Fermati alla locanda e vivi in un romanzo

14/12/2000

Logo

Repubblica.it
14 Dicembre 2000Oggi in edicola

Pagina 30
Fermati alla locanda
e vivi in un romanzo

La riscossa dei vecchi alberghi di posta

di MICHELE SMARGIASSI


ROMA – Un nome che era diventato quasi una vergogna, anticommerciale, sospetto. Ma la locanda, Cenerentola del mondo alberghiero, si è presa la sua rivincita sui decenni esterofili e modernizzanti dei residence e delle guest house. Rinascita, riscossa, seconda giovinezza in pieno fiore. Fin troppo, forse. Nei quasi duecento esercizi che a dispetto di tutto ancora oggi si fregiano del vecchio, modesto nome di locanda, censiti con pazienza da Maria Sole Pantanella in una guida piena di sorprese (Antiche e nuove locande, Le Lettere), ci sono alcune ultime arrivate che forse occhieggiano più alla moda della parola che ai pregi di una tradizione molto antica e molto italiana: locande con Internet, massaggi shiatzu e nouvelle cuisine hanno forse poco a vedere con un’idea di ospitalità domestica, calorosa e magari promettente avventure, incontri, sorprese. Luoghi di passo, romanzeschi per eccellenza, fin dal medioevo di Chaucer che della taverna di un inn di Southwark fece lo scenario dei suoi Racconti di Canterbury; luoghi teatrali per vocazione, ben lo capì Carlo Goldoni.
Ma a ben leggere le schede, di locande dove una Mirandolina possa ancora abitare ne sono rimaste. Più al nord che al sud, più di tutto nel Veneto, regione locandiera per eccellenza: ma basta cercare, e si trova. Però bisogna cercare bene, senza confondersi. Locanda, se campagnola, non è agriturismo (altra sigla troppo facilmente saccheggiata, di cui già si intravede un declino); se urbana, non è un bed&breakfast (marchio fresco d’importazione e in rapida ascesa). Locanda è accoglienza familiare sì, rustica sì, ma professionale. La tradizione è quella degli alberghi di posta: tappa di puro sollievo, cambio di cavalli, un buon piatto caldo, un letto semplice.
Vero è che nei secoli la formula conobbe cattiva stampa: a Ronciglione Dickens trovò una locanda "che è un porcile", in una locanda di Milano Leopardi passò nel 1827 una delle peggiori notti dei suoi rari viaggi. Ma sono incidenti di percorso.
E’ ovvio che c’è locanda e locanda. Si possono spendere pochi biglietti da diecimila, accettando il bagno al pianerottolo, si può dormire fra sete e lini per un milione a notte. Ma sono casi estremi: la media in generale è attorno alle 150 mila per camera, la soddisfazione a tavola è assicurata per 50-70 mila.
La cifra della locanda, osserva correttamente l’autrice del censimento, è il "lusso minimale", il dettaglio di gusto, la tipicità senza il folclore, l’originalità senza l’eccentricità, il calore umano senza l’invadenza. In fondo è in una locanda che il Buon Samaritano porta il viandante malconcio, e questo è diventato il gesto-simbolo della bontà d’animo.