Fassino: mi rifiuto di pensare che flessibilità equivalga a precarietà

18/03/2002

  Sindacale





Fassino: mi rifiuto di pensare che flessibilità equivalga a precarietà

di 
Ninni Andriolo


 CERNOBBIO Sentite cosa pensa dei no global il ministro italiano delle Attività produttive: «In ogni epoca storica ci sono stati degli scontenti. Ma in una democrazia l’espressione del disappunto dovrebbe trovare la sua normale espressione nella opposizione parlamentare e nel voto periodico che si esprime». Attenzione, quindi, «a non giustificare metodi violenti, come quelli che si stanno attuando in Spagna o si sono attuati a Genova, perché dove non c’è la rappresentanza del disagio in Parlamento si comprende che si possa ricorrere alla violenza, ma da noi no». L’equazione di Marzano? No global uguale violenza. L’opposizione? Esprime solo il disagio e deve farlo in Parlamento, perché le manifestazioni di massa politiche o sindacali sovvertono le regole della democrazia che prescrivono solo il voto ogni cinque anni.
Cernobbio, villa d’Este, il forum promosso dalla Confcommercio è iniziato da un’ora quando Marzano parla. C’è Billè, ci sono Angeletti della Uil e Pezzotta della Cisl e c’è il segretario dei Ds, Piero Fassino. Il ministro ascolta in silenzio, alla fine prende la parola e espone il suo pensiero anche sull’articolo 18. «Su questo c’è stato un veto – spiega – e capisco che si parli di contropotere sindacale quando il governo non è democratico, ma in Italia c’è un esecutivo che ha avuto il potere dal popolo, non è quello che c’era una volta in Urss».
Ascoltando queste considerazioni appare chiaro quello che sostiene Fassino: in questo governo c’è «un problema culturale prima che politico». Tremonti, altra breve nota di colore, ieri ha equiparato il no sindacale alla modifica dell’articolo 18 alla posizione di chi si ostina a tenere accesa la candela perché non ha dimestichezza con la luce elettrica. Diritti come impaccio, nella sostanza.
Opposta, naturalmente, la posizione del segretario Ds. La flessibilità, ad esempio. «Non ho mai fatto la battaglia contro – spiega il leader della Quercia – La flessibilità, infatti, oggi è il modulo di organizzazione non solo del mercato del lavoro, ma anche della società. Mi rifiuto, però, di accettare l’idea che flessibilità debba equivalere a precarietà». Una posizione antimoderna? Sentiamo ancora Fassino. «Nessuno accetta di essere messo in una condizione di precarietà esistenziale quotidiana – dice – e per questo bisogna dare la formazione che consente a un cittadino di cambiare lavoro senza salti nel buio; per questo bisogna tutelare il reddito, introdurre ammortizzatori sociali». Garanzie e tutele, quindi. «Noi come centrosinistra abbiamo introdotto uno strumento di flessibilità, le società di affitto lavoro – ricorda il leader dei Ds – Queste però hanno un limite. Un giovane che lavora magari per otto mesi, infatti, nei quattro mesi in cui rimane disoccupato non ha una lira di reddito, non ha un minimo garantito». Insomma: «li vogliamo dare elementi di certezza sul piano del reddito? Vogliamo garantire a chi cambia continuamente lavoro un percorso previdenziale certo che gli consentirà domani una pensione?» All’assemblea dei commercianti riunita a Cernobbio, Fassino manda un messaggio chiaro: «se la gente percepisce che flessibilità è solo precarietà si rifiuterà di farla» e questo non consentirà un mercato del lavoro più flessibile. No alla modifica dell’articolo 18, quindi, perché «costituisce un elemento di precarizzazione in più, perché toglie diritti a chi ce li ha e non ne aggiunge a chi non ne ha». Interventi molto più seri, invece, che estendano garanzie e diritti.
Ma il tema dello Statuto dei lavoratori, e della libertà di licenziamento, è solo uno dei metri di giudizio di Fassino sul centrodestra. L’Europa, per esempio. I processi di integrazione europea, dopo la moneta unica subiscono «accelerazioni in tutti i campi e devono essere vissuti come occasioni per modernizzare l’Italia». Proprio per questo, dice il segretario Ds, preoccupano gli atteggiamenti di molti esponenti del governo. «Atteggiamenti culturali prima che politici» che «evocano l’Europa come rischio». Ed è «una stupidaggine» accusare il centrosinistra di «europeismo acritico», come fa Berlusconi. «Sappiamo tutti, infatti, che nel processo di integrazione europea non spariscono gli interessi nazionali ed è giusto che ogni Paese li tuteli. Ma il problema è come si fanno valere questi interessi». Mettersi, come fa il governo italiano, «in una posizione antagonistica rispetto a ogni problema» non aiuta.