Favorire la previdenza complementare

21/07/2003


21 Luglio 2003

LE GRANDI LINEE DELLA RIFORMA DELINEATA DAL TITOLARE DEL LAVORO

analisi

Obiettivo numero uno: favorire
la previdenza complementare

Il Tfr sarà destinato ai fondi di categoria o (su richiesta) a quelli aperti
Incentivi per lavorare oltre i 65 anni, meno contributi per i neoassunti
ROMA
MESI di discussioni e «labor limae» attorno alla riforma previdenziale. La legge delega sulle pensioni anima il confronto nella maggioranza. I punti cardine della proposta del governo sono gli incentivi per rimanere al lavoro, la liberalizzazione dell’età pensionabile, la certificazione dei diritti, l’emersione dell’occupazione «in nero» dei pensionati.

AL LAVORO OLTRE I 65 ANNI.
Il fulcro della riforma è la liberalizzazione dell’età per andare in pensione. In base all’accordo con il datore di lavoro, i lavoratori potranno restare al lavoro oltre il tetto dei 65 anni, che è stato finora il requisito anagrafico per andare in pensione.

INCENTIVI.
La delega fissa una serie di incentivi fiscali e contributivi per indurre a non abbandonare il lavoro quanti hanno maturato i requisiti per la pensione di anzianità. Questi lavoratori (previa certificazione dei propri istituti di previdenza sull’ammontare della pensione) potranno continuare a lavorare con le normali regole previdenziali, oppure scegliere un regime contributivo speciale, che consente la totale esenzione dal versamento dei contributi, sia a carico del lavoratore che del datore di lavoro. I contributi vengono destinati per metà al lavoratore, che può decidere di destinarli del tutto o in parte alla previdenza complementare, e per l’altro 50% alla riduzione del costo del lavoro. Tale scelta, però, può essere fatta soltanto qualora il lavoratore si impegni a restare in attività per almeno altri due anni.

PROSECUZIONE AUTOMATICA.
Il no alla cosiddetta «novazione» è anch’essa una modifica introdotta dall’esecutivo durante il passaggio parlamentare. In questo modo si consente ai lavoratori (che intendano godere degli incentivi previsti per restare al lavoro) di evitare la prassi del licenziamento con successiva riassunzione e nuovo contratto. La prosecuzione del lavoro, dunque, è automatica. Inoltre, la legge delega prevede di realizzare misure volte a favorire l’emersione del lavoro svolto in nero dai pensionati. E ciò attraverso specifici interventi in linea con quelli contenuti nella legge 383 del 2001 relativi all’emersione dei lavoratori irregolari.

NEO-ASSUNTI.
E’, a giudizio del governo, uno degli strumenti più efficaci per incentivare nuova occupazione. La decontribuzione per i neo-assunti che, nel testo originario della delega, avrebbe dovuto essere garantita per un minimo del 3% fino al 5%, nel passaggio parlamentare (per indicazione della commissione Bilancio che ha condizionato il proprio parere positivo alla modifica) non prevede più tetti minimi. Una variazione che non piace né agli imprenditori né al ministro Maroni, secondo il quale sotto il 3% la decontribuzione non costituisce un incentivo ad assumere, e che verrà probabilmente rivista in sede di stesura dei decreti attuativi. E’ stata comunque fin dall’inizio tra le norme più contestate. Secondo i sindacati e l’opposizione, questa misura potrebbe dimezzare le pensioni future, mandare in rosso le casse degli enti previdenziali e mettere a rischio anche i conti pubblici. La «spada di Damocle», infatti, è che possa essere la fiscalità generale a dover coprire le quote di pensione a rischio per effetto della decontribuzione, fino al passaggio del sistema contributivo.

TOTALIZZAZIONE DEI CONTRIBUTI.
La legge delega amplia progressivamente la possibilità di sommare i periodi assicurativi rispetto alla legislazione vigente. Lo scopo è di assicurare l’accesso alla totalizzazione ai lavoratori sessantacinquenni o che abbiano maturato 45 anni di anzianità contributiva indipendentemente dall’età anagrafica.

FINE RAPPORTO.
E’ previsto che il trattamento di fine rapporto (che maturi a partire dalla nuova legge) debba essere obbligatoriamente destinato alla costruzione della «seconda gamba» della previdenza. Il trattamento di fine rapporto (Tfr), perciò, deve essere investito nei fondi, aperti o contrattuali. Il lavoratore può scegliere a quale fondo indirizzare il proprio Tfr, ma se non lo fa, questo verrà trasferito automaticamente ai fondi contrattuali. Il trasferimento del Tfr non deve comunque avere oneri per le imprese. Il parlamento ha pure fissato altri «paletti». La commissione Bilancio ha dato il proprio sì alla delega, a patto che gli schemi dei decreti attuativi siano corredati di relazione tecnica sugli effetti finanziari delle disposizioni in essi contenute e che il governo si impegni a «conformarsi ai pareri resi dalle Commissioni parlamentari competenti per materia». Un emendamento presentato dal ministro del Welfare Maroni introduce, inoltre, le agevolazioni previdenziali per i lavoratori che assistono parenti disabili.

GLI OBIETTIVI DELLA RIFORMA.
In sostanza, il governo punta ad accelerare lo sviluppo della previdenza complementare. E’ stato deciso, quindi, lo smobilizzo del Tfr e il conferimento degli accantonamenti annui a forme di previdenza complementare, nonché un’estensione degli incentivi fiscali attualmente previsti, sia nella fase della gestione delle risorse, sia nella fase del versamento contributivo, sia in quella del percepimento della prestazione. Le risorse, annualmente, dovrebbero confluire alle strutture della previdenza complementare, poste in condizioni effettive di «par condicio» tra le diverse forme, ma con una particolare attenzione per la valorizzazione del ruolo dei fondi pensione negoziali.

g.gal