“Fazieide” L’arcitaliano arcaico (M.Gramellini)

19/12/2005
    sabato 17 dicembre 2005

    Pagina 5 – Primo Piano

    L’arcitaliano arcaico

      Per Fazio il potere coincide con amici e famiglia
      e il Paese coincide con il paese natìo Alvito

        personaggio
        Massimo Gramellini

          Chi è Antonio Fazio, il governatore assediato della Banca d’Italia che quasi un terzo dei suoi connazionali continua a confondere con l’omonimo presentatore televisivo? Un Arcitaliano, senza dubbio. Ma non del ramo più in voga, quello americaneggiante al quale appartiene l’amico banchiere che lo ha inguaiato: Fiorani il pragmatico, largo di sorrisi e svelto di mano. Fazio è piuttosto l’Arcitaliano Arcaico. Chiuso, bigotto, cocciuto, ma emotivamente solido e morbosamente legato alla terra che lo ha partorito, la ciociara Alvito. Per lui il Paese coincide con il paese, il Potere con gli amici e lo Stato con una famiglia numerosa dove tutte le donne si chiamano Maria e l’unico maschio Giovanni Battista. Un titano di quell’Italia di provincia di cui incarna difetti e virtù.

          Fino a qualche tempo fa rilucevano in pubblico soltanto le seconde: privilegio che in vita viene considerato prerogativa esclusiva dei Papi. Aprendo un archivio alla voce Berlusconi o D’Alema si trovano agiografie al limite dell’imbarazzo, ma anche ritratti spietati, a volte livorosi. Invece il tracciato storico di Fazio è un lunghissimo florilegio di encomi, dove l’enfasi si allaccia al rispetto e persino una decisione incredibile, come partecipare alla Messa per i papalini che a Porta Pia combatterono lo Stato di cui fa parte la Banca d’Italia, diventava spunto per sottolinearne l’indipendenza di carattere più che lo scarso attaccamento alle radici patrie.

          La sua elezione al soglio supremo della finanza in sostituzione di Ciampi, il 4 maggio 1993, venne salutata da un coro generale di evviva, mentre ad Alvito il paese intero scendeva in piazza a festeggiare il suo eroe, figlio di contadini e fratello di un piccolo costruttore locale diventato sindaco e ribattezzato Cementone. Politici, sindacalisti, banchieri e analisti internazionali dichiaravano convinti che era stato eletto il migliore e facevano a gara nel ricordare le sue umili origini, la laurea 110 e lode, l’apprendistato americano col guru Modigliani, il pragmatismo avulso dalle fumisterie degli economisti professorali, la costruzione del modello econometrico della Banca d’Italia e la paternità del piano di risanamento realizzato dal governo di unità nazionale di Giulio Andreotti. I commentatori esaltavano «l’uomo giusto senza ombre», «lo studioso che ha superato tutte le tappe di una carriera irta di ostacoli», persino «l’angelo custode dei piccoli risparmiatori»: espressione, quest’ultima, che a distanza di tempo può forse suscitare qualche ironia. Solo una voce fece stecca sul coro, attribuendo a Fazio «un’eccessiva accondiscendenza finanziaria verso il settore pubblico», cioè scarso rigore e mani bucate. Era quella di Mario Monti, ma nell’entusiasmo generale pochi se ne accorsero e quei pochi, come sempre accade in Italia, attribuirono la critica a un soprassalto di gelosia.

          I dissidi con i politici della Seconda Repubblica arrivarono quasi subito, ma non mutarono l’immagine sovrumana del governatore. Anzi, se possibile, la rafforzarono. Nella fiera opposizione al tentativo berlusconiano di scegliersi il direttore generale della Banca, così come nella scarsa collaborazione offerta alle politiche uliviste (Prodi arrivò a dire che, se fosse stato per Fazio, l’Italia non sarebbe mai entrata in Europa), i più vollero vedere l’orgoglio di un potere libero e non asservito ai giochi di parte. Eppure vi si sarebbe potuto leggere anche qualcos’altro: la prima manifestazione della capacità di resistenza passiva di cui Fazio saprà offrire così tante prove in seguito. L’arcitaliano Gianni Brera, provinciale e terragno come lui, ne avrebbe sicuramente lodato il purissimo talento contropiedista: quel sapersi chiudere in difesa, sordo a ogni critica e minaccia, in attesa che la bufera passi e i mutati rapporti di forza consentano alla preda di ritornare cacciatore.

          Fazio tentò in ogni modo di resistere al passaggio di competenze alla banca centrale europea, che finiva inevitabilmente per diminuire il peso di quella italiana. Ma secondo la tradizione migliore dell’arcitalianismo, non si sacrificò romanticamente sull’altare di una partita persa. Seppe difendere in silenzio la sua sconfitta e preparare con calma il contropiede, che lo avrebbe visto rivestire per la prima volta i panni del giocatore. Scelse lui il campo, il sistema bancario italiano, e soprattutto il ruolo: non più solo garante, ma supremo protettore, con licenza di scegliere a quale squadra di volta in volta telefonare. La trasformazione avvenne per gradi e si manifestò dapprima in una vertiginosa moltiplicazione degli interventi pubblici, che fece pensare a molti che il suo vero obiettivo fosse l’ingresso in politica. Casini ne parlava come di un candidato naturale alla presidenza della Repubblica, destra e sinistra lo corteggiavano, il cardinal Ruini lo invitava alle settimane sociali della Chiesa, e un altro porporato, Giovan Battista Re, prendeva il suo viso tra le mani e dichiarava: «Ecco il nostro buon pastore».

          Ad alimentare la leggenda del «brav’uomo di Alvito» contribuiva la sacralità di una carica che godeva da sempre di universale rispetto, le aperture verso gli immigrati e i lavoratori precari, nonchè certi tratti del suo carattere e della sua immagine esteriore: lo studio dei padri della Chiesa, la passione tipicamente italica per la meccanica (si vanta di aggiustare personalmente una vecchia Guzzi a due ruote) e per il vittimismo autoironico (considera simbolo del banchiere centrale il San Sebastiano trafitto dalle frecce che sta appeso dietro la sua scrivania). E ancora: la moglie compaesana, protettiva e sempre desiderata («Abbiamo fatto molti figli e ogni volta è stato bello ritrovarsi»), i panciotti che occhieggiano sotto gli abiti dimessi, la rasatura imperfetta che intorno alle cinque del pomeriggio gli fa spuntare un alone di peluria sulla faccia, la franchezza esplicita nel parlare e finanche nello stare zitto. Gli agiografi lo descrivevano al termine di una dura giornata di lavoro, seduto sul divano del suo ufficio col sigaro acceso in bocca, intento a leggere documenti e compulsare tabelle. La sua attenzione ai più deboli era plasticamente garantita dalla celebre foto che lo ritrae nel’atto di fare l’elemosina a un barbone, ma il particolare che non guardasse il beneficiato negli occhi non parve all’epoca insospettire nessuno. La sua impermeabilità agli agi del potere veniva periodicamente decantata dai prelati amici e dai racconti dei collaboratori: erano ancora tempi in cui la Banca di Lodi si limitava a spedirgli per Natale un barattolo di mostarda.

          Poi dev’essere successo qualcosa. Un cumulo di errori e di rancori, condito da sogni di onnipotenza e cattive compagnie: «ai furbetti del quartierino» fu riservato un posto in prima fila durante il discorso annuale del governatore, le famose «Considerazioni». E la Banca di Lodi, oltre alla mostarda, cominciò a mandare orologi più o meno d’oro e collane preziose alle Marie, una delle quali nel frattempo diventata suora. Una parabola culminata nella Telefonovela del Quartierino, il gioco estivo a premi che ha fatto ridere mezza Europa, mentre gli italiani apprendevano con disgustato stupore che anzichè essere stata la Rai a modellarsi sulla Banca d’Italia (come auspicato da Veltroni in un discorso memorabile del 1996), era avvenuto esattamente il contrario. Nelle intercettazioni Fazio è apparso di colpo in una veste inedita: balbettante e timoroso davanti al Grande Tentatore, cui consigliava di andare a trovarlo passando dal retrobottega, mentre Fiorani gli prometteva baci in fronte, ringraziandolo a nome di se stesso e del Paese, che nella sua testa dovevano essere la stessa cosa. Così Fazio, l’amico dei papalini, si è sentito l’ultimo difensore dell’italianità assediata, ma sotto assedio adesso c’è finito lui. E, trovata la breccia, i bersaglieri sembrano di nuovo pronti a sfondare.