Fazio: l’Italia rischia il declino industriale

25/07/2003


venerdì 25 Luglio 2003

PRIORITA’ AGLI INVESTIMENTI PER FAVORIRE L’ECONOMIA
Fazio: l’Italia rischia il declino industriale
Dpef troppo vago

Il governatore incalza il governo: è urgente ridurre le tasse
riformare la previdenza, creare fiducia e nuovo consenso sociale


Stefano Lepri

ROMA
«Gli investimenti stanno cadendo in Italia più che altrove, e gli investimenti sono un termometro della fiducia»: Antonio Fazio insiste che il momento è grave, che «il sistema industriale italiano rischia il declino». Davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il governatore della Banca d’Italia giudica il Dpef vago, anzi rinunciatario perché non indica «un sentiero di riduzione della pressione fiscale»; invita il governo ad aver coraggio nelle riforme perché solo così potrà rilanciare l’economia e trovare un largo consenso sociale.
Fazio ha dato l’impronta a una giornata di pessimismo sulla finanza pubblica. Anche altre audizioni sul Dpef, come quelle della Corte dei Conti e dell’Isae, hanno tracciato ai parlamentari un quadro preoccupato di spese ed entrate. Il governatore ha contraddetto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ha punzecchiato l’ex ministro ulivista Vincenzo Visco lì presente, ha inaspettatamente lodato il suo «illustre predecessore», cioè Carlo Azeglio Ciampi. Ancora, ha corretto il presidente della Confindustria Antonio D’Amato: non è un «crack competitivo» improvviso che occorre prevenire, quanto un «bradisismo» che a poco a poco sommerge la concorrenzialità delle imprese italiane.
Un Paese dove gli imprenditori hanno poca voglia di investire e i consumatori ne hanno poca di spendere ha bisogno di una iniezione di fiducia: il governo deve varare un programma che «convinca gli operatori circa la volontà e l’effettiva possibilità di ridurre la pressione fiscale e di riequilibrare i conti pubblici». Le tasse vanno ridotte, «soprattutto quelle che gravano sulle imprese», con un programma pluriennale che si può reggere solo su tagli efficaci alle spese. Non è il momento adatto per tagliare, obietta qualcuno? Fazio risponde che sono i tagli episodici e raffazzonati a deprimere l’economia, mentre quelli inseriti in un progetto credibile riportano la fiducia.
Siccome del debito accumulato che grava sullo Stato italiano «il 40% è dovuto allo sbilancio del sistema previdenziale», e «la spesa pensionistica è destinata ad accrescersi negli anni a venire», il governatore della Banca d’Italia ripete che occorre «una revisione incisiva della riforma del ‘95» che intervenga anche sulle norme per l’anzianità. In questo senso, assicura, «c’è un’aspettativa anche da parte delle famiglie. La riforma delle pensioni darà sicurezza anche a loro, non solo alle imprese».
«La fiducia nasce dal fare» ha voluto concludere Fazio. Sulla situazione dei conti pubblici, i suoi moniti in parte coincidono con quelli del Fondo monetario qualche giorno fa. Definito «una cornice», il Dpef ai suoi occhi appare anche un po’ difettoso come cornice, perché a raffigurare le tendenze per i prossimi anni, ha detto, contiene cifre che sottovalutano la gravità dei problemi. La forma in cui sono costruite, quella della «spesa a legislazione vigente», rischia di celare che per tenere in equilibrio i conti sarà necessario uno sforzo maggiore di quanto appaia. Per il 2003, Fazio è forse meno preoccupato del Fmi sul deficit («l’obiettivo non appare fuori portata alla luce del gettito delle sanatorie fiscali») ma lo è di più sulla riduzione del debito accumulato («il conseguimento dell’obiettivo potrebbe richiedere misure finanziarie aggiuntive»).
Più severo delle critiche è forse il silenzio sulla congruità degli obiettivi per il 2004. A un parlamentare che, riecheggiando Tremonti, notava che i conti di Germania e Francia sono peggiori dei nostri, il governatore ha ribattuto che «l’Italia ha in più il peso di un maggior debito accumulato». «Consulente di tutti i governi, non sempre ascoltato» Fazio rivendica l’imparzialità: nel rispondere a Visco, ha ricordato che i suoi timori sulla gestione della finanza pubblica nell’ultimo anno di governo del centro-sinistra sono stati confermati dai fatti. Ovvero, «dopo le revisioni, il deficit del 2001 è salito al 2,6%».
Con la legge Finanziaria 2004 il governo spera di sospingere al 2% l’aumento del prodotto lordo l’anno prossimo. Fazio ritiene possibile raggiungere l’obiettivo solo se ci saranno «pronte azioni di politica economica» tra cui massicci investimenti in opere pubbliche. Ma già l’Isae, l’istituto pubblico di ricerca economica pure ascoltato ieri da senatori e deputati, prevede che la crescita si fermerà all’1,7%, dopo appena lo 0,6% quest’anno; e stima pure che il governo dovrà fare con la legge Finanziaria 2004 una manovra leggermente maggiore di quella annunciata, 18,3 miliardi di euro anziché 16, e riuscirà a ridurre il deficit meno di quanto desiderato, al 2,1% anziché al 1,8% del prodotto lordo.
La Corte dei Conti, organo di controllo sulla spesa pubblica, rimprovera al Dpef di non essere chiaro nell’indicare quanto spazio nei prossimi anni esista per ridurre la pressione fiscale, perché le prospettive del gettito ordinario sono incerte, e tra l’altro la frequenza dei condoni potrebbe spingere i contribuenti poco fedeli a comportarsi peggio. «L’impianto della manovra correttiva definita dal Dpef risulta necessariamente scritto a matita» conclude il presidente della Corte, Francesco Staderini.