Fiat e diritti in tempo di crisi. Sia la politica a dare risposte

10/01/2011

Il bell’articolo di Stefano Fassina (pubblicato venerdì scorso sull’Unità) sulla situazione Fiat mi induce a qualche considerazione. Innanzitutto vorrei notare che nel clamore del dibattito sulla Fiat passano inosservate notizie quali la recente vittoria di Fincantieri di una importante gara per la vendita di navi in Usa. Certamente ci sono altre imprese italiane che rispettano i contratti nazionali e riescono a difendere ed aumentare le quote di mercato in tempo di crisi puntando su una vera capacità di innovazione e sulla qualità dei loro prodotti. Il rischio è di passare invece per innovatrici imprese che perdono quote di mercato e che spacciano per aumento della produttività l’aumento dello sfruttamento del lavoro. C’è un’affermazione di fondo nell’articolo di Stefano: i lavoratori ed i loro sindacati si trovano in una situazione senza una effettiva possibilità di scelta. D’altro canto non bisogna dimenticare che cinque anni fa la Fiat era praticamente fallita e che l’intera economia italiana versa in una situazione di quasi stagnazione da ben prima che cominciasse la crisi mondiale. Fasi di prolungata stagnazione o addirittura di recessione o depressione non sono favorevoli ai lavoratori. Le lotte sono necessarie ed in determinati casi possono dare risultati, ma non è possibile immaginare un cambiamento generale dei rapporti di forza solo con le lotte sindacali. Eppure l’esperienza della crisi più simile all’attuale, quella degli anni ’30, mostra che proprio durante la grande depressione in due realtà importanti, gli Usa ed il blocco dei paesi scandinavi, fu realizzato un grande avanzamento della democrazia e del potere dei lavoratori. Tale avanzamento avvenne però per via politica con la vittoria di Roosvelt negli Usa e l’ascesa al potere dei partiti socialdemocratici per la prima volta e simultaneamente in tutti i paesi scandinavi. Negli anni ’30 vinsero le forze riformiste che seppero rompere con l’ortodossia economica e seppero immaginare un modello di sviluppo diverso. L’uso del deficit pubblico per sostenere la domanda fu solo una leva per favorire un complesso di innovazioni che cambiarono la natura del capitalismo e aprirono la strada, negli Usa, all’american way of live e nei paesi scandinavi e poi in Europa, allo Stato sociale. Il mondo del lavoro fu componente essenziale dei blocchi sociali che portarono al potere Roosvelt ed i socialdemocratici scandinavi, mail successo non sarebbe stato possibile senza l’alleanza con quella parte del mondo imprenditoriale che era disponibile all’idea di un diverso modello di sviluppo. Anche ora, in un contesto molto diverso, il problema centrale è il cambiamento del modello di sviluppo. Il guaio per il mondo del lavoro in Europa ed ancor più in Italia è di non avere finora a riferimento un ceto politico riformista all’altezza di questa sfida. Sfida che comporta la soluzione di alcune questioni molto complesse quali: come si fa a dare vita ad una distribuzione del reddito più giusta e che consenta un’adeguate crescita della domanda interna senza che ciò comporti, come è avvenuto negli ultimi trenta anni, l’aumento sistematico del debito privato e pubblico; con quale politica industriale si può stimolare un salto di qualità dell’apparato produttivo ed una riduzione dello squilibrio Nord-Sud; come si può passare a stili di vita ed a politiche che affermino uno sviluppo trainato non dalla crescita dei consumi privati,ma dal potenziamento dei beni pubblici in una situazione deteriorata del bilancio pubblico; come si organizza un mercato del lavoro che sia confacente alla realizzazione dei precedenti obbiettivi. Credo che di questo dovrebbe occuparsi un ceto politico riformista che voglia fare il proprio mestiere evitando di identificarsi con operai costretti a votare in condizioni di necessità.