Fausto: il lancio di Epifani al vertice dell’area radicale

02/05/2007
    sabato 28 aprile 2007

      Pagina 10 – Politica

        LA STRATEGIA

          Fausto, dietro il sì a Walter
          anche il lancio di Epifani
          al vertice dell’area radicale

            Maria Teresa Meli

            ROMA — Raccontano che Piero Fassino vada a trovarlo molto spesso nel suo ufficio a Montecitorio. Con Massimo D’Alema, invece, il rapporto è conflittuale ma paritario. Del ministro degli Esteri il presidente della Camera Fausto Bertinotti ama dire: è il migliore, con lui si può discutere veramente di politica. Il che non vuol dire che poi l’ex leader di Rifondazione comunista non ami ricordare, quando parla con gli amici, di tutte le volte che D’Alema ha minacciato di distruggere il suo partito (dal 1998, anno della caduta del governo Prodi, al 2006 anno in cui Bertinotti soffiò la poltrona di presidente della Camera all’esponente della Quercia) senza riuscirci. Con Anna Finocchiaro i rapporti sono assai meno intensi. La capogruppo dell’Ulivo a palazzo Madama, comunque, ha un ottimo feeling con il presidente dei senatori di Rifondazione Giovanni Russo Spena, il quale comincia quasi sempre così i suoi discorsi: «Io e Anna».

            E, comunque, nel gruppo del Prc a palazzo Madama, Finocchiaro ha un suo seguito.

            Il Partito Democratico sarà pure la novità della politica italiana, ma chiunque aspira a diventare candidato premier sa che deve avere il "via libera" del Prc. E, quindi, di Bertinotti. Il quale Bertinotti, subirà anche la fascinazione di D’Alema, ma da uomo pratico ha capito che con Veltroni in campo ottiene due risultati. Il primo, scongiurare la prospettiva che la sinistra radicale alle prossime elezioni sia messa da parte grazie a un gioco di sponda con l’Udc. Il secondo, evitare la sconfitta elettorale dell’Unione. Perché che Veltroni piaccia, che nei sondaggi sia sempre al top, è un fatto che il presidente della Camera si guarda bene dal trascurare. Anche se una delle sue battute preferite è questa: Veltroni è bravissimo nelle orazioni funebri e nei discorsi alle cerimonie, D’Alema è bravissimo nei discorsi politici.

            Del resto, è difficile dimenticare che nel 2001, quando l’Ulivo separò le sue sorti da Rifondazione (su cui gravava ancora il marchio d’infamia della caduta del governo Prodi), alle elezioni amministrative di Roma Veltroni aprì al Prc e cercò subito di coinvolgerlo. Tanto che Bertinotti, allora segretario del partito, annunciò: «Se l’Ulivo a Roma candiderà Veltroni noi diremo di sì e poi procederemo al confronto programmatico». Un’affermazione singolare per un politico che amava (e ama) dire che prima «vengono i programmi e poi gli uomini». Ma l’allora segretario del Prc si rendeva ben conto che con Veltroni il suo partito poteva rientrare in gioco e perciò si comportò così. Sono passati svariati anni, ma le condizioni politiche non sono troppo cambiate. C’è un Partito democratico in cui Franco Marini avverte che le «alleanze non sono eterne», strizzando l’occhio agli ex amici democristiani dell’Udc. C’è un Partito democratico in cui D’Alema, solo qualche mese fa diceva alla senatrice di Rifondazione Rina Gagliardi: «Per fortuna che ci sono i democristiani».

            Di fronte a tutto questo, Bertinotti sa che il sindaco di Roma è la garanzia che non ci saranno scenari diversi dall’alleanza tra il Pd e la sinistra cosiddetta radicale. Perché è vero che D’Alema è «il migliore», ed è vero che Fassino è un alleato che fa «proposte importanti e ragionevoli, come quella di aprire in Afghanistan un tavolo della pace con i talebani», ma è anche vero che Veltroni, alla fine della festa, viene ritenuto da Rifondazione il candidato vincente, e, soprattutto, il candidato che non tradirà il suo mandato elettorale. Bertinotti, quando chiacchiera in libertà con i suoi, non rinuncia a indirizzargli ironiche punture di spillo. E certo non lo convince il fatto che in un afflato di "captatio benevolentiae" il sindaco vada in Malawi a inaugurare con cento studenti romani una scuola dedicata ad Angelo Frammartino, volontario vicino a Rifondazione, ucciso a Gerusalemme da un giovane palestinese.

            Ma Veltroni, per Bertinotti, ha un vantaggio in più rispetto a quelli già citati: un buon rapporto con colui che potrebbe diventare il leader della sinistra che sarà, di quella federazione che il presidente della Camera immagina prossima ventura, alla quale è disposto a sacrificare il progetto della sinistra europea, e, forse, anche il nome e il simbolo di Rifondazione comunista. Con quel Guglielmo Epifani che ha rapporti strettissimi con Bertinotti (i due si vedono molto spesso) e che sarebbe l’unico, dopo aver lasciato la Cgil, a poter mettere insieme comunisti, ex Ds e forse persino i socialisti. Epifani, sì, perché Bertinotti ormai per sé immagina una strada diversa, più istituzionale. Ma esattamente come quel D’Alema a cui non darà l’appoggio per un’eventuale candidatura a premier, il presidente della camera ha ritagliato per sé un ruolo di king maker. E, allora, avanti Veltroni, per palazzo Chigi, e avanti Epifani per quella Epinay mitterrandiana che Bertinotti sogna per la sinistra italiana.