EVOLUZIONE DEL COMMERCIO IN EUROPA, 8.11.1996 Tavola rotonda

      INDICE

      Presentazione di Dino Bonazza
      Dibattito
      Gabriele Guglielmi – Introduzione
      Claudio Treves – Moderatore
      Lene Vesterlund – Danimarca
      Susanne Veh – Germania
      Annie Cauda Tortay – Francia
      Lene Vesterlund – Danimarca
      Susanne Veh – Germania
      Annie Cauda Tortay – Francia
      Paola Castellini – Assessorato Regione E.R.
      Susanne Veh – Germania
      Annie Cauda Tortay – Francia
      Paola Castellini – Assessorato Regione E.R.
      Claudio Treves – Conclusioni
      Appendice
      Allegati all’intervento di Susanne Veh
      Allegati all’intervento di Annie Cauda Tortay

      Presentazione
      Quando abbiamo pensato al Congresso Regionale della FILCAMS volevamo offrire alcuni spunti di riflessione per la nostra attività confrontandoci con alcuni partners europei.
      Ritenevamo importante capire cosa stava succedendo negli altri Paesi europei sulla evoluzione della struttura commerciale, sugli orari commerciali e di lavoro.
      In Italia l’idea di “liberalizzazione” totale proposta dalle forze politiche che hanno sostenuto i due referendum sulle leggi (n. 426 e n. 558) è uscita battuta dalle urne.
      Ciò nonostante ci trovavamo e ci troviamo in presenza di fenomeni striscianti di sostanziale modifica dell’assetto commerciale con situazioni di “darwinismo” nella rete nazionale molto sottovalutati in generale dalle associazioni, dalle istituzioni ed anche dal sindacato.
      La ricerca crescente di deroghe per le aperture festive dei negozi e centri commerciali con qualsivoglia motivazione di feste patronali o sagre varie, altro non è che la variante della guerra commerciale per accaparrarsi fette di mercato con ogni mezzo; mentre sarebbe necessario avere una programmazione degli orari delle città che tenga conto dell’intera organizzazione sociale e della esigenza qualificata di servizi anche nei centri urbani e nelle periferie.
      La stessa offerta di lavoro, in una prospettiva di evoluzione della rete commerciale esclusivamente fatta di grandi centro commerciali fuori dal contesto urbano, sembra essere precaria, composta per la maggior parte di lavoratori a tempo determinato e part-time, prefigurando una prospettiva incerta per le nuove generazioni.
      Volevamo conoscere gli orientamenti della Giunta Regionale Emilia Romagna e capire se negli altri Paesi europei vi erano fenomeni analoghi e quali erano gli orientamenti del sindacato.
      Lene Vesterlund del sindacato danese, Susanne Veh, del sindacato tedesco e Annie Tortay del sindacato francese, Paola Castellini dell’Assessorato regionale, rispondendo alle sollecitazioni di Claudio Treves, hanno illustrato le rispettive situazioni, facendo emergere differenze con il nostro sistema, ma anche grandi, talvolta preoccupanti, analogie.
      Con le OO.SS. dell’Unione Europea continueremo lo scambio di idee, valuteremo percorsi continui; con la Regione intendiamo proseguire il confronto.
      Dino Bonazza
      Segretario Generale FILCAMS-CGIL E.R.
      Bologna, 8 novembre 1996

      GABRIELE GUGLIELMI
      Iniziamo i lavori del pomeriggio con la tavola rotonda.
      Rispetto al programma iniziale ci sono alcune variazioni, nel senso che l’Assessore Duccio Campagnoli non è presente ma è sostituito dalla Dottoressa Paola Castellini, Direttrice del Servizio Commercio dell’Assessorato Regionale alle Attività Produttive.
      Per quanto riguarda le ospiti straniere, per il sindacato danese abbiamo la signora Lene Vesterlund, per il sindacato tedesco, il DAG, è presente Susanne Veh ed è presente inoltre Annie Tortay del sindacato francese CFDT.
      Ringraziamo le ospiti e ringraziamo anche le interpreti Elena Nardo, che traduce dall’inglese, Wilma Marchini, che traduce dal tedesco e Patricia Bellucci ,che traduce dal francese.
      Il nostro compito di oggi è cercare di capire, fare domande: noi abbiamo organizzato questa giornata pomeridiana, attraverso la cartellina che avete ricevuto, cercando di fornire ampio materiale di dati sul commercio e sugli orari in Emilia Romagna, in Italia ed in Europa e materiale che riguarda l’evoluzione del settore sia da noi che in esperienze più avanzate, intendendo questo momento pomeridiano anche come un momento di studio e di comparazione della nostra realtà con le realtà che le colleghe ci esporranno.
      Questa dovrà essere anche l’occasione per allacciare nuovi rapporti e relazioni fra le organizzazioni sindacali delle diverse regioni dell’Unione Europea e, per quanto riguarda noi, relazioni anche fra le province e i territori dell’Emilia Romagna con le organizzazioni sindacali delle altre regioni d’Europa.
      Come impostare questi rapporti ce lo dirà Claudio Treves, però, sostanzialmente, il dibattito che avverrà tra il tavolo della Presidenza e tutti noi dovrà riguardare temi specifici, a parte una illustrazione generale dei problemi.
      Dobbiamo tutti partire dal concetto che non conosciamo la realtà degli altri: in tutte le domande che ognuno di noi formulerà, sarà necessario illustrare brevemente qual è la realtà dalla quale si parte, qual è l’opinione che si ha della propria realtà e, sulla base di questi due elementi, chiedere l’opinione dell’interlocutore straniero e della Dottoressa Castellini.
      Prima di lasciare la parola a Claudio Treves, che coordinerà la tavola rotonda (e non è un caso essendo lui il Vice Presidente della Sezione Commercio dell’Eurofiet, dell’Organizzazione Sindacale Europea del Settore, quindi siamo rappresentati ai massimi livelli), vorrei tirare alcuni sassi nello stagno, sassi che arrivano da questa parte di regione, che dovrei tirare a Duccio Campagnoli ma approfitto della presenza della Dottoressa Castellini.
      Una prima questione affrontata in molti congressi è la proposta a livello regionale del blocco delle autorizzazioni per le grandi superfici sopra gli 8.000 metri quadri.
      Quello che vorremmo evidenziare è che la situazione in Emilia Romagna non è omogenea: se a Bologna ci sono 5-6 iper che hanno riempito la realtà, abbiamo situazioni come quella di Forlì senza iper o come Rimini, dove addirittura non solo non c’è un iper ma ci sono due iper ed uno potenziale ai confini (Pesaro, Savignano e San Marino).
      La situazione regionale, dunque, non è uniforme, probabilmente possono servire interventi da adattarsi ad ogni realtà.
      Secondo sasso: gli orari di apertura.
      Esistono orari di apertura specifici per le località turistiche e fin qui nulla da eccepire, se le località sono turistiche: il fatto è che, però, in Emilia Romagna ormai tutte le località sono turistiche, tant’è che a dieci chilometri da qui c’è Coriano, che di turistico ha semplicemente il passaggio per andare dalla Riviera a San Marino, che ha orari da località turistica.
      Non è forse il caso di rivedere i parametri per l’attribuzione di località turistica, anche ai fini degli orari commerciali?
      Terzo sasso, terza provocazione: nella normativa regionale è prevista la possibilità di derogare la chiusura domenicale nel caso ci siano degli eventi tali che portano gente in un determinato luogo, gente che, quindi, necessita di un servizio come quello del commercio.
      Questa possibilità, probabilmente, riguarda il settore alimentare ma, poi, la deroga è generalizzata.
      Solo che in questo campo c’è una gestione tipicamente italiana e si verifica un fenomeno che succedeva e che succede ancora a poche centinaia di metri da qui: gruppi di commercianti fanno la colletta fra di loro, pagano un complesso per una determinata domenica e poi scrivono al Comune dicendogli che quella domenica ci sarà una festa, ci sarà anche un complesso, verrà un sacco di gente, per cui il Comune deve concedere loro l’autorizzazione per l’apertura domenicale.
      Forse è il caso che anche questi modi vengano rivisti.
      Ho concluso, lascio la parola a Claudio Treves, augurando a tutti i convenuti buon lavoro.

      CLAUDIO TREVES
      Credo sia più utile fare una brevissima illustrazione sull’organizzazione della tavola rotonda.
      Siccome molto spesso, nel discutere di questioni internazionali, ognuno di noi si immagina che gli altri paesi siano organizzati allo stesso modo, forse è bene che si cominci spiegando, da parte delle nostre ospiti (che ringrazio anch’io per aver accolto l’invito della FILCAMS dell’Emilia Romagna), chi sono e cosa rappresentano, come è organizzato il loro sindacato, che settori copre, che cosa fa; dopodiché vorremmo adottare una metodologia di lavoro europea, il che significa che si lavora per argomenti e non sull’universo mondo.
      Il tema del primo giro di interventi vorremmo che fosse l’esperienza europea dei loro paesi rispetto allo sviluppo della rete distributiva, cioè le cose che diceva Guglielmi, il blocco o meno rispetto alle grandi superfici, capire in Francia, in Germania e in Danimarca qual è la situazione strutturale della rete distributiva, qual è la posizione dei governi rispetto allo sviluppo e qual è la posizione delle organizzazioni sindacali che le nostre ospiti rappresentano.
      Questo ci sembra l’argomento da sviluppare, in modo anche da dare alla Dottoressa Castellini, a conclusione delle illustrazioni delle esperienze europee, ulteriori argomenti per le risposte ai problemi che Guglielmi ha sollevato.
      A conclusione di questo insieme di illustrazione, la palla passa a voi per domande, chiarimenti e problemi, dopodiché torniamo e, secondo giro, organizzato sempre come il primo, sul tema orari di apertura dei negozi, orari di lavoro, occupazione, con illustrazione della situazione delle esperienze e delle posizioni dei sindacati nei paesi qui rappresentati, un ragionamento con la Regione rispetto se non altro agli orari turistici, alle deroghe concesse per particolari eventi, eccetera e una discussione generale su qual è la strategia che i nostri sindacati vogliono portare avanti rispetto al tema “Orari di lavoro, orari dei negozi e occupazione”.
      Credo che questo sia un modo anche utile per imparare, per fare in modo che gli scambi con le delegazioni estere non siano nè la vecchia cosa del portare il saluto al movimento in lotta ma un modo per imparare a vicenda e capire quali sono le difficoltà o i problemi di fronte ai quali complessivamente in Europa siamo confrontati.
      Mi fermo qui e cedo la parola alle nostre ospiti.

      LENE VESTERLUND - Danimarca
      Signore e Signori, da parte del Presidente di HK/HANDEL, Signor Jorghen Joppe, e mia, vorrei ringraziarvi per il vostro invito a questo congresso e a questa tavola rotonda.
      Vi porto inoltre i saluti dei vostri colleghi danesi.
      Allo stesso tempo vorrei ringraziare la FILCAMS per l’eccellente collaborazione in molte occasioni della Comunità Europea, e speriamo di collaborare ancora in avvenire.
      Negli anni scorsi, la HK/HANDEL ha assegnato un posto di primo piano al lavoro riguardante questioni di politica di commercio e industria, in questo queste influiscono in modo rilevante sulle condizioni di lavoro e di vita dei nostri associati.
      Le politiche di commercio e industria sono diventate questioni che interessano il movimento sindacale.
      Come esempio vorrei parlare dell’atteggiamento dell’HK/HANDEL verso la comunità locale, lo sviluppo dei centri commerciali e dell’importanza della legge sugli orari di apertura dei negozi.
      HK/HANDEL pensa che si debba fare uno sforzo straordinario di politica commerciale ed industriale al fine di assicurare lo sviluppo di nuove imprese piccole e medie.
      Fra l’altro, occorre accertare quale sia il bisogno di addestramento degli impiegati in questo genere di imprese e la conoscenza di queste necessità deve essere molto incrementata. A tal fine svilupperemo nei prossimi anni una politica speciale.
      In occasione dell’ultimo congresso abbiamo notato una diminuzione dell’impiego nel campo del commercio e sappiamo già da analisi e prognosi che il numero già limitato di negozi sta diminuendo.
      A titolo di esempio posso ricordare che nel periodo 1981-1994 il numero delle drogherie è calato da 7.300 a 4.100.
      Per quanto riguarda il volume degli affari delle imprese di vendita di prodotti di largo consumo (cioè imprese con oltre 100 milioni di corone danesi – IVA esclusa), la loro parte nel volume d’affari era il 16% nel 1994, il 17% nel 1995 e sarà il 20% nel 1996 e prevediamo che sarà il 25% nel 1999.
      Nel 1994 le imprese di vendita di prodotti di largo consumo erano 60, nel 1995 erano 61, nel 1996 sono 70 e si prevede che saranno 85 nel 1999.
      E permettetemi di ricordare che in Danimarca siamo appena 5 milioni di abitanti e il numero sta ancora calando.
      La maggior parte delle previsioni calcola un decremento del 15-20% nei prossimi anni, a seconda del ramo del commercio. Si prevede inoltre una diminuzione annua di 1000-4000 impiegati nel commercio.
      A questo punto bisogna anche parlare della disoccupazione. E’ un grave problema nel campo del commercio e lo è già da diversi anni. A quanto pare, lo rimarrà fino all’anno 2000.
      Occuparsi del problema della disoccupazione nel mercato del lavoro sarà di grande importanza nel futuro lavoro di HK/HANDEL. Su base nazionale la disoccupazione complessiva ammonta all’incirca al 10%, per HK è del 12 e per HK/HANDEL circa il 15% e riguarda all’incirca 15.000 persone.
      Mentre l’impiego ristagna o anche diminuisce – e aumenta il numero degli iscritti – HK/HANDEL ha raggiunto 100.000 iscritti – la questione della disoccupazione eserciterà una pressione continua.
      Nello stesso tempo abbiamo visto sorgere in tutto il paese nuove grandi imprese e centri commerciali. Per quanto riguarda la struttura delle imprese commerciali, nel corso del dibattito sono state discusse le conseguenze per la comunità locale, il turismo cittadino, le persone anziane, ecc. e questioni di concorrenza locale.
      Una questione che non è stata discussa ampiamente è quella della situazione di impiego e delle condizioni di vita degli associati/impiegati. Sappiamo tuttavia che l’aumento delle grandi imprese commerciali implica una diminuzione delle occasioni d’impiego: sappiamo con certezza che per ogni secondo posto di lavoro che un centro commerciale crea, ne scompaiono tre.
      Permettetemi di dire che cosa accadrà allo sviluppo se non interveniamo in tempo:
      diminuzione dell’impiego/più disoccupazione;
      maggiore distanza dal luogo del lavoro (più pendolarismo);
      . maggiori cambiamenti nel volume d’affari tra le città;
      imprese commerciali di prodotti di largo consumo e centri commerciali più grandi;
      . sia i magazzini che i negozi S & M richiedono una posizione che si affacci su una strada principale;
      . grandi negozi discount saranno riuniti in un centro commerciale fuori dalle città, soprattutto vicino a centri di vendita di generi di largo consumo;
      . negozi S & M si spostano dalle città verso centri con parchi di divertimento e avventura;
      il numero delle imprese commerciali diminuirà (chiusura negozi);
      . aumenteranno i centri discount;
      . poche città guadagneranno;
      . molte città saranno perdenti;
      . moriranno dei villaggi;
      . traffico e inquinamento aumenteranno;
      . le condizioni per i clienti sottoprivilegiati saranno peggiori.
      Sono condizioni che HK/HANDEL non può e non vuole accettare.
      Abbiamo perciò partecipato attivamente al dibattito sul lavoro strutturale delle imprese commerciali. Durante questo periodo di congressi HK/HANDEL ha partecipato alla prevenzione dello sviluppo che si vuole fermare.
      Quale esempio specifico voglio accennare alla nostra partecipazione nel lavoro di commissione riguardante la struttura avvenire delle imprese commerciali.
      HK/HANDEL è membro del comitato sul commercio al dettaglio nominato dal ministro dell’ambiente e dell’energia, Mr. Svend Auken (del Partito Socialdemocratico). In questo comitato discutiamo se quanto si fa attualmente sia o sarà atto a tenere sotto controllo questo campo.
      In questo contesto, il ministro ha posto un temporaneo divieto alla costruzione di nuovi centri commerciali e grandi magazzini discount.
      Non è passato molto tempo da quando il comitato ha diramato un certo numero di raccomandazioni ai membri del Parlamento danese.
      Vorrei citare alcune di queste raccomandazioni:
      dimensione massima delle imprese commerciali (3.000 metri quadri);
      un sistema di quote (massimo di metri quadri/numero di abitanti);
      . principi di localizzazione (in relazione ai mezzi di trasporto pubblici);
      possibilità di obiezione (possibilmente diritto di veto per il municipio vicino o la contea);
      rafforzamento della pianificazione ad opera della contea;
      . deve essere chiarificato il tipo di impresa commerciale, ecc..
      E debbo dire che finora i nostri suggerimenti sono stati accolti positivamente.
      Debbo anche aggiungere che collaboriamo strettamente con altre organizzazioni riguardo a queste questioni – e si tratta di partners di collaborazione per nulla tradizionali: vorrei ricordare in particolare il Consumers Advisory Council, la DaneAge Association e l’“Associazione per un migliore ambiente di commercio al dettaglio”, un’associazione di lobbying fondata dalla Federation of Merchant Societies.
      A questo proposito abbiamo anche attivato i nostri delegati di posto di lavoro.
      Allo scopo di favorire le discussioni localmente, la HK/HANDEL ha anche diramato qualche informazione di sostegno, per esempio su come tenere una riunione di discussione locale che è sponsorizzata da HK/HANDEL.
      HK/HANDEL sponsorizza anche una specie di lettera di ascolto, per il caso che il dipartimento abbia delle obiezioni al piano locale da noi suggerito.
      Poiché la questione resterà ancora sul tappeto, HK/HANDEL chiederà e si adopererà per una sospensione, onde chiarirci le idee prima che finisca l’elaborazione delle idee di pianificazione.
      Non vogliamo che ci sia anche un solo centro commerciale più di quanti ne occorrono. Oggi vediamo le conseguenze negative dei centri commerciali già esistenti. Perciò dobbiamo darci da fare.
      Uno degli scopi che HK/HANDEL si prefigge è anche quello di combattere la disoccupazione. Pensiamo che uno sviluppo bene organizzato della struttura avvenire delle imprese commerciali rappresenti una soluzione solidaristica e un rinnovo della politica commerciale e industriale della Danimarca. Attraverso la nostra partecipazione in diversi comitati HK/HANDEL cercherà di introdurre miglioramenti in questo campo.
      Un sondaggio d’opinione recentemente pubblicato dimostra che la popolazione della Danimarca concorda con il ministro dell’ambiente e dell’energia, Mr. Svend Auken, per quanto riguarda il divieto di aprire nuovi centri commerciali e grandi magazzini discount.
      Una delle domande poste era: “E’ d’accordo o in disaccordo che non si dovrebbero costruire in Danimarca nuovi magazzini discount?”. Il 62% era d’accordo, il 27% era in disaccordo, l’11% non sapeva rispondere.
      Un’altra domanda è stata: “Siete d’accordo o meno che nuovi grandi magazzini fuori dalle città dovrebbero essere proibiti per legge?”. Il 43% era d’accordo, il 40% contrario, il 17% non sapeva rispondere.
      Sebbene in questi campi noi siamo costantemente sottoposti a pressione, le vittorie ci confermano e incoraggiano a combattere il Capitale nel suo proprio campo, cioè nelle politiche commerciali ed industriali.

      SUSANNE VEH - Germania
      Cari fratelli e sorelle, molte grazie per il vostro invito al vostro Congresso nazionale.
      Le condizioni economiche in Germania
      In Germania c’è molto movimento nei sindacati e specialmente fra quanti lavorano nel campo del commercio, ma il movimento è per lo più nella direzione sbagliata.
      E’ in programma un peggioramento delle condizioni di lavoro, del reddito e dell’attuale sistema di sicurezza sociale.
      Noi, il sindacato dei colletti bianchi e altri sindacati tedeschi combattiamo questi peggioramenti.
      Le condizioni economiche in Germania sono attualmente alquanto fosche:
      vi sono oltre 4 milioni di disoccupati senza una prospettiva realistica di posti di lavoro qualificato in avvenire = 9,5%;
      vi saranno tagli massicci dei servizi sociali perché il Tesoro non dispone di fondi;
      le donne, che finora potevano andare in pensione a 60 anni, dovranno in avvenire lavorare fino a 65 anni per avere la pensione intera (per gli uomini l’età pensionabile è stata portata da 63 a 65 anni);
      questo è ancora più grave, perché di questi posti di lavoro avrebbero urgente bisogno i giovani, i quali non hanno la possibilità di trovare impiego dopo il loro addestramento professionale, anche se hanno avuto la fortuna di ottenere un tale addestramento;
      una delle realizzazioni (importanti) dei sindacati tedeschi sono i benefici di disabilità a breve termine (i nostri politici hanno in programma gravi limitazioni);
      i disoccupati dovranno affrontare gravi peggioramenti della loro situazione finanziaria;
      . a persone con alti redditi vengono concesse riduzioni fiscali, mentre i redditi standard sono ulteriormente gravati.
      Ciò non di meno, molte imprese realizzano alti profitti e nel contempo riducono i posti di lavoro.
      Ecco perché vi sono dimostrazioni e scioperi di avvertimento contro le riduzioni dei servizi sociali imposti per forza da governo e datori di lavoro.
      Ci sarà un’estate calda in Germania.
      Qual è la situazione del commercio in Germania?
      La situazione nel commercio al dettaglio è caratterizzata da riduzione delle vendite e aumento dei costi.
      A causa della riduzione nel reddito reale, la parte del commercio al dettaglio nei consumi privati è anch’essa diminuita.
      I costi familiari, quali affitti, trasporti e viaggi, sono ancora in via di aumento.
      diagramma numero 1
      D’altro canto, le stesse imprese commerciali sono fortemente colpite dalla riduzione del reddito a causa della forte competizione sui prezzi.
      In queste condizioni un aumento delle vendite è possibile soltanto eliminando la diminuzione di aree di vendita e imprese commerciali.
      L’incrementata pressione dei costi coinvolge tutte le branche del commercio, le quali reagiscono nello stesso modo di tutte le altre branche dell’economia:
      aumentare la pressione sui costi significa in primo luogo ridurre la spesa per il personale col risultato che la spesa per il personale viene adeguata alla riduzione delle vendite.
      Per la riduzione di costi per il personale esistono numerose misure che rappresentano la situazione attuale nel commercio al dettaglio:
      il commercio, un campo caratterizzato da un’alta percentuale di lavoro femminile e part time.
      diagramma numero 2
      un numero crescente di posti a tempo pieno è trasformato in posti part time, ma non qualificati;
      viene ridotto un numero sempre maggiore di posti di lavoro “normali”.
      Con la conseguenza che:
      si crea un numero crescente di posti di lavoro senza assicurazione, cosiddetti posti da DM 590. Questi posti sono insicuri e senza protezione. Nel commercio questi posti di lavoro sono aumentati del 30% dal 1987 rispetto al 14,5% in altri rami. E’ necessario fermare e invertire questa tendenza = 580.000 posti di lavoro da DM 590 sarebbero 730.000 posti di lavoro part time con protezione sociale;
      sempre meno addestramento professionale;
      . sempre meno posti fissi dopo addestramento professionale.
      Le imprese piccole e medie sono tuttora di grande importanza per l’occupazione. Sono innegabili ripercussioni negative dell’occupazione della competizione mirante all’estromissione dal mercato di queste imprese. Ciò avrà risultati gravemente negativi per il numero degli occupati del commercio. La razionalizzazione tecnologica può essere affrontata più facilmente dalle imprese più grandi. Per esempio il fabbisogno di personale nei self service senza servizio ma con pagamento in contanti all’uscita è molto minore che nei negozi specializzati.
      diagramma numero 3
      L’acquisto di intere compagnie e la disincorporazione di alcune divisioni comportano una ulteriore riduzione di posti di lavoro. Il processo di concentrazione nel commercio al dettaglio si sta intensificando pesantemente. Questi minacciosi cambiamenti nel commercio colpiscono per lo più le donne. Noi, il sindacato dei colletti bianchi, vogliamo e dobbiamo aiutare queste donne mediante la nostra politica di contratti collettivi.
      Il processo di concentrazione nel commercio europeo.
      Poco fa ho parlato del processo di concentrazione nel commercio tedesco. E’ un argomento che ha certo molta importanza in tutta l’Europa.
      Un numero sempre più piccolo di società si divide un’aliquota sempre più grande delle vendite.
      Si superano le frontiere nazionali. Lo slogan della “globalizzazione” coinvolge il commercio europeo e porterà ad una competizione di eliminazione su scala europea.
      I piccoli negozi saranno eliminati. In Germania abbiamo visto un processo massiccio di concentrazione negli ultimi anni.
      diagramma numero 5
      Questo diagramma mostra le 15 maggiori società commerciali europee suddivise per paese d’origine.
      Il numero 15 è il maggiore dei grandi magazzini tedeschi, Karstadt, che ha acquistato nel 1995 il numero 3, Hertie.
      Il numero 10 è Aldi che ha già negozi in Italia e crescerà ancora. Sono soltanto due esempi.
      Il miglior esempio è il numero 1, Metro, un gigante: ha costruito in Germania e in tutta l’Europa un’enorme area di vendita all’ingrosso ed è proprietario del secondo grande magazzino tedesco, Kaufhof, e dal 1995 anche del numero 4, Horten. In più, l’impero Metro comprende anche un gran numero di vari magazzini specializzati ed è il terzo dei giganti internazionali con vendite di 76.000 milioni di DM, superato soltanto dai giganti statunitensi Walmart (vendite per 123.000 milioni DM) e Sears con vendite di 88.000 milioni.
      Come preannunciato da Metro, questo processo di globalizzazione è destinato a continuare e voi, cari fratelli e sorelle, siete forse curiosi di vedere chi altro sarà il prossimo acquisto di Metro, forse una ditta del vostro paese o, forse, una cinese.
      In avvenire, vi saranno soltanto poche compagnie commerciali giganti che decideranno quante persone troveranno un posto nel commercio europeo e a quali condizioni.
      Questo è ciò che ci dobbiamo aspettare e ciò cui dobbiamo essere pronti a reagire insieme.
      E’ necessaria la collaborazione su scala europea di tutti gli iscritti al sindacato onde riuscire a difendere i nostri diritti.
      Cari fratelli e sorelle, spero di aver accennato ad alcuni punti che possono essere di interesse del vostro lavoro. Grazie per la vostra attenzione.
      (Vedi tabelle a pag. 44)

      ANNIE CAUDA TORTAY - Francia
      Buongiorno, anche io tengo a ringraziare la FILCAMS per avere organizzato questo congresso e rivolgo i miei ringraziamenti anche a nome dell’organizzazione che rappresento e di tutti i suoi membri.
      Vorrei aggiungere una cosa: so che avete cambiato recentemente governo e spero che questo governo di sinistra funzioni e abbia successo perché abbiamo noi stessi sperimentato un governo di sinistra ma vorrei sottolineare il fatto che bisogna essere comunque attenti.
      Grazie.
      Ora vorrei parlarvi dell’organizzazione che rappresento, la CFDT (Confederazione Francese Democratica del Lavoro), una Confederazione che è la più giovane in tutto il panorama francese, nata nel 1963 in seguito a una scissione di una Confederazione che già esisteva.
      Vorrei dire che siamo la Confederazione più giovane ma siamo anche la più efficiente.
      La CFDT raggruppa grosso modo tutti i lavoratori francesi però il contesto sindacale francese è un contesto molto diversificato; esistono 5 organizzazioni però il numero degli affiliati non è molto importante, si attesta circa al 10% della forza lavoro.
      Per quanto riguarda la Federazione dei servizi, la Federazione che rappresento, è articolata attorno a diversi settori; potrei citarne alcuni fra i più importanti, ad esempio: il settore del commercio che raggruppa circa il 50% degli affiliati, il settore del turismo, delle assicurazioni, delle Camere del Commercio e dell’Industria, del lavoro interinale, delle attività giudiziarie e dell’immobiliare.
      Ora vorrei parlarvi più nel dettaglio del commercio.
      I negoziati che hanno luogo in Francia interessano circa 2.200.000 impiegati; io personalmente lavoro nel settore del commercio e più precisamente nel settore della formazione dato che la formazione in Francia è interamente assicurata dalle organizzazioni sindacali.
      Per quanto riguarda la formazione della nostra equipe, a livello nazionale, si compone di 4 persone permanenti – 3 uomini e 1 donna – e ci avvaliamo anche della collaborazione di una segretaria.
      Grazie.

      CLAUDIO TREVES
      Come avete sentito, si tratta di organizzazioni molto diverse, non solo tra loro ma in quanto si muovono in contesti profondamente diversi, tra chi gestisce paritariamente la formazione e chi eroga funzioni di stato sociale come in Danimarca, voi capite che il panorama del sindacalismo europeo è davvero un panorama molto variegato e complesso.
      Anche le impostazioni con le quali discuteremo, dobbiamo pensarle sullo sfondo – diciamo così – delle storie e delle tradizioni che le hanno determinate.
      Questo solo come osservazione a margine.
      Io rifarei il giro, a questo punto, cominciando da Lene sul primo tema di merito, “Le politiche di sviluppo della rete distributiva”, sui problemi rispetto alla composizione (grandi o piccole), come è fatto il commercio in Danimarca e, via via, in Germania e in Francia e qual è la posizione delle istituzioni e delle organizzazioni sindacali.

      LENE VESTERLUND - Danimarca
      Abbiamo anche un’altra battaglia, cioè la legge sulle imprese commerciali per quanto riguarda gli orari di apertura.
      Non voglio tediarvi con lunghi particolari sulla storia dell’attuale legge concernente le imprese commerciali. Vorrei solo ricordare che appena pochi anni fa noi avevamo “la migliore legge sui negozi del mondo”. Da allora è stata oggetto di critiche da molte parti.
      Sotto la minaccia che questa legge fosse abrogata, ci siamo dichiarati disposti a negoziare alcuni aggiustamenti. Tuttavia, durante le ultime trattative, siamo stati defraudati proprio dai nostri amici politici, ossia dal Partito Socialdemocratico.
      L’attuale legge sulle imprese commerciali è entrata in vigore il 1 giugno 1995, il che significa:
      i negozi al dettaglio possono stare aperti da lunedì alle 6 a sabato alle 17, i sabati precedenti le domeniche di Pasqua, di Pentecoste e la vigilia di Natale fino alle 20 e la domenica precedente la vigilia di Natale dalle 10 alle 20;
      i negozi debbono essere chiusi la domenica e nei giorni festivi, nel giorno della Costituzione e la vigilia di Natale.
      La vendita di bevande contenenti il 2,8% o più di alcool non è ammessa la domenica, nei giorni festivi, nella festa della Costituzione e la vigilia di Natale.
      La legge contiene alcune deroghe generali, per es.:
      punti di vendita con un volume d’affari di 12,7 milioni di corone danesi o meno – IVA esclusa – possono essere aperti la domenica, nei giorni festivi, nel giorno della Costituzione e la vigilia di Natale.
      Finora non abbiamo avuto molta esperienza circa le conseguenze della nuova legge sui negozi, ma debbo dire che fino a questo momento la situazione dell’occupazione non è migliorata.
      Né noi ci aspettavamo che migliorasse.
      Inoltre le prime esperienze dimostrano che in termini generali è impossibile osservare questa legge.
      I regolamenti della legge vengono continuamente infranti e la proibizione della vendita di birra, vino e liquori dopo le ore 20 e la domenica subisce contravvenzioni in 2 su ogni 3 casi.
      In questo contesto debbo dire che abbiamo subito molte pressioni da parte di colleghi di altri sindacati e da parte dei datori affinché gli orari di lavoro siano più flessibili di quanto non siano oggi. Finora siamo stati in grado di resistere a queste pressioni.
      Per quanto riguarda gli orari di lavoro e il lavoro minorile, spero di avervi dato con questi esempi e con la relazione sulla situazione in Danimarca un’idea di alcune delle nostre battaglie giornaliere.
      A queste battaglie possiamo aggiungere quelle riguardanti i salari e le condizioni di vita dei nostri iscritti.
      Infine vorrei esprimere la speranza di una continua buona collaborazione e augurare a voi tutti un congresso molto piacevole e di grande successo.
      Grazie.

      CLAUDIO TREVES
      Ringrazio Lene, il suo intervento è stato di grande interesse, purtroppo la traduzione porta via tempo, nel senso che siamo un po’ in ritardo, quindi vi pregheremmo da un lato di aver pazienza, nei limiti del possibile di contenere gli interventi, in modo che per le 17-17.15 possiamo fare la prima pausa, poi proseguiamo.

      SUSANNE VEH - Germania
      Gli orari di apertura dei negozi in Germania
      Un altro importante punto, l’orario di apertura dei negozi, è oggetto di accanite discussioni in Germania (vedi diagramma allegato).
      Il governo vuole liberalizzare gli orari di apertura. I negozi dovrebbero essere aperti dalle 7 alle 20 dal lunedì al venerdì e fino alle 18 di sabato, ossia 84 ore/settimana.
      Noi diciamo che gli orari di apertura attuali vanno bene e non c’è bisogno di cambiarli.
      Voi, cari fratelli e sorelle, non lo potete forse immaginare, ma il sindacato dei colletti bianchi è convinto che un orario di apertura giornaliera dalle 7 alle 18.30, fino alle 20.30 il giovedì e fino alle 14 il sabato, è soddisfacente. In più, ci sono diverse eccezioni per svariate ragioni.
      Noi diciamo: basta così!
      Il 28 aprile c’è stata una grande dimostrazione contro il cambiamento degli orari di apertura dei negozi. Si sono radunati a Bonn oltre 50.000 iscritti dei sindacati tedeschi per manifestare la loro contrarietà ad una diminuzione della sicurezza sociale e ad un cambiamento degli orari di apertura dei negozi.
      E’ stato un grande successo.
      Ma dobbiamo continuare a lottare; i politici tedeschi potrebbero diramare una nuova legge con orari di apertura più lunghi. Si citano sempre i paesi stranieri come esempi.
      Noi abbiamo le nostre ragioni per essere contrari ad orari di apertura più lunghi:
      non porteranno alla creazione di nuovi posti di lavoro;
      v’è ulteriore pressione sui costi con conseguente ulteriore concentrazione e perdita di posti di lavoro;
      . non ci sarà crescita economica: i lavoratori non avranno più denaro da spendere, anzi, ne avranno di meno;
      . le condizioni dei lavoratori – e specialmente delle lavoratrici – peggioreranno a causa dell’orario prolungato.
      Noi, i sindacati tedeschi, vogliamo impedire tutto questo ora e nel 1997, quando gli orari di lavoro saranno parte della contrattazione collettiva.
      (Vedi tabelle a pag.44.)

      ANNIE CAUDA TORTAY - Francia
      Ho strutturato il mio intervento soprattutto sulla grande distribuzione perché la Francia è indubbiamente il paese dove questo tipo di distribuzione ha guadagnato maggior terreno, tant’è vero che eravamo arrivati quasi al punto di avere un grande centro commerciale in ogni villaggio francese.
      Vorrei tracciarvi anche una breve storia della nostra situazione per spiegare le condizioni attuali della grande distribuzione e vorrei ricordarvi che dei 2 milioni di addetti del settore, quindi di persone che lavorano nella grande distribuzione, 1 milione e duecento lavora nella vendita al dettaglio.
      Vorrei anche citarvi il fatto che è stata condotta una ricerca da parte del Ministero addetto al commercio che prova che per tutti i 30 mila posti di lavoro creati nella grande distribuzione si registra una perdita di 30 mila posti nella piccola distribuzione, senza contare che i 30 mila posti creati nella grande distribuzione sono posti di lavoro gestiti e regolati da contratti di lavoro parziale.
      Guardiamo un attimo la struttura della grande distribuzione in Francia: la grande distribuzione è specializzata soprattutto nel settore alimentare e possiamo distinguere una dominante alimentare succursalista – se così possiamo chiamarla – che comprende attività di piccole e medie dimensioni, depositi, nonché industrie agro-alimentari.
      Accanto a questo primo gruppo abbiamo anche le attività integrate di cui però esiste soltanto un tipo di commercio che è simboleggiato da gruppo Carrefour.
      Distinguiamo, per quanto riguarda la grande distribuzione, i centri commerciali in due gruppi: i supermercati e gli ipermercati.
      La differenza è definita sulla base delle loro superfici; per supermercati si intendono grandi magazzini la cui superficie varia tra i 400 metri quadrati e i 2.500 metri quadrati, mentre per ipermercati si intendono grandi magazzini la cui superficie è superiore ai 2.500 metri quadrati.
      Per quanto riguarda la tipologia dei negozi distinguiamo 1050 ipermercati, 7400 supermercati, 1121 hard discount, plagiate su modello tedesco, e anche grandi supermercati specializzati nel settore degli elettrodomestici, del giardinaggio, del tessile e del fai da te.
      Il primo grande centro di grande distribuzione in Francia è stato Carrefour che è nato nel 1963 a S. Genève de Bois, nella regione parigina.
      Per quanto riguarda il fatturato della grande distribuzione: il fatturato dei supermercati e degli ipermercati, se sommati insieme, corrispondono più o meno al 40% del fatturato del commercio francese.
      Per quanto riguarda il fatturato dei principali gruppi potete vedere dal lucido il fatturato in milioni, calcolato in seguito a detrazione di tasse.
      Carrefour è indubbiamente uno dei principali colossi, non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello mondiale.
      Per quanto riguarda il fatturato di Le Claire e Intermarché la situazione è un po’ particolare perché questi due grandi centri di distribuzione raggruppano in pratica commercianti indipendenti autonomi che si sono riuniti in due grandi gruppi.
      Vediamo ora per quanto riguarda l’analisi economica come siamo riusciti a passare da un commercio di prossimità ad un commercio su larga scala.
      Sono state necessarie 4 misure.
      Innanzitutto il commercio doveva riorganizzarsi per competere con l’industria agro-alimentare e questo per ottenere tariffe, quantità e packaging più favorevoli.
      In secondo luogo si è cercato di favorire lo sviluppo dei liberi servizi, il che significa tutti sotto lo stesso tetto, il che è stato possibile perché i piccoli commercianti già agivano in questo modo per cui per i grandi colossi non è stato un problema.
      In seguito si è trattato di rispondere alle aspettative dei consumatori, dal punto di vista dei prezzi, della varietà dei prodotti, della rapidità, della libertà di acquisto e degli orari di apertura dei centri.
      Dal punto di vista delle casse – un altro punto fondamentale – bisogna sottolineare che la tesoreria ha favorito l’ascesa di questi gruppi perché prima di saldare le fatture avevano il tempo di stoccare la merce ben 4 volte.
      In quale contesto si sono sviluppati i grandi centri di distribuzione.
      Bisogna prendere atto della liberalizzazione che è avvenuta dell’urbanismo commerciale; una liberalizzazione che in qualche modo è stata ostacolata dalle legge Royer del 1973 che è stata adottata ed è quindi entrata in vigore per creare un equilibrio tra grandi e piccoli commerci.
      Ci sono state quindi, in seguito all’adozione di tale legge delle autorizzazioni per l’apertura e l’allargamento, autorizzazioni che sono state rilasciate dal CDUC (Comitato di Dipartimento per l’Urbanismo Commerciale), un organismo composto dal Prefetto, dai rappresentanti locali, dai commercianti, dai consumatori, clienti dei grandi centri di distribuzione superiore ai 1000 metri quadrati.
      Ma qual è stato il risultato? Ebbene, si sono avuti soltanto risultati negativi; vale a dire imbrogli, finanziamenti illeciti per i partiti e un effetto quasi nullo per limitare l’apertura dei grandi magazzini.
      Dal punto di vista dell’analisi sociale consideriamo innanzitutto la produzione dal punto di vista dell’industria agro-alimentare, della pesca e della coltura.
      Il cambiamento ha portato nella produzione, vale a dire il praticare un ribasso dei prezzi, ad una perdita di posti di lavoro.
      Per quanto riguarda il piccolo commercio si è registrata la chiusura di tanti piccoli negozi, il che significa perdita di posti di lavoro e desertificazione dei centri città.
      Per quanto riguarda le ripercussioni sugli addetti del settore, la strategia adottata del prezzo più basso ha portato delle conseguenze negative sulle qualifiche dei lavoratori e sui salari – perché, per potere vendere meno caro, è necessario pagare di meno -, sulle condizioni di lavoro dal punto di vista soprattutto della flessibilità e degli orari e ancora sulla natura dei contratti di lavoro perché si sono sviluppati sempre più contratti di lavoro precari, a tempo parziale e determinato.
      Infine si sono avute ripercussioni sui consumatori che hanno perso, quindi, in qualità dal punto di vista del servizio perché coloro che sono impiegati nella grande distribuzione offrono un servizio più scadente dal punto di vista dei rapporti umani; a questo si aggiunge anche la perdita di qualità dal punto di vista delle relazioni che si possono avere tra cliente e commercio.
      Abbiamo cambiato Presidente della Repubblica, abbiamo cambiato il Primo Ministro, abbiamo cambiato governo; ebbene tutte queste figure, tutti questi poteri politici, hanno preso finalmente la situazione in mano e sono già stati proposti dei progetti di legge, progetti che tra l’altro hanno ricevuto l’accordo da parte delle Camere.
      Ora si tratta soltanto di formulare e mettere a punto gli ultimi emendamenti.
      La nuova legislazione – che è propria del 1996 – punta innanzitutto sulla politica delle tariffe; una politica che mira a chiarire le regole di fatturazione, mira ad imporre il divieto di vendita con perdite conseguenti e mira anche ad imporre il divieto di prezzi eccessivamente bassi.
      La seconda legge che è stata approvata mira a rafforzare la legge Royer del 1963 e, secondo questo nuovo testo di legge, ogni apertura o allargamento di una superficie superiore a 300 metri quadrati deve essere sottoposta all’attenzione del CDEC (Comitato di Dipartimento per le Attrezzature Commerciali) – che è il comitato derivante dalla trasformazione del CDUC di cui abbiamo già parlato -.
      C’era infatti anche una tendenza ad aprire centri commerciali alimentari per poi trasformarli in centri che vendevano, ad esempio, abbigliamento e a quel punto non era più necessaria nessuna autorizzazione da parte del CDEC.
      Ecco perché si è arrivati ad adottare questa seconda legge.
      Aldilà delle leggi che sono state adottate, queste leggi ci appaiono più che altro leggi fantasma perché, anche se il governo sostiene di aiutare il commercio di piccole dimensioni, in realtà tutti i vantaggi vanno a beneficio dei grandi centri di distribuzione che si proteggono contro la concorrenza – questo vale per le catene di discount tedesche, per i grandi gruppi indipendenti -.
      Il governo, come secondo punto, protegge la produzione da parte di questi grandi gruppi e alcuni gruppi hanno tendenza sempre più all’internazionalizzazione o mondializzazione il che permette di sfruttare mercati non saturi dove, tra l’altro, è possibile ottenere lavoro a basso costo.
      Il fatto che queste due leggi giovino più che al piccolo commercio ai grandi gruppi specializzati nella grande distribuzione lo testimonia il fatturato che i grandi gruppi hanno registrato a partire dal 1 gennaio del ’96 e che è in aumento del 40%.
      In quanto organizzazione sindacale abbiamo formulato una rivendicazione; chiediamo in particolare di poter partecipare e quindi avere voce in capitolo all’interno delle riunioni del CDEC.
      Questo per assicurare un maggiore equilibrio tra i diversi tipi di commercio, tra le diverse tipologie di lavoratori, perché non tutti, ad esempio, sono disposti a spostarsi dagli agglomerati verso le periferie, non tutti sono disposti a lavorare nelle grandi catene di distribuzione.
      Indirettamente siamo presenti all’interno del CDEC perché come organizzazione sindacale abbiamo dei rappresentanti ma quello che rivendichiamo è proprio l’ottenere un posto ufficiale all’interno dell’organismo in questione.
      Vi ringrazio per la vostra attenzione e spero di essere riuscita, attraverso questi lucidi, ad indicarvi i pericoli legati alla grande distribuzione.
      (Vedi tabelle a pag. 47)

      CLAUDIO TREVES
      Mi pare che il quadro che emerge da questa carrellata di illustrazioni sia un quadro francamente di grande interesse e di una certa preoccupazione.
      Credo che sia, però, anche rilevante sottolinearne la grande lontananza quantitativa, almeno per adesso, dalla situazione nella quale ci troviamo: quindi, non fasciarci la testa prima di rompercela.
      Su questa base io credo che sia importante aprire un confronto con gli Enti locali e con le Regioni affinché sappiamo governare l’evoluzione del fenomeno.
      Su questa base credo che sia importante passare la parola alla Dottoressa Castellini per le riflessioni che, in Regione Emilia Romagna, si sono prodotte fino ad ora, dopodiché interrompiamo e riprendiamo sulla questione degli orari.

      PAOLA CASTELLINI - Assessorato Regione E.R.
      Innanzitutto vorrei portare i saluti dell’Assessore Campagnoli, che non può essere oggi presente ma che vi augura buon lavoro, rammaricandosi della sua forzata assenza.
      Naturalmente io non sostituisco l’Assessore, come è stato detto nella presentazione, perché questo è impossibile: io posso rappresentare delle linee di orientamento che emergono da un punto di vista tecnico dall’Assessorato in cui lavoro e che sono il frutto di una riflessione che noi abbiamo avviato o stiamo avviando sull’applicazione delle indicazioni di urbanistica commerciale.
      Debbo dire che in gran parte della legislazione vigente ci sono grandi punti di avvicinamento con la legge Royer in Francia.
      Voi la conoscete, io non credo sia necessario che stia ad illustrare quali sono le norme vigenti in materia di nullaosta per grandi strutture di vendita, perché voi le conoscete benissimo, così come ho visto che, nel materiale che è stato distribuito, c’è una gran parte che, molto in dettaglio, illustra la situazione di grande distribuzione a livello emiliano romagnolo, con comparazioni sul livello italiano e anche sul livello europeo credo che sia molto interessante, anche proprio perché dimostra quello che diceva il moderatore, cioè che le situazioni che sono state fin qui rappresentate sono relative a realtà molto diverse quantitativamente dalla realtà che noi dobbiamo affrontare.
      Ci sono state affermazioni recenti di blocco da parte di alcune Regioni, anche l’Assessore Campagnoli si è espresso in questo senso, di blocco nel rilascio dei nullaosta per le grandi strutture di vendita.
      E’ una esigenza che si avverte, comunque, di riflettere sui risultati che la programmazione attuale ha prodotto.
      A questa riflessione noi siamo in questo momento impegnati.
      La programmazione che la Regione Emilia Romagna aveva introdotto era una programmazione numerica, nel senso che le indicazioni di urbanistica commerciale prevedevano dei limiti di sviluppo numerici, per poli.
      I poli corrispondono più o meno alle Province: dico più o meno perché non sempre c’è questa equiparazione.
      E’ pur vero che, nelle indicazioni programmatiche, erano previste anche delle previsioni in termine di superficie globale di vendita.
      Sottolineo, però, che le superfici globali di vendita indicate per le tabelle naturalmente contingentate rappresentavano un obiettivo ma non rappresentavano un vincolo.
      Il vincolo vero è rappresentato dai limiti numerici individuati per le varie tipologie di centri commerciali.
      Rispetto a quella programmazione, da un punto di vista numerico, in alcuni poli quei numeri sono già stati realizzati; in altri poli, invece, quei numeri non sono ancora pienamente realizzati.
      Questo dimostra che la programmazione prevista dalla Regione con la delibera 2880 del Consiglio regionale è una delibera che risale all’89 ma per due anni è stata inapplicata in quanto c’era un ricorso e, quindi, una sospensiva.
      La sua applicazione è cominciata nel “91, quindi sono già cinque anni che è in applicazione.
      In effetti, gran parte di quelle previsioni si è realizzata ma non in tutto il territorio regionale con la stessa intensità e con le stesse modalità.
      Se, invece, si analizzano le superfici “Obiettivo” che erano indicate nelle indicazioni programmatiche, spesso si verifica che quelle previsioni sono in gran parte raggiunte, in quasi tutto il territorio regionale.
      Qui, però, bisogna chiamare in causa – noi riteniamo – la normativa nazionale che, in gran parte, annulla e vanifica il valore della programmazione e della programmazione regionale.
      Lo dico perché ci sono leggi regionali, sia il DM 375 di applicazione della Legge 426, la legge quadro sul commercio, ma anche leggi successive come la Legge 121 dell’87, che introducono degli automatismi per cui gli aumenti, per esempio, nel limite del raddoppio sono un atto dovuto.
      A questo si aggiungano circolari anche abbastanza scriteriate del Ministero che, addirittura, tentavano di fare applicare questo principio a qualsiasi tipo di struttura, quindi anche alle strutture sopra i 1.500 metri quadri soggetti a nullaosta.
      Se si fosse applicata questa circolare ministeriale così come era uscita, si sarebbe verificato – ed in alcune regioni è successo – che strutture di 8.000 metri quadri potevano andare + 7.999 metri quadri senza nessun tipo di controllo, perché il DM dice che non è da considerare una variazione di tipologia quell’aumento contenuto nei limiti del raddoppio.
      La Regione Emilia Romagna – io ritengo con grande assennatezza – ha impugnato questa circolare ministeriale ma, soprattutto, ha promosso un ricorso nei confronti di un Comune che aveva concesso un ampliamento nei limiti del raddoppio senza sottoporre a nullaosta regionale, e il TAR, il giudice amministrativo di primo grado, ha confermato la correttezza di questa posizione.
      Il Comune – non sto a dire qual è, ma è un Comune grosso – è ricorso in Appello, al Consiglio di Stato, e il Consiglio di Stato, con un sentenza che ancora non è uscita (ma noi ne conosciamo già il contenuto) ha riconfermato la correttezza della posizione della Regione.
      E’ stato un grande successo perché, in effetti, questo problema generale di norme statali che annullano completamente il valore della programmazione regionale, è un problema che c’è e, con questa applicazione che il Ministero tentava di far passare, veramente ci sarebbe stato uno svuotamento di significatività della programmazione regionale perché al di là del primo nullaosta tutto quello che accadeva successivamente nella rete a livello di ampliamenti e di accorpamenti sfuggiva completamente a qualsiasi tipo di governo.
      Noi abbiamo, invece, verificato che una forma di governo, nel senso di programmazione e di sviluppo della rete, è importante.
      Abbiamo analizzato recentemente dei dati nell’ambito della provincia di Bologna e un dato che emerge con grande costanza è quello che, al di là dell’attrazione che noi attribuiamo ai centri, noi arriviamo ad attribuire un’attrazione anche di livello regionale, la gran parte del movimento, la gran parte della attrazione dei centri si esaurisce nell’ambito della provincia.
      Questo è un elemento importante per capire che flussi di attrazione queste grandi strutture determinano.
      Le strutture che passano attraverso il vaglio regionale con la procedura del rilascio del nullaosta, se non altro quando si realizzano, si realizzano con delle prescrizioni abbastanza rigide da un punto di vista urbanistico, nel senso che noi chiediamo, per esempio, per il rilascio del nullaosta una dotazione di parcheggi sia pubblici che di pertinenze abbastanza elevati: il 100 % rispetto alla superficie di vendita quelli pubblici e in misura di circa 3 … metri quadri di superficie di vendita quelli di pertinenza e di verde.
      Cosa significa questo? Significa che queste strutture che si realizzano hanno un impatto ambientale minore rispetto a quelle che, invece, nascono spontaneamente. Dove nascono spontaneamente? Nascono spontaneamente perché, naturalmente, gli imprenditori conoscono bene le norme e trovano il modo per disapplicarle.
      Voi sapete che le norme impongono che il nullaosta sia richiesto per superfici superiori ai 400 metri quadri in Comuni sotto i 10.000 abitanti e per superfici sopra i 1.500 metri quadri in Comuni sopra i 10.000 abitanti.
      La cosa più semplice è fare una struttura di 1.499 metri quadri in un determinato Comune, in modo che non sia richiesto nessuno standard, non devo prevedere dei servizi; poi quell’area diventa di attrazione e quindi a beneficio anche del Comune accanto.
      Tutto questo per dire che noi abbiamo rilevato che in effetti la programmazione è di competenza regionale come indicazione di massima.
      Per esempio, l’individuazione di standard omogenei, per cui si evitano delle disparità per l’imprenditore che vuole realizzare una struttura, ma anche per gli utenti e anche per i residenti che spesso vivono con grande malessere l’installazione di questi centri perché hanno un impatto ambientale molto forte.
      Noi richiediamo, per esempio, anche da un punto di vista della viabilità, il rispetto di criteri che abbiamo definito.
      Noi riteniamo che non si possa prescindere dalla programmazione che gli Enti locali fanno.
      Quindi, aldilà delle dichiarazioni di intento sul blocco che può venire o meno – sono scelte politiche sulle quali è aperto un grande dibattito; sui giornali si legge che alcune Regioni hanno già fatto il blocco ma poi, se si va a vedere, i provvedimenti non sono veri provvedimenti legislativi (e un blocco si può fare solo con un provvedimento legislativo e non con un ordine del giorno di un Consiglio regionale) – di atti normativi – quindi avente forza di legge in base ai quali delegare un nullaosta – ancora non ne abbiamo visti.
      Sono orientamenti, comunque, che vanno avanti e può darsi che anche la Regione Emilia Romagna si indirizzi verso questa direzione, se non altro per un periodo intermedio, in attesa di rivedere le indicazioni programmatiche che, a questo punto, cominciano ad essere datate perché risalgono all’87, anche se sono entrate in vigore nell’89, e abbiamo visto in gran parte che quel disegno si è anche realizzato.
      Comunque, sicuramente un orientamento sul quale noi stiamo discutendo anche l’Assessore ha individuato la necessità di riattribuire un grosso ruolo di programmazione agli Enti locali e quindi alle Province e ai Comuni che fanno i Piani comunali e determinano le superfici globali di vendita.
      E’ vero che la Regione, ai sensi della 426, può andare in deroga al Piano Comunale, però questa deroga è una possibilità, non necessariamente un obbligo.
      E quindi ricondurre la scelta del tipo di strutture commerciali che si vanno ad insediare nel territorio agli Enti locali.
      Credo sicuramente di potere anticipare che questa sarà una direzione nella quale noi ci avvieremo.
      Responsabilizzare, quindi, gli Enti locali sulla programmazione del loro territorio.
      Per il resto c’è comunque la necessità di rimettere le mani nelle norme vigenti a livello nazionale.
      Devo dire che il Ministro al Commercio e all’Industria Bersani conosce molto bene la situazione della rete commerciale e conosce bene anche i problemi del commercio e credo che questo ci aiuterà.
      Credo che sicuramente le Regioni – ma so che entro il 6 giugno ci sarà un incontro a livello nazionale – porranno al Governo questo problema, il problema di rivedere tutta la normativa del settore, che veramente ha degli aspetti assolutamente contrastanti gli uni con gli altri.
      Rispetto ad un disegno di programmazione della 426, poi con il 375, con la 121, si sono introdotti degli elementi che hanno annullato, in verità, la capacità programmatoria delle Regioni nei fatti.
      Credo, quindi, che il Governo debba affrontare questo problema, che debba andare avanti quel discorso di delega alle Regioni delle competenza in materia di commercio e che già il collegato alla Finanziaria di quest’anno prevedeva.
      I decreti dovevano essere fatti entro il 30 giugno, poi sono slittati al 31 dicembre e a questo punto sicuramente verranno ripresi e noi auspichiamo verranno ampliate le potestà delle Regioni in materia di commercio.
      Su questa base, e anche tenendo d’occhio quello che accadrà a livello nazionale, noi porremmo mano alle revisioni delle indicazioni programmatiche.
      Non ho fatto un intervento articolato come le signore che mi hanno preceduto e che hanno fatto un’illustrazione veramente esaustiva delle loro realtà perché credo che voi la conosciate e poi perché, sinceramente, non l’avevo neanche preparata.
      Per questo motivo, semmai, lasciamo un po’ di spazio per le domande, però due o tre cose che mi sono venute in mente dalle relazioni vorrei dirle.
      Intanto il problema dei discount: i discount sono sorti numerosissimi nella nostra Regione anche se adesso stanno già calando.
      In effetti questo è uno dei fenomeni che si è realizzato e che dimostra la poca capacità, con la norma vigente, delle Regioni di incidere perché sui discount non c’è stata possibilità di intervenire; questo è successo per un escamotage che tutti hanno trovato: i 400 metri quadri soggetti a nullaosta devono essere di beni di generale largo consumo; io ho sul tavolo decine di quesiti dei Comuni che mi chiedono: "E’ suscettibile di nullaosta una richiesta di 399 metri quadri di tabella ottava e di 150 metri quadri di tabelle 14 connesse?"
      Naturalmente, stante la normativa vigente, non è soggetta a nullaosta; quindi queste strutture che hanno una capacità di attrazione enorme si realizzano senza l’obbligo di avere nessun tipo di standard urbanistico e non hanno parcheggi creando problemi di traffico notevolissimo.
      Questo per dire quanto è urgente che, a livello proprio di normativa statale, si metta mano e si rivedano le norme.
      Per quanto riguarda i centri storici: è verissimo e anche nella nostra Regione comincia già a verificarsi il problema dello spopolamento dei centri storici perché questi centri commerciali sorgono nelle cinture periurbane e il centro storico ne risente.
      Devo dire che da questo punto di vista non abbiamo grandi strumenti per intervenire però alcuni li abbiamo individuati come, ad esempio, la legge 49 del ’94 che prevede degli incentivi finanziari per le iniziative anche di riqualificazione del centro storico.
      Noi prevediamo che iniziative non soltanto strutturali ma anche di promozione di una zona per cui imprenditori del centro storico, piccoli commercianti che si associano anche temporaneamente, senza necessariamente costituire un consorzio o una cooperativa, con una semplice convenzione, e che fanno iniziative di promozione dell’area, possano essere ammessi al finanziamento.
      Quest’anno, nel ’95, gli operatori hanno fatto iniziative promozionali – penso ai mercati coperti – che probabilmente non avranno una grande significatività ma comunque vanno nella direzione di rilanciare aree che stanno subendo grossi problemi di spopolamento.
      Adesso stanno partendo degli accordi di programma con i Sindaci dei Comuni capoluogo e con i Comuni con popolazione sopra ai 10.000 abitanti.
      In questi accordi di programmi, che vengono fatti dai Sindaci con gli Assessori Campagnoli e Pieri, si dovrebbero prevedere interventi di riqualificazione del centro storico, e da un punto di vista di interventi sulla viabilità – interventi sulla mobilità urbana – e da un punto di vista di interventi che riguardano anche progetti mirati per il commercio.
      In questo modo, naturalmente, non potrà essere il centro storico nella sua interezza ad essere investito di un progetto di questo genere, ma in una parte del centro storico partiranno questi accordi di programma triennali con investimenti anche notevoli.
      Si potranno fare, quindi delle sperimentazioni e questo sempre nella direzione di riqualificare il centro storico, di creare delle opportunità per cui la gente abbia ancora voglia di andare in centro.
      L’ultima cosa che vorrei dire è che le organizzazioni sindacali in Emilia Romagna partecipano come componenti effettive alla Commissione regionale per il rilascio del nullaosta.
      Sono quindi coinvolte direttamente nell’adempimento che è in capo alle Regioni e che è un parere obbligatorio di una Commissione.
      Non possiamo dire pertanto che non c’è partecipazione anche degli organismi sindacali in una Commissione che, veramente, ha un’importanza notevole perché è la Commissione che esamina tutte le domande di nullaosta e rilascia un parere alla Giunta.

      CLAUDIO TREVES
      Abbiamo due questioni pratiche che dovremo cercare di risolvere al meglio.
      La prima è che, dal punto di vista degli argomenti trattati, siamo a metà.
      Guardando le vostre facce – e anche la mia – intuisco che si comincia a sentire la fatica.
      Allo stesso tempo, però, crediamo che sarebbe abbastanza utile lasciare qualche possibilità di intervento, discussione, eccetera.
      Allora la proposta che farei – se siamo d’accordo – è, se riusciamo, – lo dico soprattutto alle nostre amiche dei Sindacati esteri – di fare una presentazione, la più strigata possibile, della questione orari dei negozi, orari occupazione.

      SUSANNE VEH - Germania
      La Politica di contrattazione collettiva in Germania
      Nel corso della contrattazione collettiva il sindacato tedesco dei colletti bianchi cerca di ottenere ciò che noi chiamiamo un’Alleanza per l’occupazione allo scopo di raggiungere i seguenti obiettivi:
      in aggiunta ad un parziale aumento del reddito;
      . dovrà essere conservato il numero dei posti di lavoro nel commercio (al dettaglio) e si dovranno creare nuovi posti .
      Concretamente le nostre richieste sono:
      rinuncia al lavoro straordinario;
      . rinuncia all’impiego senza assicurazione sociale;
      . incremento dell’addestramento professionale;
      . ai lavoratori anziani sarà concessa la possibilità di ridurre le ore di lavoro senza riduzione del reddito.
      Il nuovo aspetto di questa richiesta è il seguente:
      lavoratori e datori di lavoro versano una parte dell’aumento concordato in un cosiddetto “fondo”.
      Di questo fondo, ciascun datore di lavoro può fare uso per misure atte ad assicurare posti di lavoro.
      Un fondo del genere esiste già nell’edilizia e funziona.
      La contrattazione collettiva è appena iniziata e i datori di lavoro sono riluttanti a vedere le cose come le vediamo noi, ma abbiamo fiducia che le nostre argomentazioni mirano nella giusta direzione.
      Un punto importante nel nostro lavoro di funzionari sindacali è l’adeguamento salariale tra Germania Est e Ovest. Lo raggiungeremo nel 1999 … dopo 9 anni!

      ANNIE CAUDA TORTAY - Francia
      Per quanto riguarda gli orari di apertura degli esercizi francesi in Francia, contrariamente ad altri paesi, non esiste una legge; non esiste quindi una legislazione che controlla gli orari di apertura del commercio.
      Tuttavia il governo francese, attraverso un’apposita legge, controlla e assicura alcune condizioni di lavoro per gli addetti effettivi; condizioni che ruotano attorno a tre temi: gli orari giornalieri e settimanali, i giorni festivi, nonché la chiusura settimanale.
      Per quanto riguarda la durata del lavoro esiste l’obbligo in Francia di esporre pubblicamente gli orari di lavoro all’interno dell’esercizio; la durata effettiva del lavoro per gli addetti è fissata in 39 ore settimanali e, in teoria, la durata quotidiana non può superare le 10 ore.
      Sempre per quanto riguarda la durata del lavoro esiste una novità, nel senso che è stato concluso un accordo collettivo, convenzionale e aziendale che permette di variare durante tutto l’anno o parte dell’anno la durata del lavoro facendolo ruotare attorno ad una media fissata come segue: 10 ore giornaliere, 46 ore in media per 12 settimane, di cui 48 ore al massimo per una stessa settimana.
      In cambio si chiede soltanto una riduzione del lavoro.
      l’unico vincolo è rappresentato dal fatto che all’interno delle grandi imprese, per modificare gli orari di lavoro, è necessario consultare gli organismi sindacali, il che, però, comporta un rischio e uno svantaggio per le piccole e medie imprese che non fanno capo a nessuna organizzazione sindacale.
      Indubbiamente i lavoratori sono organizzati e possiedono il diritto di organizzare, ad esempio, scioperi, manifestazioni, così come possiedono anche la capacità di estendere o limitare, ridurre, il loro orario riducendolo ad esempio di qualche ora o aumentandolo, al contrario, di qualche ora.
      In Francia è possibile lavorare tutti i giorni fatta eccezione per il 1 maggio; il divieto di lavoro per i giorni festivi può essere imposto soltanto con l’accordo, e quindi con la consultazione di organi collettivi, o attraverso la consultazione all’interno dell’impresa.
      In assenza di un divieto convenzionale o comunque di consultazione all’interno dell’impresa, il datore di lavoro ha il diritto di chiedere ai suoi effettivi di lavorare.
      Le ore di lavoro perso, a causa della disoccupazione, nei giorni festivi non possono permettere al datore di lavoro di chiedere delle ore supplementari, proprio per recuperare il tempo perso.
      E’ vietato lavorare nei giorni festivi per gli addetti di meno di 18 anni e per gli apprendisti.
      Per quanto riguarda la chiusura settimanale esiste un vero e proprio dibattito perché c’è chi vorrebbe che i negozi fossero aperti 7 giorni su 7, 24 ore su 24; però, fino ad ora, nessun governo francese ha preso veramente la questione in considerazione e quindi la discussione è rimasta ancora aperta.
      La legislazione in vigore ruota attorno a 2 punti; il riposo settimanale degli addetti è fissato per la domenica, però sono possibili aperture dei negozi, previa deroga.
      Il riposo settimanale deve avere una durata minima di 24 ore consecutive; esiste, però, un’eccezione: gli addetti del commercio non alimentare godono di 2 giorni di riposo consecutivi, vale a dire sabato e domenica o domenica e lunedì.
      Non è possibile concedere deroghe al riposo settimanale dei minori e degli apprendisti.
      Iniziamo quindi a prendere in considerazione le deroghe a pieno titolo: dipendono dall’attività principalmente svolta e riguardano in particolare modo gli esercizi dislocati all’interno degli aeroporti, le tabaccherie e i negozi di fiori.
      Esistono deroghe appieno titolo anche per le attività alimentari; di fatto per questa deroga il riposo settimanale è fissato per la domenica e a partire dalle ore 12.00.
      E’ possibile anche arrivare ad un accordo collettivo con i partner sociali per fissare e decidere che la domenica sia giorno di chiusura al pubblico dei negozi che sono dislocati in un determinato distretto o dipartimento.
      Il secondo tipo di deroghe, vale a dire quelle che devono essere richieste, sono quelle che necessitano dell’accordo da parte dei partner sociali.
      Vi sono innanzitutto deroghe individuali che vengono concesse dai Prefetti agli esercizi la cui chiusura simultanea – la domenica – e il fatto che tutto il personale non lavori potrebbe portare pregiudizio alla clientela e quindi compromettere il funzionamento normale dell’esercizio.
      In seguito sono previste anche deroghe individuali per attività turistiche; anche queste deroghe vengono rilasciate dal Prefetto dopo aver consultato i partner sociali.
      tali deroghe possono essere accordate a luoghi di interesse turistico o termale, oppure a zone turistiche con un’affluenza eccezionale di turisti, o luoghi di animazione culturale permanente.
      Purtroppo, però, la legge non viene rispettata, ma più che altro la legge dà luogo ad abusi perché tali deroghe possono essere accordate soltanto per la vendita di prodotti culturali o sportivi e in Francia c’è il lampante esempio della Virgin Megastore che da anni riceve l’autorizzazione ad aprire – quindi usufruisce di tali regole – con la scusa di vendere prodotti culturali quando in realtà vende soltanto dischi.
      L’ultimo caso di deroga prevista è la deroga collettiva che viene sempre rilasciata dai Sindaci nell’ambito di un limite di 5 deroghe all’anno.
      Effettivamente questo è l’unico caso di deroga che funziona; molte regioni francesi, infatti, come ad esempio la Bretagna, ne usufruiscono appieno.
      Vorrei aggiungere un’ultima cosa: continuiamo per quanto ci riguarda, e quindi di qualità di organizzazione sindacale, la lotta sul terreno in materia di lavoro.
      In particolare modo ci opponiamo alla richiesta di alcuni datori di lavoro di aprire gli esercizi anche la domenica.
      La nostra posizione contraria a questa richiesta si spiega semplicemente con il fatto che se sono disponibili 10 franchi, la somma di denaro disponibile rimane la stessa, sia che i negozi siano aperti 7 giorni su 7, sia che siano aperti 6 giorni su 7.
      Chiediamo anche che i partner sociali intervengano per concludere accordi che impongano la chiusura degli esercizi la domenica.
      Vorrei anche aggiungere che abbiamo avviato un vero e proprio lavoro di partnership in quanto esistono piccoli settori di commercio di piccole dimensioni che si sono associate e aggiunte all’organizzazione confederale per lottare contro la proposta presentata dal datore di lavoro di aprire gli esercizi la domenica.
      Quindi i rappresentanti del piccolo commercio si uniscono a noi quando ci presentiamo di fronte ai Tribunali per opporci a tale proposta.

      PAOLA CASTELLINI - Assessorato Regione E.R.
      La legge regionale che determina i criteri ai quali i Sindaci debbono attenersi nello stabilire gli orari di lavoro (perché l’impianto è quello che la Regione fissa dei criteri ma è competenza dei Sindaci stabilire gli orari di lavoro; questa competenza è stata ribadita dalla legge 142 sulle autonomie locali, quindi quella delle Regioni è soltanto una potestà di fissare dei criteri), la legge 40, che fissa i criteri sugli orari, è abbastanza simile a quella che abbiamo sentito, nel senso che prevede l’obbligo della chiusura domenicale, in caso di apertura l’obbligatorietà del recupero della chiusura, l’obbligo della chiusura infrasettimanale per mezza giornata e pone dei limiti alle aperture e alle chiusure serali con delle deroghe che sono previste per località che vengono definite turistiche.
      In effetti qualcuno all’inizio richiamava la macchinosità di questa norma e io condivido questa critica, nel senso che l’allegato alla legge che è stato modificato più volte aggiungendo località a quelle previste inizialmente è abbastanza complesso perché divide località turistiche, località balneari, località termali, località montane e poi divide periodo estivo e periodo invernale.
      Naturalmente per alcuni Comuni è una rincorsa ad entrare in questo elenco perché questo consente delle deroghe vistose ai limiti che la legge regionale pone.
      Io naturalmente non posso rispondere, nè debbo farlo, dell’operato di chi ha istruito queste pratiche però la prassi che si segue, per inserire una località nell’elenco, è quella di partire da una richiesta del Comune.
      Io ho fatto un’istruttoria di queste domande e, in effetti, arriva una delibera di un Consiglio comunale in cui il Consiglio comunale, con un atto deliberativo, fa una valutazione – che si basa su tutta una serie di elementi, comprese anche indicazioni di flussi turistici – e chiede l’inserimento in questo elenco.
      Allora, in effetti, per la Regione diventa abbastanza difficile, rispetto ad un deliberato del Consiglio comunale, esprimersi negando questo inserimento; dovrebbero esserci elementi molto vistosi di non congruità con gli elementi che noi abbiamo previsto necessari per essere inseriti nell’elenco.
      Siccome si parla di flussi turistici, non quantificandoli, se il Consiglio comunale dice che quello è un Comune nel quale ci sono flussi turistici consistenti, per la Regione diventa molto difficile negarlo.
      Questo non per scaricare sui Comuni, anzi per attribuire loro importanza e in effetti è il Comune che dovrebbe fare un’esatta valutazione delle caratteristiche economiche del proprio territorio e quindi da questa valutazione basarsi per chiedere questo inserimento.
      Io volevo soltanto richiamare la vostra attenzione su un fatto che, a mio avviso, si sta verificando abbastanza frequentemente ma da poco tempo.
      Nel passato, passato anche solo di un anno fa, io mi ricordo che rispetto alle ipotesi di aperture di deroghe c’erano da parte della grande e della piccola distribuzione due posizioni assolutamente contrapposte.
      Devo dire che recentemente io ho avuto l’esatta cognizione che le posizioni si stanno modificando, cioè anche da parte dei piccoli commercianti cominciano a valutare la possibilità di sperimentazione negli orari, io me ne sono accorta da un osservatorio un po’ privilegiato che è quella di gestione della legge 49 con la legge che dà degli incentivi alle piccole e medie imprese del commercio.
      E’ capitato più volte che da parte di gruppi di commercianti che presentano dei progetti di promozione – ne parlavo anche prima – venga posta anche la possibilità di deroghe agli orari previsti dalle norme vigenti e addirittura la possibilità di andare in deroga alla legge, cosa che a mio avviso non è possibile perché una legge non si può derogare con un atto del Consiglio, nel senso che molti vorrebbero che, per esempio, nell’approvare il progetto si potesse prevedere che per la realizzazione di quel progetto si va in deroga alla legge – siccome l’approvazione del progetto avviene con una delibera e non con una legge, non è naturalmente possibile -.
      Questo, però, mi sembra un segnale che sta venendo fuori e sta venendo fuori anche nell’ambito dei Piani Regolatori degli orari – sono previsti da una legge regionale, la 21 – e alcuni Comuni hanno già sperimentato qualcosa – in modo molto limitato – in riferimento soprattutto all’erogazione dei servizi comunali (è naturalmente più semplice per il Comune partire sperimentando degli orari sui quali ha competenza).
      Queste dovevano diventare molto più ambiziose come finalità, cioè dovevano essere piani sui quali c’erano dei finanziamenti proprio perché consentivano una sperimentazione complessiva sugli orari.
      Devo dire che questa è una legge che era stata presentata da tutte le Consigliere donne del Consiglio e era una legge che voleva introdurre il concetto di sperimentazione degli orari andando incontro anche alle esigenze delle donne lavoratrici.
      Con la motivazione, che è pur vero, che modalità diverse comporterebbero un aggravio per le lavoratrici del commercio, se non si traduce in un aumento complessivo, forse una modalità differenziata di articolazione dell’orario potrebbe anche andare incontro alle esigenze di tutte le donne lavoratrici.
      Questo ve lo do come elemento di discussione perché è una discussione che il Consiglio regionale ha affrontato, le Consigliere donne hanno presentato questo progetto di legge che ha avuto un periodo abbastanza lungo di discussione ma poi è stato approvato.
      In verità questi Piani Regolatori, almeno per adesso, si sono limitati a regolamentare gli orari dei servizi pubblici, anche se devo dire che nell’ultimo incontro che abbiamo fatto su questo tema è riemerso il problema della possibilità di sperimentazione degli orari; questo per dire che è un problema che un po’ alla volta si sta diffondendo non soltanto con l’interesse della grande distribuzione ma anche della piccola e media distribuzione, forse in maniera un po’ limitata, però rispetto ad una chiusura totale che c’era fino ad un anno fa ora c’è una piccola modifica di orientamento riguardo questo aspetto.
      Grazie.

      CLAUDIO TREVES
      A questo punto vi do la parola, nel senso che chiunque voglia fare domande, interventi, chiarimenti, ne ha la facoltà.
      Io vorrei semplicemente dire che da tutte le illustrazioni che abbiamo avuto si stia profilando un intreccio secondo me interessante da indagare tra fenomeni di modernità e richieste di flessibilità, vuoi della prestazione, vuoi del servizio.
      In questo senso, la prima parte dell’illustrazione che abbiamo fatto – i mutamenti, le trasformazioni della rete distributiva – è davvero connessa con la seconda – orari di negozi e loro evoluzione a cambiamenti -.
      L’ultima cosa che diceva la Dottoressa Castellini mi pare davvero meritevole di un approfondimento perché se consolidata una richiesta di una maggiore distribuzione diversa degli orari commerciali da parte dei piccoli, sta a significare probabilmente una qualche forma di ristrutturazione già avvenuta nella rete distributiva, nel senso che fino adesso i piccoli si sono sempre opposti dicendo che se si apriva di più voleva dire che a loro si facevano fuori.
      Il fatto che siano i piccoli a chiedere di avere orari diversi può stare a significare – è semplicemente un sasso che tiro – che una qualche forma di ristrutturazione, e quindi di riconquista delle competitività da parte delle piccole imprese, in Italia o in Emilia Romagna è avvenuta.
      E quindi la dialettica degli interessi non è più soltanto grande distribuzione interessata a spazzare il mercato contro piccoli che difendono le nicchie, ma davvero può arricchirsi di elementi nuovi.
      Ringrazio le partecipanti alla tavola rotonda per l’impegno che hanno profuso e per la rilevanza delle cose che ci hanno detto.
      Ringrazio le interpreti che ci hanno permesso di capirci e probabilmente di avere argomenti nuovi per le nostre riflessioni, la Dottoressa Castellini che è stata assolutamente efficace nel rispondere e nel tratteggiare gli orientamenti della Regione con i quali dovremo fare i conti.
      Ringrazio voi tutti che avete sopportato questa seduta congressuale tanto diversa da quelle cui abitualmente partecipate.
      Credo di dovere ringraziare anche Dino Bonazza e Gabriele Guglielmi ai quali spetta la paternità di questa idea e, nonostante la fatica, credo sia stata davvero una cosa importante perché di discussioni con Sindacati diversi, di paesi diversi, su questioni che però riguardano il nostro lavoro quotidiano, ne abbiamo bisogno e probabilmente ne avremo bisogno di più nel futuro e quindi prima impariamo reciprocamente a conoscerci meglio riusciremo a lavorare insieme.
      Ringrazio nuovamente tutti.

      APPENDICE

      Allegati di Susanne Veh

      Diagramma n. 4
      Ladenoeffnungszeiten in Stunden
      Wochentageheute moeglichCDU/FDP – Entwurf
      Montag7.00-18.30 Uhr11,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std.
      Dienstag7.00-18.30 Uhr11,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std.
      Mitwoch7.00-18.30 Uhr11,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std.
      Donnerstag7.00-20.30 Uhr13,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std.
      Freitag7.00-18.30 Uhr11,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std
      Samstag7.00-18.00 Uhr11,0 Std.7.00-18.00 Uhr12 Std.
      max. Wo-
      chenoeff-
      nungszeit
      70 Stunden
      84 Stunden
      dazu Son-
      derrege-lungen
      fuer u.a.Bahnhoefe, Flughaefen
      . Zeitungen, Zeitschriften
      . Apotheken, Tankstellen
      . Kur-Gebiete
      . Iaendliche Gebiete. Sonderoeffnungen und
      . Nachtoeffnungen
      . an bestimmen Stardorten und
      . zu bestimmen Anlaessen

      Allegati di Susanne Veh

      Diagramma n. 4
      (traduzione)
      Orari di apertura dei negozi (ore)
      giorni ferialipossibile oggiprogetto CDU/FDP
      Lunedìore 7.00 – 18.30ore 7.00 – 20.00
      Martedìore 7.00 – 18.30ore 7.00 – 20.00
      Mercoledìore 7.00 – 18.30ore 7.00 – 20.00
      Giovedìore 7.00 – 20.30ore 7.00 – 20.00
      Venerdìore 7.00 – 18.30ore 7.00 – 20.00
      Sabatoore 7.00 – 18.00ore 7.00 – 18.00
      Orario
      settimanale
      massimo
      70 ore
      84 ore
      e inoltre condizioni speciali perstazioni, aeroporti, giornalai, farmacie, distributori benzina, stazioni termali e zone ruralicondizioni di apertura particolari e di notte
      in zone particolari e per occasioni speciali

      Allegati di Susanne Veh

      Die grossten Handelsunternehmen Europas
      UntemehmenLand
      (Zentrale)Umsatz in Mio.DM
      1Metro GruppeSchweiz/Dtl.76.595
      2Edeka GruppeDeutschland52.500
      3Tengelmann (Welt)Deutschland48.999
      4Rewe-GruppeDeutschland45.980
      5Carrefour SAFrankreich39.296
      6Markant AGSchweiz/Dtl.37.900
      7Glencore International AGSchweiz37.301
      8LeclercFrankreich36.518
      9Groupement des

      Mousquetaires (Intermarché)Frankreich35.436

      10Aldi Einkauf GmbH & Co. oHGDeutschland30.650
      11J. Sainsbury plc.Grossbritannien29.953
      12Promodès SAFrankreich27.683
      13Tesco plc.Grossbritannien27.049
      14Otto Versand International GmbHDeutschland24.400
      15KarstadtDeutschland24.182
      Quelle: Lebensmittelzeitung
FINANZEN 11/1995
      Allegati di Annie Cauda Tortay

      HORAIRES D’OUVERTURE DU COMMERCE FRANCAIS

      La législation Française ne réglement pas les heures d’ouverture du commercie mais les conditions de travail des salariés.

      horaires journaliers et hebdomadaires
      . jour fériés
      . repos hebdomadaire

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      DUREE DU TRAVAIL

      Obligation d’afficher les horaires sur le lieu de travail.
      La durée du travail effectif des salariés est fixée 39 heures par semaine.
      La durée quotidienne ne peux excéder 10 heures sauf dérogation.

      Par accord collectif (conventionnel ou d’entreprise) il est possible de faire varier, sur tout ou partie de l’année, la durée du travail autour d’une moyenne fixée avec comme seule limite:

      * 10 heures par jour
      * 46 heures en moyenne sur 12 semaines dont 48 heures au maximum sur une meme semaine

      Dans ce cas la réduction du travail constitue une contrepartie obligatorie.

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      JOURS FERIES

      Le 1 mai est jour férié et chomé.

      * L’interdiction de travail un jour férié ne peux résulter que d’une convention collective ou d’un usage constant dans d’entreprise.

      * En l’absence d’une interdiction conventionnelle ou d’un usage un employeur est en droit de demander aux salariés de venir travailler.

      * Les heures de travail perdues par suite de chomage des jours fériés ne peuvent donner lieu récupération.

      * Il est interdit de faire travailler un jour férié
      les salariés de moins de 18 ans
      les apprentis

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      REPOS HEBDOMADAIRE

      La législation s’etablie autour de deux principes: le repos hebdomadaire des salariés est le dimanche, des ouvertures sont possibles par dérogation.
      Le repos hebdomadaire doit avoir une durée minimale de 24 heures consécutives.

      * Les salariés du commerce non alimentaire bénéficient de deux jours de repos consécutifs (samedi dimanche ou dimanche lundi).

      * Les dérogations au repos hebdomadaire ne sont pas applicables
      - aux jeunes travailleurs de moins de 18 ans
      - aux apprentis.

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      DEROGATIONS DE PLEIN DROIT


      de plein droit en raison de l’activité principale: commerces d’aéroports, débits de tabac, magasins de fleurs naturelles

      de plein droit en raison de l’activité alimentaire: du fait de cette dérogation, le repos est donné le dimanche compter le midi.

      DANS LE DOMAINE ALIMENTAIRES AUCUNE DEROGATION NE PEUT ETRE ACCORDEE AU REPOS DOMINICAL DES SALARIES LORSQU’UN ARRETE PREFECTORAL EST INTERVENU APRES UN ACCORD ENTRE LES PARTENAIRES SOCIAUX FIXANT LE DIMANCHE COMME JOUR DE FERMETURE AU PUBLIC DES ETABLISSEMENTS DANS LE DEPARTEMENT.

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      DEROGATIONS SUR DEMANDE
      APRES CONSULTATION DES PARTENAIRES SOCIAUX

      Individuelles: par le préfet aux établissements dont le repos simultané, le dimanche, de tout le personnel serait préjudiciable au public ou compromettrait le fonctionnement normal.

      Individuelles pour activités touristiques: par le préfet
      communes touristiques et thermales
      zones touristiques d’affluence
      exceptionnelle ou d’animation culturelle permanente

      Collective: par le maires dans la limite de cinq par an.

      AUCUNE DEROGATION NE PEUT ETRE ACCORDEE AU REPOS DOMINICAL DES SALARIES LORSQU’UN ARRETE PREFECTORAL EST INTERVENU APRES UN ACCORD ENTRE LES PARTENAIRES SOCIAUX D’UNE PROFESSION FIXANT LE DIMANCHE COMME JOUR DE FERMETURE AU PUBLIC DES ETABLISSEMENTS DE CETTE PROFESSION DANS LE DEPARTEMENT.

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      GRANDE DISTRIBUTION

      Dominante alimentaire:
      succursaliste (petits et grand commerces, entrepots, industrie agro-alimentaire)
      . intégrés (un seul type de commerce ex: Carrefour)
      . Super: surface comprise entre 400 m2 et 2500 m2
      . Hyper: surface supérieure à 2500 m2
      . Etablissements: 1050 hyper 7400 super

      Hard discount:
      Etablissements: 1121

      Grandes surfaces spécialisées:
      Electromenager 962 établissements
      . Bricolage 2455 établissements
      . Textile 976 établissements
      . Jardinerie 851 établissements

      Création:
      Carrefour en 1963 (Sainte Geneviève des Bois)

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      CHIFFRE D’AFFAIRES

      GRANDE DISTRIBUTION A DOMINANTE ALIMENTAIRE

      Super: 15,4% du CA du commerce de détail

      Hyper: 24% du CA du commerce de détail

      Chiffre d’affaires des principaux groupes (1993)
      Carrefour 136 299 millions HT
      . Promodes 94 681 millions HT
      . Casino 62 501 millions HT
      . Docks de France 43 581 millions HT

      Chiffre d’affaires des principaux groupements de commerçants indépendants

      Leclerc 124 900 millions HT
      . Intermarché 121 240 millions HT

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      ANALYSE ECONOMIQUE
      Passage d’un commerce de proximité au commerce de grandes surfaces

      1 – Peser face à la production: le commerce non organisé ne pouvait pas négocier avec l’industrie agroalimentaire (Unilever, Nestlé, etc.)
      Tarifs
      . Quantités
      . Packaging

      2 – Développement des libre services: tout sous un même toit (alimentaire, non alimentaire)

      3 – Répondre à l’attente des consommateurs:
      Prix
      . Assortiments
      . Rapidité et liberté d’achat
      . Horaires

      4 – Trésorerie: au détriment de la production et des fournisseurs

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      CONTEXTE

      Libéralisation de l’urbanisme commercial: loi Royer en 1973

      Les autorisations d’ouvertures et d’agrandissements sont donnés par les CDUC (comité départemental d’urbanisme commercial) composés du Préfet, d’élus, de commerçants et de consommateurs pour toute surface supérieure à 1000 m²

      Résultats:

      * magouilles
      * financement des élus et des partis
      * effet nul sur la limitation d’ouvertures de grandes surfaces

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      ANALYSE SOCIALE

      Sur la production: industrie agroalimentaire, pêche, culture…
      la modernisation de l’outil a entraîné la perte d’emplois

      Sur le petit commerce: fermeture
      * perte d’emploi
      * desertification des centres ville

      Sur les salariés: stratégie des bas prix faite au détriment
      * des qualifications
      * des salares
      * des conditions de travail (flexibilité, horaires)
      * de la nature des contrats de travail (précarité, temps partiels imposés)

      Sur le consommateur:
      * perte du service au client
      * perte de qualité

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      1996
      UNE NOUVELLE LEGISLATION

      Le premier ministre aborde ces questions de manière radicale

      1 – Sur la politique tarifaire:

      * clarification des règles de facturation
      * interdiction de revente à perte
      * interdiction de prix abusivement bas

      2 – Renforcement de la loi Royer:

      * toute ouverture ou agrandissement pour une surface supérieure à 300 m² est soumise aux CDEC (comité départemental d’équipement commercial)

      Allegati di Annie Cauda Tortay

      NOTRE ANALYSE

      Sous le couvert d’une aide au petit commerce

      * Les grands groupes sont gagnants et protégés contre la concurrence (hard discounter, groupements d’indépendants)

      * Le gouvernement sauve la mise à la production

      * Certains grands groupes accentuent leur internationalisation (coût, réglementation, marché non saturé, salaires moindres…)

      Revendication CFDT: participation des organisation syndicales aux CDEC et ce, afin de réguler les diverses formes de commerce