Fiat bocciata, non si licenziano gli operai

11/08/2010

Il giudice del lavoro ha ordinato il reintegro dei tre operai dello stabilimento di Melfi (due dei quali delegati Fiom) licenziati dalla Fiat il 13 e il 14 luglio scorsi. Secondo il magistrato quel provvedimento dell’azienda ha avuto il carattere di «antisindacalità», essendo stato «sproporzionato e pertanto illegittimo ». Inoltre il licenziamento stesso è «obiettivamente idoneo a conculcare il futuro sereno esercizio del diritto di sciopero – si legge nelle motivazioni – e a limitare l’esercizio dell’attività sindacale», in particolare della Fiom. La sentenza ha riaperto il dibattito infuocato sui difficili rapporti tra la casa torinese e il sindacato guidato da Maurizio Landini, dopo la mancata firma dell’intesa di Pomigliano e il referendum successivo, in cui le posizioni aziendali e degli altri sindacati (sostenute anche dal ministro Maurizio Sacconi)non hanno sfondato. «La sentenza restituisce dignità ai lavoratori – ha commentato a caldo il leader Fiom – che nei giorni scorsi in troppi tra politici e sindacalisti avevano denunciato come sabotatori». Silenzio assordante dal quartier generale Fiat: da Torino nessun commento, si attende la notifica della sentenza. I FATTI Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino (delegati della Fiom) e Marco Pignatelli (iscritto Fiom) erano stati accusati di «sabotaggio della produzione » per aver bloccato durante una manifestazione alcuni carrelli che trasportavano componenti provocando, così, il fermo della catena di montaggio. I giorni erano quelli «caldi» del post-Pomigliano, con il braccio di ferro tra Torino e i metalmeccanici della Cgil, e in quell’azienda della Basilicata la Fiom era appena diventata il primo sindacato. Per confutare le accuse dell’ azienda la Fiom ha citato nel ricorso oltre40testimoni, presenti in fabbrica, di cui cinque sono stati sentiti dal giudice. «Siamo felici per essere usciti da un incubo durato 32 giorni », hanno dichiarato ieri i tre lavoratori. La decisione del magistrato ha il peso e la forza del simbolo capace di riscrivere i rapporti di forza tra i soggetti in campo. La Fiom incassa un punto in suo favore (il secondo dopo la tenuta al referendum di Pomigliano) e subito riafferma la forza del diritto e delle tutele (in ottobre ha già convocato una manifestazione nazionale sul tema), invocando la riapertura del dialogo interrotto con le forzature di Pomigliano e di Melfi. «Vengono sbugiardate le affermazioni della Marcegaglia, di Bonanni e di Sacconi – commenta il segretario Fiom Basilicata Emanuele De Nicola – La Fiat deve tornare a trattare con i sindacati, e soprattutto con la Fiom, per il premio di risultato e le condizioni di lavoro negli stabilimenti». Fa appello a un nuovo dialogo anche il segretario confederale Cgil Vincenzo Scudiere. «La sentenza dimostra che la Fiat può anche sbagliare e noi siamo sempre a disposizione per riaprire un confronto – conclude – che possa mettere in campo relazioni sindacali più leali e corrette». Sul fronte Uil, Luigi Angeletti restringe il campo degli effetti della sentenza. «È grave che lavoratori siano licenziati per l’attività sindacale che svolgono – dichiara – ma questo episodio non c’entra nelle relazioni industriale tra Fiat e sindacati». In casa Cisl a parlare è il leader della Fim Giuseppe Farina. «Questo estremismo della Fiat è una reazione all’ estremismo di quel sindacato che ha voluto politicizzare ed estremizzare il confronto sul progetto industriale del Lingotto», dichiara invertendo l’ordine delle responsabilità in un episodio di grave lesione dei diritti sindacali