Famiglie italiane a rischio povertà

10/04/2007
    martedì 1o aprile 2007

    Pagina 27 – Economia

    LA COMMISSIONE AFFARI SOCIALI LANCIA L’ALLARME

      Tasse sì, welfare no
      Famiglie italiane
      a rischio povertà

        Penalizzato
        soprattutto
        chi ha figli
        e un solo stipendio

          PAOLO BARONI

          ROMA
          Sempre più povere, quasi dimenticate dallo Stato, ma non dal Fisco che le tartassa. E’ questa la fotografia delle famiglie italiane che emerge dall’ultima indagine della commissione Affari sociali della Camera. Che lancia un allarme: nel nostro paese la povertà sta avanzando in maniera impietosa e nel Sud in particolare il gap tra ricchi poveri è sempre più ampio. Ad essere penalizzati sono in particolare i nuclei famigliari, soffocati dai debiti (che nel 2005 sono cresciuti del 20% toccando quota 68 miliardi di euro) e sempre più in affanno. Al punto che oggi un bambino su tre è a rischio povertà. Secondo l’indagine l’Italia è tra i paesi del mondo economicamente più avanzato che presenta «la più alta sperequazione dei redditi. Colpa del ridotto livello di mobilità sociale che caratterizza l’attuale fase storica, del progressivo incremento dei prezzi di beni e servizi, della maggiore precarietà del lavoro e delle difficoltà legate al caro-casa.

          I più colpiti sono le famiglie numerose, i disoccupati con figli a carico, le coppie giovani con lavori precari, i lavoratori con bassi livelli di istruzione e qualificazione professionale, gli anziani e le donne sole e chi risiede nel Mezzogiorno. «La condizione più grave – avverte il rapporto – riguarda le coppie con tre o più figli, quelle con membri aggregati e i nuclei monogenitali del Sud». Tutte fasce di popolazione dove il tasso di povertà raggiunge anche il 40%.

          Stato avaro
          I dati sulla spesa sociale destinata alle famiglie spiegano molto: col 4,4% contro una media Ue dell’8,5% l’Italia è infatti agli ultimi posti in Europa. L’esempio più lampante è quello degli asili nido: l’Italia è ben lontana dall’obiettivo del 33% di copertura territoriale fissato dal Consiglio europeo per il 2010. E per questo i bambini con meno di due anni con madre che lavora vengono affidati per il 52,3% ai nonni, per il 14,3% al nido privato, per il 13,5% al nido pubblico e per il 9,2% alla baby sitter. Perché non ci si rivolge al nido? Per assenza o lontananza delle strutture (22%), carenza di posti (19,5%), costi elevati (28,5%) e la rigidità dell’offerta (16,3%).

          Di qui l’esigenza «di incrementare e riorientare la spesa, per sostenere politiche più adeguate, ponendo fine a interventi sporadici e meramente assistenziali. Una politica per le famiglie – rileva la Commissione Affari sociali – non è settoriale ma è data dalla convergenza della politica fiscale, del lavoro, dell’istruzione, della salute, della casa, dei servizi sociali, delle pari opportunità». Peccato, però, che proprio una di queste possibili leve, quella fiscale, sia uno dei fattori oggi più penalizzanti.

          Fisco vorace
          «Gli squilibri del sistema fiscale – spiega il rapporto – risultano particolarmente evidenti con riferimento all’Irpef, all’Ici, alla tassa sullo smaltimento dei rifiuti, che non prevedono adeguate agevolazioni in relazione al numero dei componenti del nucleo familiare». Non solo, ma l’indicatore della situazione economica, l’Isee, «non consente l’emersione dei fenomeni di elusione ed evasione fiscale» e non assicura una «adeguata ponderazione delle varie fonti di ricchezza del nucleo familiare».

          Sempre più piccole
          Non sorprende che di fronte a questo quadro la famiglia italiana negli ultimi anni abbia cambiato volto: i nuclei con cinque o più componenti sono passati dall’8,4% del 1994-95 al 6,5% del 2005, le nascite fuori del matrimonio sono cresciute del 70% (sono il 13,7%), i genitori single hanno toccato quota 2 milioni, mentre i nuclei non tradizionali rappresentano il 23% del totale: sono 5,2 milioni contro il 3,5. E due su 10 sceglie di non avere figli.