Federalismo: Contratto nazionale addio

20/03/2001

Corriere della Sera


Corriere Economia Lunedì 19 Marzo 2001
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LAVORO La legge sul federalismo contiene una bomba

Contratto nazionale addio


Ogni regione potrebbe addirittura farsi un suo statuto dei lavoratori. Confindustria, Confartigianato, Confapi, Cisl, Uil vogliono cambiare i patti del ’93. Cofferati no

      D evolution contrattuale, relazioni industriali a geometria variabile, shopping contrattuale o balcanizzazione dei contratti. Le definizioni cambiano a seconda dei punti di vista ma si dà per scontato che la probabile vittoria del Polo porti con sé una nuova stagione nelle relazioni industriali. Al di là degli slogan e dei programmi lanciati alla kermesse confindustriale di Parma, c’è un banco di prova immediato per misurare le intenzioni del futuro governo su questo tema: cinque milioni di lavoratori hanno il contratto di lavoro già scaduto o in scadenza, proprio a cavallo del test elettorale. A cominciare dai metalmeccanici che hanno già aperto la fase interlocutoria della discussione. Poi toccherà ai lavoratori del gas, agli elettrici, ai tessili, ai ceramisti, agli addetti del comparto legno-arredo, agli edili, ai lavoratori delle imprese di pulizia fino gli impiegati delle amministrazioni locali. Lo schieramento favorevole ad una rivoluzione copernicana delle relazioni industriali è ampio e salda attorno all’asse Polo-Confindustria anche i sindacati confederali Cisl e Uil e le altre associazioni imprenditoriali Confartigianato e Confapi. Fuori dal coro c’è la sola Cgil. Il timore del sindacato guidato da Sergio Cofferati è che, dietro le proposte per cambiare i patti del 23 luglio del ’93, si celi un disegno di deregulation totale delle relazioni industriali. E il primo passo in questa direzione sarebbe l’abolizione del doppio livello di contrattazione. Il problema è stato posto recentemente dall’amministratore delegato della Fiat, Paolo Cantarella, alle prese con l’integrativo del gruppo torinese. Ma questo è anche il tema centrale delle varie proposte di decentramento contrattuale.
      Proposte che, tra l’altro, hanno trovato un inaspettato sostegno giuridico nella nuova legislazione sul federalismo. «Il nuovo articolo 117 della Costituzione, che assegna alle Regioni sotto forma di legislazione concorrente la materia della tutela e della sicurezza del lavoro, è una bomba – spiega Marco Biagi, docente di diritto del lavoro a Modena -. Potrebbe aprire la strada a un federalismo contrattuale più spinto di quello in vigore negli Usa. Ogni Regione potrebbe addirittura farsi un proprio statuto dei lavoratori».
      Con o senza la nuova leva giuridica, comunque, il vecchio modello di contrattazione nazionale sembra destinato a essere messo in soffitta. Secondo l’economista del Polo Renato Brunetta, «inflazione bassa e moneta unica comportano maggior flessibilità. E la via per ottenerla è quella del federalismo contrattuale. Il decentramento dei livelli di contrattazione su salario, orario di lavoro eccetera deve essere spostato più vicino possibile a dove si produce il valore aggiunto. Io lo chiamo "shopping contrattuale": ciascun sistema di relazioni industriali deve scegliere il proprio baricentro, che sia provinciale, regionale oppure distrettuale. A livello nazionale, o meglio europeo, devono rimanere solo la tutela dei diritti essenziali e dei minimi salariali, uno zoccolo valido per tutte le categorie». Brunetta garantisce che il Polo intende lasciare campo libero su questo tema alle parti sociali: «Non ci saranno intromissioni dall’alto, se non a richiesta».
      Anche l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu ammette che è necessaria «una profonda revisione degli accordi del ’93». «Sono passati otto anni – sottolinea -. Non sono più adatti al mutamento della realtà produttiva». Per Treu «va depotenziato il livello di contrattazione nazionale e va invece accentuato quello territoriale. In tutta Europa si va in questa direzione».
      Bruno Manghi, sociologo ed economista Cisl, condivide «la filosofia del decentramento» ma è scettico sulle promesse del Polo e sulle reali intenzioni di Confindustria. «Berlusconi – dice – non farà nulla. Anche perché sul tema della devolution Confindustria ha una posizione di facciata che non è condivisa da tutti gli iscritti: il 60% delle piccole imprese non ha il secondo livello di contrattazione e si accontenta di quello nazionale. Sono solo le 7.500 imprese di medie e grandi dimensioni che devono sottostare al doppio livello di contrattazione e vorrebbero far saltare quello nazionale».
      Un recente sondaggio dell’Abacus rivela però una gran voglia di devolution anche tra le piccole imprese. Il 65% del campione di 600 aziende intervistate risulta insoddisfatto della contrattazione nazionale e l’88% la vuole decentrata.
      Con questi dati alla mano, il segretario generale di Confartigianato, Francesco Giacomin, si domanda se sia il caso di affrontare la imminente stagione contrattuale con lo schema del ’93 già per altro disdettato dall’associazione artigiani. E la risposta è: «No. Basta con la contrattazione a taglia unica. Ci sono nel Paese differenziazioni di natura economica, produttiva, sociale a cui è giusto dare soluzioni diversificate. Il contratto nazionale è troppo vincolante e porta alla fine le imprese a far da sé. E cioè al nord a inserire il superminimo in busta paga perché non c’è manodopera, al sud invece a sottopagare i lavoratori in nero. E’ più giusto allora commisurare le migliorie salariali all’andamento della redditività delle imprese, o se queste sono troppo piccole, al distretto, alla provincia o alla regione». Ma questa soluzione non ricorda da vicino le gabbie salariali? «Sono le parti sociali – risponde Giacomin – a stabilire le condizioni territorio per territorio».
      La pensa diversamente il segretario della Cgil di Milano, Antonio Panzeri, che legge dietro il revisionismo dilagante la volontà di abolire qualsiasi regola nelle relazioni industriali. «La contrattazione nazionale – spiega il sindacalista Cgil – serve per tenere unito il Paese, rende possibile la solidarietà attraverso la ridistribuzione dei livelli salariali. La verità è che si sta cercando un alibi per introdurre una divisione nel mondo del lavoro: le imprese più forti diverranno ancora più forti e quelle più deboli rimarranno tali. Il divario tra aziende del nord e aziende del sud, per esempio, non si risolve con la balcanizzazione della contrattazione ma con una politica del lavoro seria, mirata a dare sostegno». Invece, prosegue Panzeri, «pare che l’unico problema urgente della destra sia come abbassare le tutele dei diritti dei lavoratori. Nel Polo c’è addirittura chi vuole passare dalla contrattazione collettiva alla contrattazione individuale, ad personam. Ma davvero – conclude Panzeri – dobbiamo rassegnarci a pensare che l’unica filosofia possibile sia: "è meglio qualche cosa piuttosto che niente"?».
Roberta Scagliarini


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