero generale?

                «Vedremo. Per me è fondamentale che la risposta sia decisa unitariamente. Come ha detto giustamente Pezzotta, questa Finanziaria è anche peggio di quello che potevano immaginare».

                  Eppure, sembra costruita con abilità. A partire dal taglio dei compensi ai “politici”.

                    «Contrariamente a quel che ha detto Berlusconi, mi pare una manovra tipicamente elettorale e furba: tenta di nascondere la gravità dello stato dei conti pubblici, generata dalle scelte del governo, tenta di nascondere i tagli, trasferendoli sulle spalle di Regioni e Comuni. E poi, con l’intervento sul ceto politico, va incontro a un diffuso sentimento popolare. Anche se per quattro anni non si era fatto niente in proposito. Detto questo, è una Finanziaria che esprime contraddizioni che la “furbizia” non riesce a nascondere. E solleva dubbi forti, quando si parla di grandi incassi dalla vendita degli immobili, in un mercato non certo favorevole».

                      Quali contraddizioni?

                        «Si peggiorerà la condizione reale delle persone. Verrà toccata parte della domanda di servizi sociali “locali”, che si tratti di asili nido, di assistenza, di investimenti nelle aree urbane, di mense scolastiche o trasporti pubblici. E poi soprattutto non si risponde ai problemi dei tanti italiani che in questi anni hanno visto peggiorare le proprie condizioni. Pensioni, politiche sociali, restituzione del fiscal drag, non c’è nulla. E trovo anche un po’ insultante che l’unico capitolo su cui il governo ha deciso di non decidere sia quel modestissimo miliardo e spiccioli per interventi sociali».

                          Insultante?

                            «Sì, perché parliamo di un importo che ha le dimensioni di una mancia, poco più di 2.000 miliardi di vecchie lire. E perché non è stato nemmeno definito un criterio per erogarli, dopo aver fatto trapelare indiscrezioni mirabolanti su “bonus” di ogni risma e aumenti delle pensioni».

                              L’unica misura che ha un impatto oggettivamente significativo è il taglio del costo del lavoro.

                                «Lo riconosco: la riduzione degli oneri impropri è una delle pochissime cose condivisibili, in un mare di tagli e di “dimenticanze”. Ma erano quattro anni che il sindacato la chiedeva, a un governo che fino a qualche settimana fa ancora insisteva con l’idea di tagliare l’Irap. Va bene, ma sono arrivati molto tardi. Ovviamente, se si metterà il tutto a carico della fiscalità generale, senza tagli alle prestazioni sociali. Spero che questa novità spinga Federmeccanica a rinnovare finalmente il contratto dei metalmeccanici».

                                  Confindustria parla di Finanziaria «responsabile». Condivide?

                                    «Serve sempre di meno per accontentare Confindustria. Capisco che il taglio del costo del lavoro sia l’unico risultato che gli imprenditori portano a casa in quattro anni. Dico solo che è una goccia nel deserto. E che altri governi, in Francia e Germania, varano ben’altre politiche di sostegno alla crescita».

                                      Ma la realtà dei conti pubblici non permetteva grandi spazi d’azione, si dice.

                                        «Vero. Ma di chi è la colpa se il paese non cresce da cinque anni, se i numeri della finanza pubblica peggiorano sistematicamente? È il governo ad aver fatto peggiorare la situazione economica e sociale del paese, ad essersi messo in una situazione senza via d’uscita. E ora, arriva una Finanziaria totalmente inaccettabile, che non sostiene redditi, consumi o investimenti. E che merita una risposta all’altezza della situazione».

                                          Che giudizio del ritorno di Giulio Tremonti all’Economia? Dicono che sia cambiato, più gioviale e “collegiale”…

                                            «Sarà, ma le politiche sono le stesse. Condoni faceva prima, condoni prova a fare adesso. Non sosteneva lo sviluppo prima, non lo fa ora. Cambiano le forme, ma non la sostanza».

                                              Che significa l’uscita di scena di Domenico Siniscalco?

                                                «La mia impressione è che Siniscalco volesse puntare in questa fase su politiche di maggiore rigore. La maggioranza non era d’accordo, e si è ripresa i suoi spazi e le sue prerogative, alla vigilia di elezioni rischiose».

                                                  Tremonti riuscirà in questi mesi a pacificare il centrodestra, sul versante delle politiche economiche?

                                                    «Più che Tremonti, avrà effetto la paura di perdere le elezioni, di dover andare a casa. Il tentativo di sopravvivere e la speranza della rimonta. Ma in un paese che è sempre più lontano e distante da questo governo e da questa maggioranza».

                                                      Segretario, parliamo di legge elettorale? È scandalosa l’idea di una riforma proporzionale?

                                                        «È una ferita. Non per la soluzione ipotizzata, ma perché viene assunta a pochi mesi dal voto con l’obiettivo di alterare un risultato che condannerebbe questo governo e questa maggioranza. Tentare di cambiare le regole del gioco per avere un vantaggio è una mossa sleale».

                                                          Una mossa che evidenzia anche problemi e incertezze del centrosinistra, no?

                                                            «Non c’è dubbio che nell’Unione sul tema dei metodi elettorali c’erano e ci sono idee differenti. E che questo tentativo palesi ancora di più il ritardo programmatico del centrosinistra. Ma resta la sostanza: è una mossa sleale».

                                                              Altro problema del centrosinistra, la questione del rapporto con la Chiesa, esploso sul caso dei “Pacs”. Che ne pensa?

                                                                «Evitiamo le polemiche di cortile. La soluzione dei Pacs prospettata da Prodi è l’unica di buon senso, in grado di tenere insieme opinioni diverse e salvaguardare i diritti delle persone. Ogni altra soluzione tecnica è sbagliata. Ma la Cgil lo dice da tempo».

                                                                  A sinistra c’è chi parla di integralismo, di assalto al laicismo. È così?

                                                                    «Non sono particolarmente impressionato dal fatto che la Chiesa parli: è suo dovere farlo. Ma in alcuni casi mi pare che ci sia stato un sovrappiù, un andare sopra le righe. Credo che tocchi ai laici, con rigore, esercitare determinazione ma anche pazienza nei confronti di questi eccessi. Dobbiamo tener fermo il valore della laicità dello Stato, anche come condizione di rispetto di tutte le opinioni e dei valori fondanti della nostra Repubblica. Su questo, cattolici e laici si possono ritrovare».