Fausto visto da Cofferati

05/04/2002





 
   

 
Fausto visto da Cofferati

Il segretario della Cgil: «Ma il 23 marzo l’abbiamo fatto noi»


GABRIELE POLO


INVIATO A RIMINI
«Oh, il mio ex compagno di banco…»: Sergio Cofferati saluta così Fausto Bertinotti, ricordando la disposizione degli uffici in Cgil nazionale dei primi anni `90. Il segretario di Rifondazione lo abbraccia e gli riserva uno dei benvenuti più caldi tra quelli dedicati agli ospiti, per Fassino c’è solo una stretta di mano e un buffetto. Il saluto del leader del Prc è in sintonia con gli umori della sala che dedica al segretario della Cgil uno degli applausi più lunghi tra quelli che precedono l’avvio del congresso, secondo solo all’ovazione che accoglie Nemer Hammad. Miracoli del 23 marzo. Fino a qualche mese fa quest’accoglienza sarebbe stata impensabile e solo 60 giorni fa Bertinotti – da Porto Alegre – aveva bocciato la relazione d’apertura di Cofferati al congresso della Cgil. Ma, poi, è arrivato l’indurimento del governo sull’articolo 18, la scelta della Cgil di organizzare da sola una manifestazione nazionale e la proclamazione dello sciopero generale. Di qui il disgelo. Non che i due (Bertinotti e Cofferati, il Prc e la Cgil) oggi si amino – e Bertinotti ribadisce nella sua relazione tutte le differenze strategiche – ma l’avversario che hanno di fronte e il merito dello scontro li riavvicina. Quando Bertinotti inizia a parlare Cofferati non ha ancora in mano il testo del discorso: «Quanto parlerà?», chiede al vicino di sedia, pensando all’impegno serale che lo attende altrove. «Due ore e mezza, più o meno», e il segretario della Cgil spalanca gli occhi normalmente socchiusi. Poi Bertinotti inizia. Parla della necessità di costruire «un nuovo movimento operaio» basato sulla riaggregazione delle forme del lavoro che la ristrutturazione capitalistica ha frammentato. E nella nascita del movimento dei movimenti indica la base per una nuova aggregazione anticapitalistica. Cofferati resta impassibile. Poi una lunga e profonda disamina della portata totalizzante della globalizzazione, supportata da tanti esempi e dal «caso italiano» di un governo e una Confindustria che pretendono di rendere sudditi i cittadini, portato come emblema di una tendenza generale. Un’analisi che il segretario della Cgil non può condividere in pieno, come testimoniano i suoi continui riferimenti all’anomalia italiana. Ma Cofferati resta impassibile.

E’ quando Bertinotti passa all’analisi dei movimenti e dello scontro sociale che Cofferati si fa più attento. Il segretario di Rifondazione descrive il conflitto sociale con la chiave della linearità: gli scioperi della Fiom, quello dei sindacati di base, la manifestazione della Cgil del 23 marzo (cui riconosce grandissima importanza), l’orizzonte dello sciopero generale. Un crescendo. Ma alla base di tutto Bertinotti mette il movimento dei movimenti: «Ci sarebbe stato tutto questo senza la spinta esplosa a Genova?». Cofferati non è d’accordo: «Ma dove l’ha vista? Vorrei ricordare che il 23 marzo l’ha fatto la Cgil…» I due approcci sono troppo diversi: Berlusconi è un prodotto della globalizzazione o è un’anomalia italiana? La divergenza è tutta lì. Ma Berlusconi, per Bertinotti, oggi «si può battere» proprio grazie alla convergenza vista al circo Massimo. Si tratta di non tornare indietro, alla concertazione – «difficile riaprire il dialogo con questa Confindustria», commenta Cofferati, che definisce «decisiva» l’assemblea padronale del 12 aprile a Parma. Qui arriva la stoccata alla Cgil, alla sua pratica concertativa che, assieme alle politiche del centrosinistra, ha precarizzato il lavoro e aperto la strada alla destra. Per non tornare indietro il Prc propone una strategia offensiva, nuove politiche salariali, l’estensione dell’articolo 18 a tutti coloro che non ne godono, anche con un referendum. Cofferati dissente: «Non mi sembrano le priorità. Conosci la mia ossessione per i diritti, bisogna estenderli a chi non ne ha nessuno, ai cosidetti atipici, a partire da un contratto nazionale».

La critica alla Cgil di Bertinotti è, in fondo, lieve, poco più che un avvertimento alla luce dell’esperienza passata. Poi la relazione passa ai temi della politica e del partito. Cofferati si alza e se ne va poco prima della fine, con un giudizio benevolo: «L’impressione è che sia una relazione che punta molto sull’identità per poter reggere le aperture politiche nello scontro con Berlusconi. Nei nostri confronti c’è più pacatezza che in passato e più attenzione al merito. Ma sulla concertazione ho sempre detto che era solo un metodo, non un fine, quest’accusa Fausto ce la faceva dicendo che era un modo per accreditarci rispetto alla controparte e al governo. Ma non era così». L’auto aspetta col motore acceso e il segretario della Cgil se ne va. La concertazione se n’è andata da tempo.