Farmacie, fuori gli estranei

11/03/2002

n.11 – 14 marzo 2002



SCIENZA
AFFARI & BUROCRAZIA – LA GUERRA PER IL BUSINESS DELLE PILLOLE



Farmacie, fuori gli estranei

Carte bollate, ricorsi al Tar e concorsi bloccati: così, opponendosi all’apertura di nuovi esercizi, chi vende medicine vuole proteggere un mercato miliardario. Per pochi intimi.


di 
 
ANTONIO GALDO
8/3/2002

MILANO 129.630.682 Euro per 86 farmacie – Il gruppo tedesco Gehe avanza in tutta Italia per l’acquisto di farmacie. A Milano è diventato padrone di 86 sedi comunali pagando 251 miliardi di lire a Palazzo Marino.
Tutto concentrato in un palazzo, via Giacomini 4, a Firenze. Al primo piano c’è l’associazione dei titolari delle farmacie, al secondo l’ordine professionale; poi, salendo, arrivano gli studi degli esperti. L’avvocato Bruno Nicoloso, professore di diritto farmaceutico, maestro nella stesura di migliaia di ricorsi al Tar che sommergono e bloccano, in ogni regione, i concorsi per l’assegnazione delle nuove sedi. Il commercialista Alberto Betti, specializzato nella contabilità, ma anche nella compravendita di farmacie. Per acquistarne una, dicono a Firenze, bisogna passare da lui. Comodo, no? Basta salire e scendere una rampa di scale e la situazione è sotto controllo. Come l’intero mercato delle pillole, che in Italia vale un fatturato di 12 miliardi di euro e non conosce la parola recessione. Anzi.
Soltanto nel 2001 la spesa per le medicine è cresciuta, rispetto all’anno precedente, del 32 per cento
e ogni italiano non se la cava, in media, con meno di 310 euro all’anno. Un vero tesoro. Blindato: nelle mani della casta dei titolari delle farmacie private, simbolo delle liberalizzazioni che si promettono e non si fanno mai. Sulla carta i fortunati sono 15.324; se però si calcolano mogli, figli e fratelli, l’universo dei farmacisti si riduce a meno di 10 mila famiglie.
Ma come si difende manu militari, nell’era dell’economia globale, un intero mercato? Innanzitutto si rispettano le leggi, ovviamente. E poi si vince una partita a scacchi in appena tre, semplici mosse. Con la prima si bloccano i concorsi, complici amministratori locali e burocrati abilissimi nell’infilare carte in qualche pozzo nero di regioni e comuni. Poi, se proprio la procedura si avvia, c’è sempre un modo per riportarla al punto di partenza. Terza mossa: se il concorso dovesse finire, allora scatta la magia del ricorso al Tar, la carta bollata che seppellisce il rischio della concorrenza. I risultati sono straordinari. In Sicilia le ultime nuove sedi assegnate risalgono agli inizi degli anni Settanta. Alla vigilia delle elezioni amministrative del 2000 si è gridato al miracolo: la giunta regionale prometteva l’apertura di 52 farmacie. Mai viste. A distanza di due anni dall’annuncio, negli uffici dell’amministrazione si stanno valutando le 12 mila domande presentate.

Un lavoro certosino, perché qualche nome di battesimo non è di facile lettura. Un dilemma biblico: Mario o Maria? Intanto, nel piccolo centro di Modica, in provincia di Ragusa, una farmacia è stata venduta per 1.885.068 euro: apparteneva a un titolare che aveva la passione per il calcio e i cavalli. E ci ha rimesso il tesoro.
Nel Lazio i concorsi non si svolgono da 15 anni, in Puglia da 14, in Piemonte da 10, in Campania dal 1975. L’ultimo è saltato perché uno dei commissari è morto e si è scoperto che un altro aveva qualche parente tra i candidati. Tutto fa gioco per difendere il tesoro e d’altra parte questi concorsi sono studiati su misura per i cultori della melina. Bisogna attraversare, come una giungla, 26 passaggi formali. Le piante organiche delle farmacie che i comuni dimenticano in qualche cassetto, i pareri delle asl e degli ordini professionali, la delibera dell’assessore regionale alla Sanità. Firme, protocolli, timbri, autorizzazioni. E altri risultati eccellenti: in provincia di Napoli ci sono comuni che hanno più di 20 mila abitanti e soltanto due farmacie. A Roma la periferia è sguarnita di sedi, mentre al centro della città una farmacia è stata recentemente venduta all’asta per 3.615.198 euro.

Perfino il numero degli abitanti di un comune o di un quartiere, uno dei parametri con i quali si disegnano i punti vendita, diventa un’opinione, come tale variabile
. A Montemurlo, in provincia di Prato, il censimento segnalava 18.057 cittadini: bisognava aprire un’altra farmacia. Il tempo di avviare il girotondo dei pareri sul territorio e, sorpresa, gli abitanti di Montemurlo sono scesi a quota 17.957. Una differenza di poche anime, sufficiente però per arrivare alla conclusione che non ci sono più i numeri, previsti dalla legge, per inaugurare la nuova sede. Fine della consultazione.
Per quanto riguarda i ricorsi al Tar, la fattispecie più collaudata è quella del calcolo dei metri: valgono oro. Poiché la legge parla di una distanza di sicurezza, a prova di concorrenza, tra una sede e l’altra, il farmacista titolare appena intravede il rischio di un nuovo arrivo bussa alla porta dell’avvocato. E parte il ricorso: si contesta la pianta organica e si presenta la perizia di un geometra che, sommando abilmente cunette e marciapiedi, dimostra il mancato rispetto della distanza di sicurezza.
A Tolentino, in provincia di Macerata, i giudici amministrativi discutono da anni su 26 metri di terreno che intanto impediscono l’apertura di una nuova farmacia. In Sardegna, uno dei 15.324 membri della casta è stato più spregiudicato: ha fatto ricorso al Tar sostenendo che bisognava consultarlo prima di decidere l’apertura di una seconda farmacia nel suo territorio.

Tira e molla, alle porte del mercato blindato delle pillole bussa l’esercito degli esclusi
. I 40 mila iscritti all’ordine, ma non titolari, che ogni anno aumentano di circa 1.500 unità con i neolaureati. Sono giovani che invecchiano rincorrendo il miraggio del tesoro proibito e che, dopo avere partecipato a una decina di concorsi finti, si rassegnano a cambiare mestiere. Diventano informatori scientifici, cioè fanno i rappresentanti di un’azienda farmaceutica, oppure aprono un’erboristeria. Qui, attenzione, non possono indossare il camice bianco e accedono all’ente previdenziale della categoria, cioè alla pensione, soltanto se dimostrano «di svolgere un’attività professionale fondata sulla preparazione delle erbe».
A Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, Rino Mantovani e Franca Morselli, marito e moglie, si sono conosciuti durante gli studi universitari. Entrambi volevano aprire una farmacia. Oggi, dopo 20 anni di inutili domande, Franca è proprietaria di un’erboristeria (e sanitari) e Rino fa l’informatore scientifico. Un destino molto diverso rispetto ai figli e ai nipoti, fino al secondo grado, dei farmacisti titolari. Per loro, lo prevede la legge, la sede in eredità è un diritto acquisito e garantito. Se sono asini, oppure non hanno voglia di studiare, hanno 30 anni di tempo per prendersi il pezzo di carta, la laurea ed entrare nel club.

Il presidente del Movimento dei liberi farmacisti (gli esclusi dalla casta), Vincenzo Devito, durante il primo congresso della sua associazione ha denunciato «il torbido sistema delle quote». Tra gli acquirenti delle farmacie in vendita, quelle che valgono milioni di euro, ci sono anche i soliti prestanome che rappresentano le quote dei veri proprietari. In un biglietto ritrovato nel covo di Giovanni Brusca, e firmato da Giovanni Riina, il figlio del capo di Cosa nostra, si parla di affari: «Vedi che dalle parti tue si vende la farmacia dei paesani nostri. Se ti interessa, faccelo sapere».
L’unica scossa al medioevale mercato nazionale delle pillole è arrivata con la privatizzazione di alcune delle oltre 1.000 farmacie comunali
. Poiché in questo caso non ci sono trucchi da inventare, ma bisogna solo firmare degli assegni, la conclusione è prevedibile: stanno comprando gli stranieri. Bologna, Cremona, Prato, Rimini: il gruppo tedesco Gehe avanza in tutta Italia. E l’ultimo affare lo ha fatto a Milano, dove la Gehe è diventata padrona di 86 farmacie comunali versando nelle casse di Palazzo Marino 129.630.682 euro. «Abbiamo presentato ricorsi e impugnative ovunque possibile, contro una vendita che riteniamo assurda» protesta Giorgio Siri, presidente dell’associazione dei titolari di farmacie. «Faremo le barricate perché la legge prevede una sede per ogni titolare e poi non vogliamo vedere le farmacie trasformate in supermercati». Strana obiezione, quest’ultima, visto che nelle farmacie italiane, ai 12 miliardi di euro incassati con le medicine si devono aggiungere 1,5 miliardi di euro fatturati con il resto: dalle creme per abbronzarsi alle scarpe ortopediche.

Anche le privatizzazioni, dunque, fanno una tappa davanti a qualche giudice
. Come potrebbe accadere per la clamorosa leggina approvata dalla commissione Sanità della Regione Veneto, su proposta del suo presidente, Leonardo Padrin. Sono poche righe, con le quali però si smonta un intero sistema: la regione, forte delle sue nuove competenze, non riconosce più la necessità di assegnare le sedi di farmacie con i vincolanti parametri della legge nazionale. Vuole le mani libere, per aprire il mercato. Un obiettivo che i farmacisti non possono accettare. E questa volta, più che al Tar, pensano di rivolgersi alla Corte costituzionale.



 
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