Federmeccanica sogna gli Anni 50

12/02/2003

          12 febbraio 2003

          1- Federmeccanica sogna gli Anni 50
          2- Ichino: un bel pasticcio con una causa per azienda

          Ondata di proteste e di reazioni alla minaccia degli imprenditori di colpire i lavoratori che aderiranno alla fermata del 21 febbraio
          Federmeccanica sogna gli Anni 50
          Epifani: toni intimidatori e antidemocratici. La Fiom: difendiamo il diritto di sciopero

          Felicia Masocco

          ROMA La Cgil passa alla controffensiva,
          il ritorno agli anni Cinquanta prospettato
          da Federmeccanica con la minaccia
          di sanzioni economiche a chi aderisce allo
          sciopero dell’industria del 21 febbraio rischia
          di avere come primo concreto effetto
          l’allargamento delle ragioni della lotta:
          «Se gli imprenditori confermeranno i loro
          propositi lo sciopero inevitabilmente sarà
          anche una risposta a quello che è un vero
          e proprio vulnus democratico», ha detto
          ieri Guglielmo Epifani. È scontro e a volerlo
          è stata Federmeccanica.
          A Corso d’Italia e in tutte le strutture
          cigielline non intendono chinare la testa
          al «ricatto» di Roberto Biglieri e al sindacato
          si unisce la sinistra, sono durissime le prese di
          posizioni dei Ds e di Rifondazione comunista.
          Ancora il leader della Cgil definisce «intimidatori
          e antidemocratici» i toni usati dal direttore generale
          di Federmeccanica, «toni mai sentiti prima», se
          alle parole si dovesse passare ai fatti «si aprirà
          un contenzioso senza fine». Gli imprenditori,
          per il leader della Cgil «si stanno assumendo
          la responsabilità di arrivare ad un ulteriore
          terreno di rottura e lacerazione sociale»,
          del resto una cosa così «non si era mai vista
          nella storia della Repubblica».
          Con Federmeccanica si schiera Confindustria
          «la Fiom esce prepotentemente dalle regole
          dell’accordo del ‘93» ha dichiarato in serata il
          leader degli industriali Antonio D’Amato
          facendo proprie le accuse di «evidente
          scorrettezza» giunte ai metalmeccanici
          della Cgil da Roberto Biglieri per aver
          raddoppiato le ore di sciopero (le tute blu
          si fermeranno per otto ore e non per quattro).
          «Lo sciopero non riguarda il contratto»,
          è la replica della Fiom che conferma
          l’iniziativa, si dice pronta a valutarne
          di nuove «nel pieno rispetto delle regole»
          (per venerdì a Bologna l’assemblea
          dei delegati) e rispedisce le accuse
          al mittente. «Siamo ad una violazione
          del diritto costituzionale di sciopero
          - si legge in una nota del sindacato -,
          aggravata dalle dichiarazioni che
          parlano di sanzioni individuali agli
          scioperanti, misure non ammesse dalla
          legislazione italiana e quindi, esse
          sì, sanzionabili». La Fiom difende la
          propria scelta di scioperare contro il
          declino industriale e in difesa dei diritti:
          il divieto di cui parlano gli imprenditori,
          si riferisce «esclusivamente ad azioni di
          lotta determinate da motivi relativi al
          negoziato», spiega la nota della segreteria,
          e non è questo il caso.
          Quella di Federmeccanica è quindi
          una «provocazione» che nasconde
          o tenta di nascondere «la difficoltà
          degli imprenditori a rispondere al merito
          delle richieste presentate» al tavolo
          per il rinnovo del contratto.
          L’obiettivo per i metalmeccanici della
          Cgil sarebbe quello di prendere
          tempo «in attesa di decidere se e
          quando tentare un accordo separato».
          Che nella posizione di Federmeccanica
          le regole c’entrino poco e c’entri
          molto di più il contratto è il sospetto
          anche di Pierpaolo Baretta, segretario
          confederale della Cisl che ammonisce
          gli imprenditori «a non usare pretesti
          per non fare l’accordo». La sintonia
          con la Fiom comunque finisce qui,
          la Cisl sfida gli imprenditori a fare
          l’intesa a guardare a chi «ha piattaforme
          positive come le nostre», aggiunge
          Baretta. Gelido, il leader della
          confederazione Savino Pezzotta non
          si sbilancia più di tanto e si limita ad
          avvertire che ai «suoi» «non devono
          toccare nulla perché non abbiamo
          proclamato nessuno sciopero». Segue
          l’invito «a non accentuare i toni».
          Ancora nel sindacato, il numero uno
          della Uil Luigi Angeletti prima afferma
          che «ha ragione Federmeccanica
          se la Fiom sciopera per il contratto»,
          poi aggiunge che «allo stato attuale
          non sembri si configuri dalla Fiom
          una violazione delle regole».
          Più aperta è la difesa del diritto di
          sciopero di esponenti dei Ds e di
          Rifondazione. Il vicepresidente del
          Senato Cesare Salvi ha presentato
          un’interrogazione che chiama il ministro
          del Lavoro Roberto Maroni – che intervenendo
          in serata afferma che il governo non c’entra
          e invita le parti a deporre le armi – «a pronunciarsi»
          sulla «grave lesione di un diritto fondamentale
          dei lavoratori». Per Cesare Damiano,
          responsabile Lavoro della Quercia
          «La pretesa di Federmeccanica di bloccare
          gli scioperi è assurda: in questo modo viene
          messo in discussione il diritto di sciopero»;
          per Pietro Folena le sanzioni sarebbero
          «inaudite» e il «tentativo di intimidire
          e soggiogare la Cgil e la Fiom denota
          una visione delle relazioni industriali
          basata sullo scontro e sul ricatto verso i
          lavoratori», il governo dovrebbe pronunciarsi.
          Lo stesso chiede il capogruppo di Prc al senato
          Gigi Malabarba.

          l’analisi
          Ichino: un bel pasticcio
          con una causa per azienda

          Laura Matteucci
          MILANO «Il problema è politico-sindacale: su questo piano, se prevale la
          volontà delle parti di tenere in piedi un determinato sistema di relazioni
          sindacali, allora la soluzione prima o poi si trova». A commentare la
          vertenza che si è aperta tra Fiom e Federmeccanica rispetto allo sciopero
          del 21 febbraio, legittimo per la Fiom, sanzionabile per Federmeccanica,
          è Pietro Ichino, professore di Diritto del lavoro all’Università Statale
          di Milano.
          Come dire: la questione giuridica è aperta, dall’esito incerto, sostiene
          Ichino, e comunque in realtà secondaria rispetto all’obiettivo, che è quello di sedersi al tavolo delle trattative per la firma del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. In questo senso, passare attraverso un tribunale non sarebbe esattamente un segnale distensivo.
          Professore, come stanno le cose da un punto di vista giuridico?
          Ha ragione la Fiom, che non avendo firmato il precedente accordo, non si sente vincolata ad alcuna moratoria, o ha ragione Federmeccanica,
          sostenendo l’opposto?
          «A prima vista sembrerebbe più fondata la tesi della Fiom. Ma Federmeccanica ha un argomento molto forte: e cioè che il vincolo non nasce dal contratto collettivo di settore, bensì dal protocollo Giugni del luglio 1993. In altre parole, è un vincolo “di sistema”. E da quel sistema la Fiom, per ora, non si è tirata fuori: ha soltanto rifiutato di sottoscrivere un singolo contratto collettivo. Certo, comunque, ciascuna delle due tesi è sostenibile e l’esito di un eventuale giudizio è molto incerto».
          Quali sono gli scenari possibili?
          «La Fiom potrebbe proporre ricorso per comportamento antisindacale:
          non contro Federmeccanica, che non è datrice di lavoro, ma contro la singola impresa che si proponesse di sanzionare lo sciopero. A quel punto la questione sarebbe decisa da un Tribunale, poi eventualmente da una Corte
          d’Appello e fra tre o quattro anni dalla Cassazione. Ma quelle decisioni
          non servirebbero a niente. Il problema è politico-sindacale: su questo
          piano, se prevale la volontà delle parti di tenere in piedi un determinato
          sistema di relazioni sindacali, allora la soluzione prima o poi si trova».
          Che lei ricordi, esistono dei precedenti di sanzioni per sciopero?
          «Ci sono dei precedenti nel settore dei servizi pubblici, dove si applica
          la legge n. 146/1990. Ma non mi risulta che in quel campo operi alcuna impresa metalmeccanica».