Fair Trade: C’è la crisi? E la spesa si fa equa

22/11/2001



..da Economia – Mercoledi 21 Novembre 01

C’è la crisi? E la spesa si fa equa

Il «Fair trade» fa boom. L’effetto del G8 e della guerra

Fatturato record per Ctm, vendite alle stelle per Transfair «I consumatori sono diventati più sensibili»

Massimo Calvi




Aerei ed aeroporti semivuoti, concessionari d’auto che rimpiangono i bei tempi, show-room e boutique della moda con commessi che si annoiano, centri commerciali in cerca della folla perduta…

L’attacco terroristico agli Stati Uniti e la campagna militare in Afghanistan hanno avuto un effetto devastante sul commercio e l’economia dell’Occidente. Il clima di terrore ha fatto precipitare ai minimi la fiducia dei consumatori, stravolgendo le normali dinamiche economiche e risvegliando lo spettro della recessione. Pochi settori sono stati risparmiati dalla crisi seguita ai fatti dell’11 settembre, pochissimi quelli che sono riusciti a muoversi in controtendenza. Tra questi, in compagnia ad esempio del mercato dei noleggi di videocassette, c’è un’attività marginale e che le ricerche di mercato si dimenticano volentieri di ricordare: quella dei prodotti del commercio equo e solidale. Caffè, tè, cioccolato, biscotti, banane, miele… Prodotti alimentari (ma non solo) che vengono acquistati direttamente dai piccoli produttori del Sud del mondo garantendo loro prezzi «equi» e al riparo dalle speculazioni sui mercati.

Da qualche anno il fair trade, come viene chiamato in tutto il mondo il commercio equo, è in forte crescita. Il suo successo è legato alla maggiore consapevolezza che le persone hanno maturato sugli effetti degli acquisti nell’era della globalizzazione. Ma nelle ultime settimane l’aumento dell’interesse verso il commercio equo ha assunto proporzioni consistenti. Da vero e proprio boom. Tanto che in molti vi hanno visto l’effetto del nuovo clima internazionale: come se di fronte alla realtà di un mondo in guerra le persone cercassero piccole ma concrete soluzioni di giustizia.

I numeri parlano da soli. Lo scorso settembre il fatturato realizzato da Ctm-Altromercato, il maggiore consorzio del commercio equo in Italia, è stato di 2,5 miliardi, in significativo rialzo rispetto ai 2,2 miliardi dello stesso mese di un anno prima. In ottobre, invece, i ricavi sono letteralmente decollati, sfiorando i 4 miliardi di lire.

Il trend, è vero, dura da tempo. L’ultimo bilancio di Ctm, consorzio che riunisce un centinaio di Botteghe del Mondo, si era chiuso a giugno con un fatturato di 24,8 miliardi di lire, in crescita del 34%. Ma da luglio a ottobre l’aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno prima è stato ancora più forte: +53%.

«L’aumento delle vendite è stato forte negli ultimi tempi, ma andrei cauto nel collegare questa cosa agli effetti della crisi internazionale – sostiene Giorgio Dal Fiume, presidente di Ctm -. Però è vero che tra i consumatori c’è ora una maggiore consapevolezza. E non solo tra loro. Nelle ultime settimane diversi gruppi multinazionali ci hanno contattati per poter commercializzare i nostri prodotti o per realizzare confezioni natalizie eque e solidali. Ripeto: non posso dire che ci sia un legame con i fatti dell’11 settembre, ma di certo l’attenzione verso di noi è aumentata considerevolmente negli ultimi tempi».

Il boom non è solo un fatto di ricavi. «Oggi sulla nostra attività c’è molta più attenzione – rileva Emilio Novati di Equomercato, centrale del commercio equo che fattura 2 miliardi e 100 milioni l’anno -. Negli ultimi mesi abbiamo registrato un incremento degli ordini del 15-20%. Ma soprattutto stanno arrivando molte richieste per incontri, lezioni e serate pubbliche. Tanto che spesso dobbiamo rinunciare perché non ce la facciamo a star dietro a tutto».

Il cammino di crescita del commercio equo e solidale è stato lento, ma continuo, negli ultimi anni. A sostenerne l’ascesa recente ha sicuramente influito – nel bene come nel male – anche l’azione dei movimenti «no global». Non ha dubbi, in proposito, Maria Teresa Pecchini, a capo dell’associazione che riunisce oltre 200 Botteghe del Mondo: «La maggiore attenzione verso le attività del fair trade c’è perché ormai ovunque si parla di globalizzazione e dei suoi effetti. Ora, con quanto accaduto negli ultimi tempi, dalle manifestazioni legate ai vertici internazionali, ai fatti che hanno interessato gli Stati Uniti, la gente è stata portata ad avere una sempre maggiore maggiore attenzione quando si reca a fare acquisti».

Il commercio equo, dunque, come una risposta semplice, ma concreta, contro le ingiustizie. Ma se l’universo che ruota attorno alle botteghe della solidarietà è in fermento, è nella grande distribuzione che si sta preparando la grande svolta. Grazie a Transfair, il marchio di garanzia nato per far vendere i prodotti «etici» sugli scaffali dei supermercati, oggi nel 35% dei punti vendita della grande distribuzione si possono trovare prodotti equi e solidali. E anche qui i segnali giunti dopo l’11 settembre sono molto indicativi.

«Catene commerciali che si erano avvicinate a piccoli passi al commercio equo hanno improvvisamente deciso di fare passi da gigante», spiega Paolo Pastore, responsabile organizzativo di Transfair. Solo a settembre-ottobre, ad esempio, nei supermercati sono state vendute oltre 80mila confezioni di succo d’arancia a marchio Transfair. Nei punti Gs-Carrefour le vendite di caffè, te e cioccolata sono quadruplicate e in pochi giorni i prodotti equi hanno conquistato i punti alti e più ambiti degli scaffali. Anche la catena Pam, dopo aver iniziato a vendere caffè e tè, ha subito deciso di passare a vendere anche la cioccolata. Mentre la Coop, la prima catena ad investire sui prodotti equi, ha deciso di mettere in commercio per Natale, 40mila confezioni-regalo con prodotti garantiti Transfair. E l’anno prossimo venderà prodotti equi con il proprio marchio e certificati Transfair.

Forse mai come in questo momento il commercio equo e solidale si è trovato al centro dell’attenzione, investito di un compito importante nella costruzione di meccanismi di equità. Tra la gente e tra i consumatori è evidente la voglia di governare la globalizzazione, il desiderio di dare al mercato regole nuove e più giuste. I princìpi del fair trade – attività che si basa sul motto: «Non aiuti, ma commercio» – lo consentono. Ma differenti visioni culturali, politiche e/o ideologiche all’interno del movimento, rischiano di rendere tutto molto più difficile.

Maria Teresa Pecchini interpreta bene una delle anime più forti: «Noi non dobbiamo soltanto vendere – sostiene – ma insegnare alle persone che va messo in discussione il nostro modello di sviluppo, che va scardinato questo sistema. E alla fine dobbiamo insegnare a consumare di meno». Paolo Pastore, di Transfair, interpreta un altro tipo di esigenza: «La nostra missione è un’altra: vendere più prodotti per aiutare il più possibile le famiglie dei contadini del Sud del mondo».

Il nodo non sono i paradossi, le utopie, o le strade possibili per affrontare il mercato: alla sua grande occasione, il mondo del commercio equo si presenta diviso.

Massimo Calvi