Fermi tutti, è solo l’inizio

10/03/2010

Motori pronti per lo sciopero generale di dopodomani. La Cgil torna a fermare il Paese – o almeno ci prova – e stavolta in un contesto ancora più drammatico: la crisi si è pesantemente aggravata, con il suo portato di licenziamenti, cassa integrazione, povertà diffuse, mentre dall’altro lato c’è un’ulteriore stretta sulle regole democratiche, con il decreto «salva-liste» in campo a meno di un mese dalle elezioni amministrative. Infatti il segretario generale Guglielmo Epifani ci tiene a legare i diversi contesti di sfondo, come le due piazze: quella del sindacato, il 12, e quella delle opposizioni, sabato 13, contro il «decreto-truffa» del governo.
«Io andrò in piazza sabato – dice Epifani – Quel decreto mi preoccupa: sotto elezioni non si era mai visto. Condivido quindi gli obiettivi della manifestazione. C’è un filo rosso che lega il rispetto delle regole dei diritti dei lavoratori e quello delle regole della nostra democrazia. La democrazia si sostanzia anche nelle regole: vale per i diritti del lavoro, vale per un sindacato, e pure per la democrazia».
Il segretario generale della Cgil parlerà a Padova – nel profondo Nord Est, dove si sono succeduti negli ultimi mesi diversi suicidi di imprenditori e operai, proprio a causa della crisi. Ma ci saranno manifestazioni e comizi in tutta Italia: lo stop è di 4 ore, e con varie modalità si fermeranno dopodomani anche i treni, gli aerei, autobus, tram e metropolitane.
Al centro della protesta, che Epifani annuncia «non si fermerà», i temi del fisco (con la proposta del sindacato di riequilibrare le tasse a favore di lavoratori e pensionati), l’immigrazione (dopo i fatti di Rosarno e i preoccupanti episodi di razzismo e intolleranza, sempre più frequenti nel Paese), e infine il lavoro. Che vuol dire tante cose, a cominciare dalla crisi e dalla precarietà, ma che nell’ultima settimana si è colorato di un nuovo «tono»: l’articolo 18. Il governo, con il ddl 1167 approvato qualche giorno fa, ha infatti messo una pietra tombale sul «diritto dei diritti», creando un meccanismo che ne aggira le capacità «protettive» sui lavoratori e che può essere attivato al momento dell’assunzione.
Si tratta dell’arbitrato «imposto» per contratto: imposto perché viene presentato come una scelta, nel testo approvato dalla maggioranza e condiviso da Confindustria, Cisl e Uil, ma in realtà non può che configurarsi come un vero e proprio «ricatto», dato che l’impresa può proporlo al singolo lavoratore nel momento di maggiore debolezza (appunto l’assunzione) o anche successivamente. Firmando, il lavoratore rinuncia alla possibilità che in caso di controversie – e soprattutto se viene licenziato senza giusta causa – a pronunciarsi sia il giudice: giudicherà invece un «arbitro», che anziché le leggi potrà prendere a riferimento i contratti, e comunque potrà decidere secondo il vago e indefinito criterio dell’«equità».
Insieme allo sciopero, ieri la Cgil ha presentato una ricerca dell’Ires sulla condizione dei lavoratori nel tempo della crisi. Realizzato nell’ottobre 2009 su un campione di 2787 persone, lo studio mostra come siano poco protetti, e soprattutto sfiduciati, non solo i lavoratori precari, ma soprattutto – e in qualche misura anche di più – quelli a tempo indeterminato: forse perché fino a ieri mai toccati veramente dalla paura di perdere il posto, oggi con la prospettiva di non trovarne uno nuovo.
Il 62% degli intervistati tra i disoccupati, dichiara ad esempio di non godere di alcun ammortizzatore sociale, ma la percentuale sale all’83% tra gli «atipici». L’87% di loro lega la perdita del posto alla crisi. Tra chi invece ha un lavoro, è ben il 51% a pensare che se lo perdesse, ci metterebbe un anno o più a trovarlo: un 31% addirittura ha dubbi sul fatto di trovarlo, presto o tardi che sia. I più pessimisti, in questo caso, sono i lavoratori a tempo indeterminato (risponde che ritroverebbe un posto solo dopo un anno o più il 21% a fronte del 13% degli «atipici»). Altro dato allarmante: ben il 62% del campione si sente esposto al rischio di dover accettare un lavoro in nero, in caso perdesse il posto.
Il 42% delle famiglie fa sacrifici o non ce la fa ad arrivare a fine mese: il 19% ha difficoltà a chiudere il mese (Istat 2008), il 26% dichiara di dover fare sacrifici (Ires 2009).