Fassino: caro Sergio, il lavoro è cambiato

26/11/2001






Fassino: caro Sergio, il lavoro è cambiato

Con Cofferati? Distanze non incolmabili. Con D’Alema? Piena sintonia d’obiettivi. La minoranza? Non ho preclusioni. Berlusconi? A primavera finirà l’idillio con l’Italia. Parla il neo-segretario dei diesse.

di Fernanda Alvaro


SPECIALE PESARO: I DIESSE A CONGRESSO

ROMA- Dalla radio, all’agenzia, dall’italiano all’inglese, dalla preparazione per il viaggio a Santo Domingo dove si riunisce l’Internazionale socialista, all’aereo per andare in Sicilia, dove si vota. Piero Fassino è segretario da una settimana, soltanto da tre giorni ha preso possesso della stanza che fu di Walter Veltroni ed è già nel vortice di impegni e polemiche. Divani bianchi, arredamento "Ikea". Nella libreria a muro non ci sono ancora i suoi libri e sulla scrivania non c’è nulla che possa dimostrare il passaggio di consegne. Non ci sono "tracce" lasciate a proposito per mostrare interessi e direzioni politiche. Soltanto lo schermo piatto di un computer che continua a macinare notizie e un foglio di carta dove segnare gli appuntamenti: ore 12 Amato….



L’hanno definita in più modi, da "grissino di ferro" a  "passista".  Chi è Fassino per Fassino?
E’ un dirigente della sinistra che non da oggi si definisce riformista e socialdemocratico e che crede che compito della sinistra, oggi, sia tenere insieme diritti e modernità.  Non dimentichiamo che dieci anni fa i laburisti inglesi, i socialdemocratici tedeschi, altri partiti della sinistra in Europa, hanno subìto sconfitte non meno gravi di quella che abbiamo subìto noi, e sono stati per un lungo periodo all’opposizione. Sono riusciti ad uscirne, a riconquistare consensi, voti e sono tornati a governare. Sono stati capaci di cambiare sé stessi per una società che era segnata da grandi cambiamenti. Fassino è uno che vuole per l’Italia una sinistra analoga.

Ha detto: "Non basta dire noi non siamo loro, bisogna saper dimostrare che noi siamo meglio di loro". Tre temi che sono d’attualità,  tre possibilità per dimostrarlo: guerra, mercato del lavoro, compresa la modifica all’articolo 18, previdenza.
Intanto una precisazione: stare all’opposizione non è una scelta d’identità di un partito, è una condizione. Può accadere di andare all’opposizione, può anche accadere di doverci stare molto, ma ti batti ogni istante per creare la condizione di tornare ad essere maggioranza.  E allora, sulla guerra: avremmo detto sì, come abbiamo fatto, all’impegno militare italiano. E al tempo stesso avremmo insistito molto nell’accompagnare l’azione militare a una forte azione politica e umanitaria. Avremmo dimostrato di essere migliori di loro, insistendo più di quanto non abbia fatto questo governo, sulla politica, in primo luogo per la pace in Medio Oriente e un dialogo più serrato con i paesi arabi moderati. Sul mercato del lavoro è più semplice: loro tendono a ridurre i diritti per chi ne ha, senza darne alcuno a chi non ne ha. Noi avremmo ricostruito un sistema di diritti e di garanzie, tenendo conto della flessibilità,  ma offrendo sistemi di tutela e di garanzia a tutti i lavoratori. Per questo il nostro no, come quello dei tre sindacati, alla modifica dell’articolo 18 così come viene proposta. Per finire la previdenza: noi avremmo accelerato  un sistema previdenziale misto, perché il sistema  stesso sia finanziariamente sostenibile. E poi saremmo intevenuti davvero sulle minime. Invece, in questo momento, siamo in presenza di un governo che sbandiera l’aumento delle pensioni minime a un milione senza dire che soltanto due dei sette milioni di pensionati che hanno una pensione inferiore a un milione, ne saranno interessati.

Torniamo sui licenziamenti. Se la Cgil si trovasse da sola a scioperare, avrebbe i Ds al proprio fianco?
Non sta al partito decidere le forme di lotte sindacali. Quando saranno decise, valuteremo. Quel che mi sembra importante è che nel confronto col governo sui temi del lavoro e dell’articolo 18 ci sia una posizione sindacale unitaria. Adesso c’è e spero si mantenga.



Cos’è che la rende simile a D’Alema e diverso da D’Alema?
Con D’Alema c’è sicuramente una piena sintonia con gli obiettivi politici che ci poniamo: costruire una sinistra unita più forte e rilanciare l’Ulivo. Due tasselli indispensabili all’obiettivo principale: la vittoria nel 2006, o quando si voterà. Quanto alla diversità è soltanto una questione di carattere.

E da Cofferati?
Le distanze tra la linea che io ho espresso, e le sollecitazioni che Cofferati pone, non sono incolmabili. Sergio Cofferati si fa carico di richiedere una particolare attenzione per il mondo del lavoro, ed è giusto che lo faccia. E’ il segretario generale della Cgil, sarebbe curioso che non lo facesse. Io, come ho detto a Pesaro, credo che una moderna sinistra riformista e socialdemocratica abbia nel mondo del lavoro una sua radice forte. E io intendo mantenerla, tra l’altro anche per la mia personale formazione politico-culturale. Io vengo da Torino, una città simbolo dell’industrialismo e del mondo del lavoro.



La questione che pongo a me stesso, e che pongo anche a Cofferati, è che fare oggi i conti con quel mondo, significa fare i conti col mondo dei lavori. Con un universo che è cambiato molto e che richiede quindi che tutti gli strumenti legislativi, normativi e contrattuali vengano rivisitati per essere in grado di offrire tutela e rappresentanza a tutti i tipi di lavoro.

Torna a dire: riformista e socialdemocratico. Crede che queste parole possano aiutare i Ds a recuperare i consensi perduti?
Pronunciamo queste parole perché è importante rendere chiaro chi vogliamo essere: una forza che, per cultura politica, per programmi, per il suo modo di rapportarsi alla società, si muove esattamente come fanno le forze socialdemocratiche e riformiste che governano in Europa. Poi bisogna riempire queste parole di contenuti e dunque costruire una sinistra che scelga di non aver paura della scienza; che liberi la flessibilità del lavoro dalla precarietà;  che si batta perché lo stato sociale dia a ogni cittadino universalità di servizi e che però riconosca a ogni cittadino la libertà di scegliere le modalità in cui questi servizi vengono erogati; che di fronte all’immigrazione non si limiti a proclamare l’ uguaglianza tra gli uomini, ma costruisca  parità di diritti e di doveri tra chi c’è e chi arriva; che non lasci alla destra il tema della sicurezza…

A proposito di consensi perduti o non raccolti, ha in mente qualcosa per avvicinare i giovani, quelli di Genova, ma anche quelli di Assisi, di Roma? Gente che non vota Democratici di sinistra…
Non è vero, a Genova, alla manifestazione dei 200mila, c’erano tanti dei nostri. E anche ad Assisi, a Roma. Quei ragazzi pongono domande che la sinistra non può ignorare. La sinistra, per le ragioni per cui è nata e vive, non può non cercare di dare a quei ragazzi delle risposte. Un movimento, per definizione, è più largo e composito di un partito e ha molte anime.  Noi non dobbiamo identificarci con il movimento, ma cogliere le domande che pone, dare obiettivi politici. In parte lo abbiamo già fatto con la posizione sulla riduzione del debito dei paesi poveri, su Kyoto, sulla necessità di dare più poteri agli organismi sovranazionali. Una piattaforma di obiettivi su cui impegnare i diesse in Parlamento, nel Paese. Una piattaforma che può essere il terreno di un incontro e di un confronto. Ed è quello che ho fatto. Alla vigilia di Seattle, il governo italiano è stato l’unico ad aver promosso un convegno su cosa andare a dire. Lo proposi io da ministro del Commercio estero e vennero oltre mille persone. Avremo iniziative e appuntamenti analoghi.

Perché Fassino è convinto che a primavera questo centrodestra avrà delle difficoltà? Cosa succede a primavera?
Succede che decorre un arco temporale che non permetterà più al governo la benevolenza dell’opinione pubblica. Ora siamo a sei mesi dalle elezioni, la gente non vede granché, ma dice, vediamo, aspettiamo cosa matura. Quando saremo ad aprile-maggio e si vedrà che questo governo in un anno non ha fatto quanto promesso, allora comincerà a matu rare nell’opinione pubblica un giudizio diverso. Questo governo sta seguendo semplicemente una linea di destrutturazione. C’è un’idea primitiva e naif secondo la quale basta togliere le cose e la società funziona meglio. Così si toglie la riforma della scuola, si tolgono diritti ai lavoratori, si togli ai magistrati la possibilità di indagare…

A proposito di magistratura, ha idea del perché il sottosegretario Taormina è così certo che il premier non lo caccerà?

Chiediamoglielo. Io penso che quel che dichiara da giorni sia intollerabile dal punto di vista delle regole costituzionali del nostro Paese. Taormina come privato cittadino può pensare dei giudici quel che vuole. Berlusconi, come privato cittadino, può fare altrettanto. Ma il sottosegretario e il premier hanno il dovere di rispettare la Costituzione e le prerogative che questa riconosce ai poteri dello Stato, in particolare alla magistratura. Io voglio vivere in un Paese in cui si riconosce l’indipendenza e l’autonomia della magistratura e non in un Paese in cui ci sia un uomo politico che pensa di poterla condizionare o addirittura, reprimerla.



Chiudiamo col partito: allora segreteria tutta di maggioranza? Lei aveva aperto, ma il correntone…

Proporrò un Comitato direttivo di 25-30 persone nel quale le mozioni saranno proporzionalmente rappresentate. Un direttivo snello, in modo che si possa riunire con molta frequenza e consentire un confronto politico che permetta alle minoranze di concorrere alle decisioni che dobbiamo assumere. Per la segreteria, nove-dieci persone. Valuterò le decisioni della minoranza e, ribadisco, di non avere preclusioni. Quanto alle persone, per ora vedo circolare illazioni giornalistiche. Ai nomi comincerò a pensare mercoledì.

(24 NOVEMBRE 2001: ORE 10:00)