Fazio: «Il Dpef va bene, ma ci vogliono le riforme»

25/07/2001
La Stampa web



 




Mercoledì 25 Luglio 2001
«Il Dpef va bene, ma ci vogliono le riforme»
Fazio: poca crescita con le politiche economiche del centrosinistra

ROMA

Secondo Antonio Fazio «la politica del centro-sinistra ha portato a una bassa crescita dell’economia italiana»: e subito l’accusa di parzialità, che nell’Ulivo covava da settimane, viene rilanciata contro il governatore della Banca d’Italia da tutte le voci dell’opposizione. «Non c’è nessun giudizio politico, parlo solo di numeri» ha precisato poi Fazio. Ma nella sua audizione di ieri alle commissioni Bilancio del Senato e della Camera, argomento il Dpef, il governatore ha pestato anche molti altri piedi.
Il pessimismo sull’inflazione – l’obiettivo programmato dal governo dell’1,7% nel 2002 è «ambizioso», anche perché il passaggio dalla lira all’euro porterà a «un balzo dei prezzi
una tantum » – non è condiviso dalla Confindustria, che vuole limitare le rivendicazioni salariali. «L’1,7% è poco ambizioso» ribatte il presidente degli imprenditori, Antonio D’Amato. La riaffermazione che il deficit pubblico nel computo europeo («indebitamento netto») può giungere quest’anno, in una valutazione «prudenziale», al 2,7% del prodotto lordo, «appare sostanzialmente corretta», non mancherà di riaccendere timori a Bruxelles e a Francoforte.
Il centro-destra incassa un consenso caloroso agli obiettivi del Dpef, il documento con il programma economico per la legislatura: «se un documento parla di riforme, perbacco, io ci credo», pur se manca «un quadro programmatico analitico delle entrate e delle spese». E’ un consenso condizionato dal duro richiamo all’urgenza di fare subito riforme impopolari, pensioni e sanità: «la realizzazione di un tasso di crescita pari al 3%» come il governo Berlusconi promette, «poggia crucialmente sulla pronta attuazione delle azioni di natura strutturale, per rafforzare la fiducia delle imprese e delle famiglie».
Le parole di Fazio incitano a una legge finanziaria austera per il 2002, con una «sostanziale riduzione del disavanzo», ovverosia tagli severi alla spesa. Raggiungere il pareggio di bilancio nel 2003, come da impegni europei, è «possibile» solo mettendo in cantiere provvedimenti a vasto raggio, come «riduzione dell’evasione fiscale» e «accrescimento di altre forme di entrata» diverse dalle tasse, e garantendo pieno successo alla «emersione delle attività irregolari» scopo di uno dei provvedimenti già varati dal governo. Tanto più che della legge Tremonti-bis a favore degli investimenti, pur positiva, occorre «approfondire l’effetto sulle entrate fiscali» (che potrebbe essere al ribasso) nel 2002 e 2003.
«Il decennio fra il 1989 e il 1999 è stato il periodo peggiore dai tempi dell’unità d’Italia» per il potere d’acquisto degli italiani, nota Fazio. Solo una crescita più veloce dell’economia può tornare ad aumentarlo. Più che alzare i salari occorre ridurre le imposte. Per «invertire la tendenza», «avviare una nuova fase di sviluppo», occorre tassare di meno, riorganizzare la spesa, investire in infrastrutture, imparando tra l’altro a utilizzare appieno i fondi strutturali europei «come ha fatto la Spagna, che è tutta un cantiere».
Nella sanità, per esempio, «non si può dare tutto a tutti», scelta velleitaria, che di fatto porta a «fenomeni di razionamento che colpiscono le classi meno abbienti»; è solo «l’accesso ai servizi fondamentali» cha va garantito a ogni cittadino. Fra le righe, traspare una condanna dell’abolizione del
ticket sui medicinali.
Sul deficit 2001, il governo aveva appena rassicurato l’Europa che sta facendo tutti gli sforzi per farlo scendere verso lo 0,8 per cento del prodotto lordo; e secondo le ultime indiscrezioni ha fiducia di riuscire ad arrivare almeno sotto l’1,5 per cento. Fazio ipotizza che il risultato finale possa essere attorno al 2 per cento, con le misure già prese che – è il caso della riemersione del lavoro nero – possono dare un gettito significativo. Ma il 2 per cento sarebbe un livello inaccettabile per la Commissione europea. Non per questo il governatore chiede una manovra di rientro del tipo tradizionale; sembra piuttosto indicare la strada di una legge finanziaria 2002 zeppa di riforme e di tagli, che sostituisca agli interventi di emergenza un investimento sul futuro.
Sui conti dello Stato «non lancio allarmi ma chiedo chiarezza» dice il governatore. E’ assurdo, dice, «che non si conoscano i saldi almeno dei 500 Comuni più grandi, che poi rappresentano il 95% del totale». C’è troppa incertezza, serve la verità: «E’ questo il motivo per cui ho chiesto di mettere mano al sistema di contabilità. Si tratta di un altimetro fondamentale per la nostra economia». Nella seconda metà dell’anno, tuttavia, lo scostamento rispetto all’anno precedente dovrebbe migliorare. Il Tesoro chiuderà il mese di luglio in attivo, con una discesa del fabbisogno cumulato a 45.000 miliardi.
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