Ex co.co.co., il futuro è part-time

25/11/2004


             
             
             
             
            Numero 282, pag. 4
            del 25/11/2004
            Autore: di Emanuela Lancianese
             
            Ex co.co.co., il futuro è part-time
             
            I nuovi scenari dell’occupazione dopo la riforma Biagi al centro del rapporto Isfol per il 2004.
            Il tempo parziale piace all’impresa. Più del lavoro a progetto
             
            Cambia il mondo del lavoro italiano. Il primo effetto della legge Biagi sul mercato dell’occupazione è che il part-time è subentrato nel cuore delle imprese al ruolo fino a oggi svolto dalle co.co.co., e tutto questo a fronte di uno scarso utilizzo del lavoro a progetto. Peraltro, gli imprenditori poco o nulla sanno delle novità, in termini di flessibilità del mercato del lavoro, introdotte dalla legge 30/2003: solo un terzo dei datori di lavoro, infatti, dichiara di essere poco o per niente informato sulla riforma. Il lavoro poi, si tinge sempre più di rosa: l’occupazione femminile, infatti, è in lenta ma continua ascesa, in un mercato, quello italiano, che pur registrando in un anno un aumento di 163 mila unità soprattutto nel segmento dei contratti a tempo indeterminato (+1,5%) e a tempo pieno (fino al 63% degli occupati), colleziona comunque un tasso di attività tra i più bassi d’Europa.

            Sono i nuovi connotati del mercato del lavoro e della formazione in Italia, secondo la fotografia scattata dall’Isfol nel rapporto 2004, che parla di una ´lenta affermazione’ di una ´rivoluzione culturale’ destinata a ´riorganizzare il sistema del lavoro in maniera estesa e profonda’. Il rapporto sottolinea comunque la permanenza di alcuni mali storici dell’economia italiana: è in crescita per esempio il divario tra la situazione occupazionale delle regioni del Centronord e quella delle aree meridionali. Nel secondo trimestre dell’anno in corso, spiega l’Isfol, la popolazione occupata ammontava a 22 milioni e 438 mila, in crescita di 7 decimi di punto rispetto a 12 mesi prima. Il risultato, in concomitanza con una crescita del pil ancora debole, è stato reso possibile principalmente da una espansione in settori ad alta intensità di lavoro (costruzioni, terziario e agricoltura) e da una progressiva regolarizzazione di lavoratori che prima operavano in condizioni sommerse. È proprio per effetto di una crescita della popolazione residente, nell’ultimo anno, che, pur essendo aumentato il numero degli occupati, il tasso di occupazione è rimasto praticamente invariato. E la grande maggioranza di coloro che hanno un lavoro, sottolinea l’Isfol, è occupata a tempo indeterminato. Infatti, l’occupazione temporanea negli ultimi tre anni è cresciuta, ma quella a tempo indeterminato è aumentata ancora di più. La riforma Biagi, in ogni caso, sta prendendo piede.

            Tuttavia, ´due e tre anni non saranno sufficienti’ perché questa ´dispieghi appieno i suoi effetti’. Ancora oggi per esempio solo tre imprenditori su dieci ritengono che la riforma sarà in grado di produrre una riduzione dei costi del personale e uno su quattro che questa consentirà una maggiore facilità di inserimento di nuovi lavoratori e una maggiore facilità nella copertura dei ruoli e dei picchi di lavoro. Sindacati, datori di lavoro ed enti di formazione dicono che ´per comprendere e accogliere in pieno tutte le novità deve farsi strada una cultura nuova tra lavoratori, imprese, scuola, università, enti pubblici e privati’. Primato del part-time. Il rapporto rivela che tra gli istituti più utilizzati della legge Biagi ci sono il part-time (19%) e il contratto di apprendistato (14%). Seguono il lavoro occasionale e accessorio (9%) e il lavoro a progetto (7%). Compare anche il lavoro a coppia, anche se con una percentuale molto contenuta (0,4%). Le imprese del Nord utilizzano più delle altre il lavoro a progetto e il lavoro occasionale, mentre il contratto di apprendistato è maggiormente apprezzato dalle imprese del Centro. Ma l’aumento del lavoro è collegato soprattutto alla componente femminile. Occupazione femminile: +7% in dieci anni. Tra il 1998 e il 2003 il tasso di attività femminile è aumentato del 3,7% contro il 2,1% nell’Europa a 15 e negli ultimi dieci anni l’incremento è stato di quasi 7 punti in più. Il 43% delle donne in età da lavoro è quindi occupata (anche se gli uomini sono al 69%) e il gap del tasso di disoccupazione si è contratto nell’ultimo decennio del 2,2%. In cima alla classifica delle donne occupate svettano le laureate (71%), gli uomini arrivano al 76%. Tuttavia, al decrescere del livello del titolo di studio, il tasso di occupazione femminile si riduce e soprattutto aumenta la differenza rispetto ai valori medi della componente maschile: gli uomini occupati con un basso livello di istruzione superano le donne del 34%. Tra i settori a maggiore impiego femminile si distinguono la p.a. (+10%) e il commercio. Le donne inoltre preferiscono lavorare part-time. Il 64% dei lavoratori a tempo parziale è donna.

            Il 30% lo ha scelto esplicitamente; il 21% per carichi familiari, il 13% per motivi personali. Esiste, tuttavia, un 26% di occupate che si ritrova in tale condizione poiché non riesce a trovare un impiego full-time. Elevato il numero di coloro che hanno lasciato il lavoro alla nascita del primo figlio: 2 milioni e 300 mila. Un numero che cresce del 20% alla nascita del secondo. Le cause dell’esclusione.

            Nell’ultimo decennio l’Italia ha visto crescere i livelli di partecipazione al mercato del lavoro del 3,6%. Nonostante ciò il nostro paese, sottolinea l’Isfol, registra tassi di attività tra i più bassi d’Europa: i livelli di partecipazione per la popolazione con più di 15 anni sono, infatti, del 49%, contro una media europea del 57%. Tre i motivi di inattività indicati dai soggetti non occupati: primo, non riuscire a integrare lavoro e impegni familiari. In questo caso si tratta per lo più di donne che per il 44% non lavorano per assistere i figli e i familiari anziani. Poi il non disporre delle competenze necessarie per inserirsi nel mondo del lavoro a condizioni accettabili. Per finire, lo scoraggiamento da periodi troppo lunghi e infruttuosi di ricerca. Quasi un quarto delle persone non occupate, soprattutto in cerca di un primo impiego, si lamenta inoltre per lo scarso accesso alle opportunità di lavoro. Per fare fronte a tutto ciò l’Isfol stila una ricetta: aumentare l’assistenza domiciliare, rafforzare le competenze e l’intermediazione con la creazione della Borsa nazionale del lavoro; strutturare meglio la rete delle informazioni ancora carente, soprattutto al Sud. Infine, adeguare meglio i posti di lavoro alle esigenze dei soggetti anche adattando gli orari.

            Formazione in aumento.

            In sette anni si laureano due studenti su tre. Aumenta il livello di partecipazione degli italiani al sistema scolastico. Il tasso di abbandono universitario, che fino a quattro anni fa era intorno al 60%, è sceso al 48%. Cresce anche la percentuale dei possessori di un titolo secondario superiore. Tra i giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni quelli con un titolo di scuola secondaria superiore rappresentano il 61,3% mentre i laureati sono il 12,7%. E tra quanti hanno iniziato gli studi sette anni fa, arriva alla laurea ormai uno studente su due. Migliora anche lo stato della formazione professionale che coinvolge il 3,8% del totale della forza lavoro. Gli iscritti sono 916 mila in aumento di 194 mila rispetto allo scorso anno. E a 12 mesi dalla fine del corso trova un impiego il 70% delle donne, il 2,5% in più degli uomini.

            Il sottosegretario di stato al lavoro e alle politiche sociali, Pasquale Viespoli, commenta così i dati rilevati dall’Isfol: ´Dal rapporto 2004 emergono dati positivi, sia sul versante della dinamica occupazionale sia su quello della qualificazione complessiva del sistema della formazione professionale, elemento quest’ultimo fondamentale per il raggiungimento dei traguardi indicati dall’Ue per il 2010′. (riproduzione riservata)