Fiducia sul welfare, coalizione spaccata

29/11/2007
    giovedì 29 novembre 2007

    Pagina 2 – Economia

    Fiducia sul welfare, coalizione spaccata

      Fassino: dal ddl solo miglioramenti. Pagliarini lascia la presidenza della commissione Lavoro

        di Bianca Di Giovanni/ Roma

        OK ALLA FIDUCIA Alle 8,30 di sera passa alla Camera la fiducia sul welfare con 326 sì contro 238 no. Il governo si salva, ma esce indebolito da uno dei voti più difficili della sua storia tormentata. Nelle dichiarazioni di voto tutti i gruppi di maggioranza (salvo il Pd con Piero Fassino, che elenca tutte le misure in favore dei deboli finora varate dal governo) esprimono un disagio profondo per il testo imposto all’Aula. Obiezioni a cui Palazzo Chigi è costretto a replicare in serata. Il Pdci, dopo una lunga riunione, decide di votare la fiducia ma d’ora in poi valuterà di volta in volta le sue decisioni. L’adesione non è scontata. Rifondazione insiste per una verifica programmatica in gennaio. I socialisti invocano un Prodi bis con l’anno nuovo. Anche alla Camera, come in Senato, qualche «pezzo» si sfila: non votano la fiducia né Cannavò, né Capezzone. Il presidente della commissione lavoro, Gianni Pagliarini, rimette il mandato, visto che la commissione «era giunta ad una sintesi preziosa in grado di perfezionare e migliorare il protocollo del 23 luglio». Sintesi che non è stata recepita in toto nel testo finale, che pure viene modificato rispetto a quello originario. Insomma, è chiara la vittoria della parte più centrista, anche se c’è da ricordare che i due emendamenti eliminati (sul tetto alla proroga dei contratti a termine e sui turni notturni per gli ususranti) erano stati presentati dall’intera maggioranza, non solo dai partiti di sinistra. Tant’è che a fine giornata il ministro Cesare Damiano insiste: «Il parlamento non è stato esautorato. Il testo recepisce anche le modifiche della commissione».

        Oggi passeranno l’esame dell’Aula gli ordini del giorno e si procederà al voto conclusivo. Poi il ddl passerà al Senato, altro campo di battaglia. Ma Anna Finocchiaro assicura: «Non vedo rischi per quel testo a palazzo Madama».

        Come dire: i giochi sono già fatti. E sono stati davvero duri. Nell’Aula di Montecitorio sono volate parole grosse. «La delusione è grande – dichiara Oliviero Diliberto – Se il Parlamento è tenuto sotto ricatto da Dini e un altro senatore, cosa deve fare la sinistra? Smettere di svolgere il proprio ruolo?». La ferita con il Pdci non si ricuce neanche in serata, quando dalla sede del governo trapela l’auspicio che Pagliarini revochi le sue dimissioni. «Prodi doveva pensarci prima – dicono i comunisti – Con lui un dissenso politico». Anche Franco Giordano non è morbido: «Il programma dell’Unione non esiste più. Oggi il Parlamento subisce uno smacco. Votiamo per evitare che entri in vigore lo scalone Maroni, non per un vincolo politico che non c’è piu». Anche Giordano fa un cenno a Dini: che vada lui nelle assemblee di fabbrica, che parli lui oggi dei giovani precari, visto che per mesi ha usato l’argomento del conflitto generazionale sulle pensioni. Insomma, il diktat dei diniani pesa come un macigno. Anche se, c’è da dire, che il nijet a modifiche pesanti è arrivato anche dai sindacati oltre che da Confindustria.

        L’ultimo intervento spetta a Fassino, che abbassa i toni e si aggrappa ai fatti. «L’approvazione di questo provvedimento mette a regime l’aumento delle pensioni, determina condizioni di stabilità e mette in campo misure che contrastano la precarietà. Per la prima volta – dichiara l’esponente dei democratici – abbiamo un provvedimento che non si occupa solo dei padri, ma anche dei figli. Si riprende la concertazione con le parti sociali e con questo accordo si supera lo scalone e si tiene conto delle specificità di alcuni lavori definiti usuranti». Fassino bypassa tutte le questioni procedurali, ed elenca le misure una ad una: anche quelle già avviate con la finanziaria scorsa e con l’ultima manovra. Insomma, oggi la situazione dei giovani precari è migliore rispetto a quella di un anno fa, sostiene l’ex segretario diessino. In serata Palazzo Chigi lascia filtrare commenti distensivi. Il ricorso al voto di fiducia «non è stata una scelta per sottostare a ricatti. Il premier si assume in toto la responsabilità delle decisioni prese che hanno portato ad un voto che cambia in meglio il volto del paese».