“Fare l’alternativa, non solo opposizione” la sfida del nuovo leader democratico

26/10/2009

Abbiamo lavorato sodo. E abbiamo indovinato i toni giusti per parlare al partito e al Paese». Intorno a lui si scatena la festa, si stappa lo spumante, i sostenitori baciano le sostenitrici
Ma il tono del neosegretario del Pd Pierluigi Bersani non cambia: poche parole, nessuna concessione allo spettacolo, alla frase immaginifica, alla marcia trionfale. «È una vittoria di tutti, anche mia», scrive su Twitter. Il popolo delle primarie conferma il voto degli iscritti: «Non ho mai pensato che fossero due razze diverse», commenta. Nella sede del comitato a Piazza Santi Apostoli, dove aleggia il ricordo dei due successi dell´Ulivo, si torna a respirare l´aria di vittoria. Sfilano i supporter: Latorre, Bindi, Visco, Violante, D´Alema, Letta, Errani, Miotto, Sposetti, Livia Turco, Gualtieri, Penati, Cuperlo.
La notizia del successo arriva quando Bersani è ancora nella sua casa di Roma, da solo. Una doccia veloce, magari canticchiando la canzone di Vasco, prima del bagno di complimenti, telecamere, taccuini. Bersani non smentisce se stesso. «Farò il leader a modo mio. Non un partito con un uomo solo al comando, ma un collettivo di protagonisti». Diverso dalla destra. Politicamente, culturalmente.
«Dobbiamo essere orgogliosi di una forza politica senza padroni». Orgogliosi delle primarie. «E dell´organizzazione che ha creato tutto questo», aggiunge per difendere la sua esperienza di dirigente di partito. «Comincerò dal lavoro. Non il mio, non quello da segretario, sia chiaro. Dai lavoratori veri, quelli che soffrono la crisi. La situazione è drammatica, il Partito democratico deve subito fare qualcosa». Il pensiero va subito a loro: operai, dipendenti, autonomi, artigiani, piccoli imprenditori. La spina dorsale della sua storia politica. Oggi infatti va dagli artigiani di Prato, a sentire il polso indebolito dalla recessione. Il lungo giro d´Italia gli ha consegnato l´immagine di un Paese davvero sull´orlo del baratro: la disoccupazione, le aziende che chiudono, i tagli. «Comincio da qui», ripete. Dovrà tenere unito il partito, l´altro compito principale. Chiederà subito una collaborazione leale a Franceschini e Marino. La supporter Rosy Bindi ha già detto: «Dobbiamo tenere tutti dentro. Ma una cosa è chiara: la squadra di Pierluigi è quella che lo ha sostenuto alle primarie. Non c´è spazio per gli altri». Bersani però lancerà subito un segnale di unità, un messaggio in cui l´intero partito possa riconoscersi. «Parleremo con i partiti che sono all´opposizione del centrodestra», aggiunge. Tutti, dunque. Casini, Di Pietro, Vendola. Con loro cercherà di costruire qualcosa di più del muro contro muro. «Il Pd dev´essere partito dell´alternativa più che dell´opposizione. Non significa non combattere Berlusconi, significa che urlare non porta da nessuna parte».
La sua lunga rincorsa è finita con una vittoria. Bersani aveva fatto un passo indietro nel 2001, lasciando il campo libero a Piero Fassino quando ancora c´erano i Ds. Ne ha fatto un altro ancora più evidente nel 2007, accettando il patto di nomenklatura che convergeva su Walter Veltroni. Nell´intervista a Repubblica con cui ha lanciato quest´ultima, vincente, rincorsa disse: «Ho fatto una grande cavolata, l´altra volta». Stavolta è andato fino in fondo e diventa segretario. Lo farà secondo il suo modello.
Inclusivo, pronto all´ascolto. Bersani ama raccontare la sua esperienza di presidente dell´Emilia Romagna e di come si fa politica nella sua regione. «Partecipazione, disponibilità. Allora tornavo sempre a dormire a casa, a Piacenza. Ma qualche volta era troppo tardi e mi fermavo in albergo a Bologna. Arrivavo distrutto, il portiere di notte prendeva la chiave, la metteva sul bancone, poi ci poggiava una mano sopra. Voleva parlare del partito, delle gioie e dei dolori che gli dava. Prima di conquistare la chiave dovevo farmi una chiacchierata di almeno un quarto d´ora». E´ l´immagine del suo metodo di lavoro e anche dell´uomo.
A casa adesso ci starà ancora meno. Ieri lo ha fatto votando a Piacenza con la moglie Daniela e le figlie Elisa, 25 anni, e Margherita, 17. «E´ una grande fesseria che con i figli la qualità può sostituire la quantità. Con Elisa sono stato più presente. Quando cresceva Margherita invece avevo cominciato a lavorare a Roma. E la differenza si vede». Ma le prime telefonate sono state con loro, con le sue donne. Poi ha chiamato Franceschini. E al comitato è partita la festa. Santi Apostoli ha vinto per la terza volta