Fermatevi prima che sia troppo tardi – di Robin Cook

31/03/2003



Un articolo di Robin Cook, ex ministro del governo Blair,
dal Sunday Mirror
(Traduzione di Maria Luisa Tommasi Russo)

  Il commento




30.03.2003
Fermatevi prima che sia troppo tardi

di 
Robin Cook


 Doveva essere una guerra lampo, senza troppe complicazioni. Poco prima delle mie dimissioni alla Camera, un collega mi aveva consigliato di non preoccuparmi delle conseguenze politiche che essa avrebbe comportato: il conflitto sarebbe terminato di gran lunga prima delle consultazioni elettorali di maggio.

Non posso che augurarmi che i fatti diano ragione a quanti hanno previsto una rapida vittoria. Personalmente, ne ho le tasche piene di questa guerra sanguinosa e inutile. Voglio che le nostre truppe ritornino a casa, e che lo facciano prima che altri soldati vengano uccisi. Per Bush è facile dire che la guerra durerà finché sarà necessario: lui se ne sta comodo e tranquillo a Camp David, protetto da ogni rischio da uno stuolo di guardie del corpo. È facile dimostrarsi risoluto, quando non sei un povero diavolo buttato nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, e devi anche guardarti dai cecchini.

Questa settimana i militari britannici hanno dato prova di coraggio nelle azioni di attacco e non si sono lasciati influenzare dalle condizioni atmosferiche drammaticamente avverse. Sono troppo disciplinati per ammetterlo pubblicamente, ma si saranno senz’altro chiesti l’un l’altro come mai le forze armate britanniche avessero consentito agli errori dei politici americani di trascinarli in una situazione così difficile.

Ci avevano detto che l’esercito iracheno sarebbe stato talmente lieto di essere attaccato, che non avrebbe affatto combattuto. Una persona molto vicina al segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld aveva predetto che la marcia su Baghdad sarebbe stata «una passeggiata».

Ci avevano detto che le truppe di Saddam si sarebbero arrese. Qualche giorno prima dello scoppio del conflitto, il vicepresidente americano Dick Cheney pronosticò che la Guardia Repubblicana avrebbe deposto le armi.

Ci avevano detto che la popolazione locale avrebbe accolto gli invasori come liberatori. Paul Wolfowitz, numero due del Pentagono, promise che i nostri carri armati sarebbero stati salutati «con esplosioni di gioia ed espressioni di sollievo». Personalmente, sarei lieto di vedere Rumsfeld, Cheney e Wolfowitz unirsi, al pari dei giornalisti, alle avanguardie.

Sarebbe un’ottima occasione per sentire direttamente cosa pensano delle loro promesse i militari che si battono per conquistare ogni singolo ponte sull’Eufrate.
Il generale americano William Wallace ha scoperto gli altarini: «Il nemico contro cui stiamo combattendo è diverso da come ce l’eravamo figurato a tavolino».

La guerra non è un innocuo gioco di società. Nessuno dovrebbe dare inizio a un conflitto partendo dal presupposto che l’esercito nemico collabori. Eppure è quanto ha fatto il presidente Bush. E ora che i suoi marines sono giunti ai margini di Baghdad, dà l’impressione di non saper che pesci prendere.

Le cose non dovevano andare così. Una volta giunti a Baghdad, Saddam sarebbe dovuto crollare. Qualche giorno prima che rassegnassi le mie dimissioni, mi fu assicurato che Saddam sarebbe stato spodestato dai suoi stessi collaboratori, che intendevano così salvare la pelle. Ma l’avrebbero fatto solo «a mezzanotte e cinque». Quell’ora è ormai passata da tempo, e Saddam è ancora al suo posto. In compenso, abbiamo fatto saltare una statua di Saddam a Bassora. Una statua! Ma non è la statua che incute terrore alla popolazione locale, bensì l’uomo ­ e la gente sa che Saddam ha ancora il pieno controllo di Baghdad.

Dopo essersi infilato in questo vicolo cieco, Donald Rumsfeld ora se ne viene fuori con una nuova tattica: anziché dirigerci su Baghdad, dovremmo accomodarci tutt’intorno ed aspettare che Saddam si arrenda. Non esiste espressione bellica più brutale di un assedio. La popolazione muore di fame, vengono a mancare l’acqua e l’energia elettrica, indispensabili alla città. I bambini muoiono.

Potete farvi un’idea di cosa accadrebbe a Baghdad sotto assedio, guardando Bassora. I suoi abitanti hanno resistito per diversi giorni, nel caldo ormai estivo, senza acqua. La disperazione li ha portati a bere l’acqua del fiume in cui scaricano le fogne. Una situazione ideale per lo scoppio di un’epidemia di colera.

La settimana scorsa, il presidente Bush ha anticipato che «gli iracheni si renderanno conto di quanto siano compassionevoli gli Stati Uniti». Di sicuro non se ne stanno accorgendo in questo momento. Almeno non a Baghdad. Qui vedono donne e bambini uccisi quando i missili piombano sui mercati. Né se ne stanno accorgendo a Bassora, dov’è sotto gli occhi di tutti la sofferenza della gente senz’acqua, con scorte alimentari sempre più irrisorie, e niente energia elettrica. Se gli iracheni continueranno a soffrire per gli effetti di questa guerra che abbiamo scatenato, ciò porterà un’eredità di odio nei confronti dell’Occidente che si protrarrà a lungo nel tempo.

Washington ha sbagliato in pieno pensando che sarebbe stato facile vincere la guerra. Potrebbe essere altrettanto in errore circa le difficoltà che si incontreranno nell’amministrare l’Iraq una volta terminato il conflitto. Già esistono delle concrete diversità di vedute tra America e Gran Bretagna sul come sarà gestito il dopoguerra in quel paese.

Ne è un egregio esempio la diatriba sulla gestione del porto di Umm Qasr. I vertici militari britannici avevano saggiamente suggerito che la soluzione migliore e più accettabile sarebbe stata quella di individuare le persone competenti tra gli iracheni. Invece gli Stati Uniti hanno affidato l’incarico a una società americana. Ma non è tutto qui… Il presidente della Stevedore Services of America che ha firmato il contratto è notoriamente un generoso finanziatore del Partito Repubblicano.

La questione in sospeso tra Blair e Bush se la ricostruzione in Iraq vada affidata o no all’Onu travalica i confini della legittimità sul piano internazionale. Si tratta piuttosto di vedere se il popolo iracheno crederà che il proprio paese sia amministrato in loro favore piuttosto che a vantaggio degli Usa.

Al rientro in patria dei nostri coraggiosi caduti, si è celebrata una triste e commovente cerimonia. Il ministero della Difesa ha dichiarato che una doverosa sollecitudine nei confronti dei loro familiari imponeva che fossero sepolti in suolo britannico. A noi spettava il compito di fare quanto in nostro potere per alleviare il dolore di quanti hanno perduto un marito o un figlio, falciati nel pieno rigoglio della vita.

Mi chiedo se davvero non esista un modo migliore per dimostrare doverosa sollecitudine a quelle famiglie. Si sarebbe potuto, tanto per cominciare, non scatenare una guerra tanto più inutile, quanto più si sta dimostrando mal pianificata.

Robin Cook, ex ministro del governo Blair
© Copyright Sunday Mirror
(Traduzione di Maria Luisa Tommasi Russo)