Ferri: 240 negozi per la casa

20/02/2001


ECONOMIA
EMERGENTI – LA CRESCITA ESPLOSIVA DELLA FAMIGLIA BARESE


Ma quanto è lunga la catena dei Ferri
Hanno creato dal nulla una rete di 240 negozi per la casa con mille miliardi di fatturato. E lo raddoppieranno entro il 2002. Pensare che un famoso consulente li aveva avvertiti: «Il vostro progetto sarà un fallimento».
di 
 
ANGELO PERGOLINI
16/2/2001
giorgio lotti
Gruppo di famiglia. I fratelli Ferri al completo: da sinistra, in primo piano Pina, Antonio e Filippo. Alle spalle, Riccardo e Francesco.
Ha 39 anni e mille miliardi di fatturato alle spalle. Però conta di festeggiare i 40 raddoppiando il giro d’affari. Antonio Ferri è un tipo che va veloce: in moto (le preferite sono una Ducati fuori serie e una Harley Davidson personalizzata), in auto (in garage ha una Ferrari Modena nuova di zecca) e in barca, alla guida del suo megamotoscafo da 30 metri. Ma è soprattutto negli affari che Ferri corre a perdifiato: in pochi anni ha trasformato un negozio di detersivi di 40 metri quadrati, a Corato, in Puglia, in una catena distributiva che avrà 500 punti di vendita in tutta Italia alla fine del 2001. E già pensa all’anno successivo: «Ci sarà l’euro, sbarcheremo in Europa. Beh, qualcosa abbiamo già cominciato a fare».

Quella del gruppo Ferri è una business story singolare e ricorda il paradosso del calabrone, che secondo le leggi della fisica non dovrebbe volare perché è troppo pesante e ha ali troppo piccole. «Qualche anno fa, quando eravamo agli esordi, un prestigioso consulente d’azienda di Milano esaminò il nostro progetto. Il responso? Non sta in piedi. Saremmo falliti, disse, anzi non saremmo nemmeno dovuti nascere. Oggi diamo lavoro a 1.700 persone e ne assumeremo altre mille». Complimenti, ma il nome del consulente? «Non sarebbe carino dirlo e poi ha fatto autocritica».

Questa storia comincia quando Antonio aveva 21 anni e in tasca un diploma di tecnico agrario.
Il padre, Vito, gestiva un negozio di detersivi. Morì all’improvviso, così Antonio lasciò perdere serre e ulivi per mettersi dietro al bancone. «È stata la mia università» dice adesso. «Io ascoltavo i clienti: sono stati loro a farmi venire l’idea. Venivano a comprare i detersivi, ma poi dicevano: mi serve anche un secchio e devo andare in un altro negozio. Oppure: mi occorre una pentola, una lampadina… e devo cercare in un’infinità di negozi. Ecco, ha capito l’idea?». Beh, la vita è complicata… «Appunto! E io mi sono detto: cerchiamo di semplificarla. Sa quante cose ci sono dentro una casa, cibo e bevande a parte? Tantissime. Così ho pensato: perché andare in venti negozi diversi? Se uno potesse trovare in un solo posto tutto quello che gli serve…».

Mentre Antonio rimuginava l’idea, il business cresceva. E anche la famiglia: «Nel senso che siamo quattro fratelli, che uno dopo l’altro finirono di fare il militare, e una sorella». Tutti e cinque in 40 metri quadrati di negozio, per quanto ben avviato, non ci potevano stare. «Ne comprammo un altro da 70, poi uno da 80. Infine uno da 250 metri quadrati. E cominciammo ad allargare l’offerta: ai detersivi aggiungemmo i casalinghi, poi i prodotti per l’igiene personale, i giocattoli… l’idea funzionava».

A questo punto, e siamo all’inizio degli anni Novanta, la storia dei fratelli Ferri sembrava incamminarsi verso un copione dal finale già scritto: facoltosa famiglia di commercianti di provincia. Invece ha preso un’altra piega: a causa di una passione di Antonio, quella dei viaggi. E di un’altra idea: venuta viaggiando. «A me piace girare. E curiosare. Andavo negli Usa, in Europa, vidi queste catene di negozi: il franchising. Pensai: bello, perché non farlo anche da noi?». Il punto è che partendo da Corato, profondo Sud, Antonio decise che sì, valeva la pena di provarci. «Devo essere sincero? Mi presero per matto». Chi, i suoi fratelli? «Macché: i direttori di filiale delle banche che lavoravano con noi, gli altri commercianti, un po’ tutti in paese». A proposito di banche, da dove sono arrivati i soldi per finanziare la crescita del gruppo? «Dall’autofinanziamento» scandisce Ferri. «Mai avuto un finanziamento agevolato, mai usufruito dei vantaggi per le imprese del Sud. Sa, non siamo mica la Fiat. Noi siamo cresciuti così: con i guadagni del primo negozio abbiamo avviato il secondo, con quelli del secondo il terzo e così via. Certo, quando siamo diventati grandi il rapporto con le banche è cambiato. Ma siamo dovuti emigrare a Milano». In che senso? «Nel senso che era impossibile avere rapporti con le banche locali: non hanno la mentalità per trattare con le imprese, non capiscono lo spirito imprenditoriale. E allora via: quattro anni fa abbiamo trasferito la direzione finanziaria a Milano».

Ed è partita l’avventura del franchising. In sostanza funziona così: «Quando arriva la richiesta di un commerciante
, per prima cosa i nostri esperti valutano la fattibilità. Insomma: studiano il bacino di utenza, valutano le caratteristiche che deve avere il negozio e così via. Se tutto funziona, allora si parte». Prima bisogna trovare il negozio. «Se il commerciante lo ha, e le sue caratteristiche rispondono ai nostri standard, bene. Altrimenti lo troviamo noi e lo consegnamo chiavi in mano». Il neoaffiliato, a questo punto, deve aprire il borsellino: prima c’è da pagare una cifra «d’ingresso» che varia da 120 a 500 milioni a seconda della superficie del negozio, quindi un canone annuale per l’affitto delle attrezzature, infine c’è da versare una percentuale sui ricavi (anche questa variabile, fra lo 0,5 e l’1 per cento). Ovviamente bisogna poi pagare anche le merci che la Genesi, la società operativa del gruppo Ferri, mette sui suoi banconi. Ma se gli affari vanno male? «Nessuno dei nostri affiliati ha mai chiuso bottega» dice Antonio «sono tutti più che soddisfatti. E quelli che vorrebbero la nostra insegna sono talmente tanti… ma lo sa che abbiamo 30 mila richieste? Dico: tren-ta-mi-la». Quanti ce la faranno? «Circa 250 l’anno per i prossimi tre anni. Più che aprire un nuovo negozio al giorno, feste escluse, non si può fare». E come selezionate gli affiliati? «Guardiamo più allo spirito imprenditoriale che alle risorse finanziarie di cui dispongono. Perché cerchiamo commercianti veri, non investitori».



Se l’idea di vendere insieme tutti i prodotti per la casa e il franchising sono state le due carte vincenti del gruppo Ferri, la politica dei prezzi è quella che ha consentito di sfondare fra i consumatori. «Circa il 40 per cento delle vendite è rappresentato da prodotti con il nostro marchio, che hanno in assoluto i prezzi più bassi. Ma anche per i prodotti di marca riusciamo a praticare prezzi imbattibili». E come fate? «Grazie al volume degli acquisti riusciamo a trattare sconti con i produttori. Quello che facciamo è semplicemente riversare questo sconto sul negozio e da qui al consumatore. Così guadagnamo tutti: l’acquirente finale che risparmia, il commerciante che vede crescere i suoi affari e ovviamente noi: perché i bassi margini di profitto sono più che compensati dall’aumento dei volumi di vendita».

Ha un unico cruccio, Antonio Ferri, quando ripercorre la storia del suo gruppo: «È l’idea
di dover traslocare, di dover lasciare Corato». E perché mai? «Perché non ci stiamo più, abbiamo bisogno di nuovi spazi, e poi perché qui… Adesso le racconto una storia. Vera, anche se sembra una follia». La storia è questa: Ferri per sostenere la crescita del gruppo studia la creazione di un nuovo centro logistico: 320 miliardi di investimento, 1.000 nuovi posti di lavoro. «Si rende conto di che cosa avrebbero significato per Corato, che ha 40 mila abitanti e i giovani afflitti da disoccupazione cronica? Bene: il comune per mesi e mesi non mi ha risposto. Il progetto si è arenato nella burocrazia. E io non sapevo più che cosa fare. Non potevo mica aspettare in eterno. Alla fine avevo pensato di abbandonare la Puglia e di trasferirmi nel Lazio. Poi si è precipitato da me il presidente della regione, che aveva sentito parlare di questa mia intenzione, e in una settimana si è fatto l’accordo per Rutigliano. Tutto perfetto, anche se io avrei voluto restare a Corato. Ma, del resto, è così: quando ho costruito l’impianto attuale mi hanno detto: c’è un’area nella zona industriale. Benissimo, ho risposto. Poi ho scoperto che non c’erano nemmeno l’acqua e le fogne. Ecco i problemi che deve risolvere un imprenditore del Sud. Poi dicono che mancano gli investimenti».

E a proposito di investimenti: quei 320 miliardi per il polo logistico… «Alt. A costo di costruirlo a rate la nostra linea resta la stessa: contare sulle proprie forze». Che fa, cita Mao Zedong? «Mao? Beh, non è che mi stia proprio simpatico. Allora diciamo: contare sui propri soldi. Meglio, no?».

I Benetton dei casalinghi
Uno sviluppo a colpi di franchising
La società chiave del gruppo Ferri è la Genesi spa (1.000 miliardi di fatturato), controllata dalla Ferri spa, a sua volta posseduta dalla Ferri srl che fa capo alla famiglia omonima. Il numero dei negozi in franchising affiliati al gruppo è in crescita esponenziale: erano un centinaio nel 1999, 240 lo scorso anno, saranno 500 alla fine del 2001. Nel 2003 gli affiliati dovrebbero superare quota 1.000. Ferri ha avviato la costruzione di un nuovo polo logistico a Rutigliano, in Puglia: la superficie prevista è di 480 mila metri quadrati (sarà il più grande d’Europa) per un investimento di 320 miliardi.



 
© Arnoldo Mondadori Editore-1999
Tutti i diritti di proprietà letteraria e artistica riservati