“Europa” Un’isola tropicale tra le nebbie del Brandeburgo

10/12/2004
    venerdì 10 dicembre 2004

      SPIAGGE, PALME, ACQUA CRISTALLINA: UN PARADISO NELL’EST EUROPA
      Un’isola tropicale
      tra le nebbie
      del Brandeburgo
      Dove un tempo c’erano le basi di atterraggio di un aeroporto
      militare sovietico, il 19 dicembre aprirà il più grande «parco per
      il relax» del mondo, una operazione costata 70 milioni di euro

        Il progetto è stato ideato e cofinanziato da un malaysiano
        Ci saranno 5 milioni di metri cubi di piante e un microclima tra i 25 e i 28 gradi
        Sarà possibile fare il bagno, stendersi sulla sabbia e giocare a beach-volley 24 ore su 24
        Attesi 2 milioni e mezzo di visitatori l’anno

          Francesca Sforza
          corrispondente da BERLINO

            L’isola che non c’era adesso c’è. Per raggiungerla bisogna percorrere l’autostrada che da Berlino va verso Dresda: la seconda uscita a destra è Staakow, e poi dritto fino a Krausnick. Nomi che evocano la desolazione del Brandeburgo al tempo della guerra fredda, e che ancora oggi portano le tracce della mano pesante del socialismo reale. Qui c’erano le basi di atterraggio dell’aeroporto militare sovietico che guardava a Praga e Varsavia e, più tardi, l’immenso hangar che doveva ospitare il dirigibile della CargoLifter, azienda tedesca fallita sotto il peso dei debiti.

            Dal prossimo 19 dicembre, in questo luogo segnato dai fallimenti del post-comunismo, aprirà la «Tropical Islands», la più grande isola tropicale d’Europa. Cinque milioni di metri cubi di palme, acqua cristallina a trenta gradi e vera sabbia per far dimenticare quello che c’è fuori. «Un progetto unico – spiegano gli organizzatori alla vigilia dell’apertura – un paradiso nel cuore dell’Est Europa».

            Il microclima è compreso tra i venticinque e i ventotto gradi, e l’illuminazione è garantita da sofisticati circuiti elettronici che potenziano l’energia solare esistente e la filtrano grazie a un complesso sistema di luci: nell’isola tropicale ci sarà il giorno e la notte, l’alba e il tramonto, il sole, la luna, le stelle e persino la linea dell’orizzonte. «L’unica differenza con la Thailandia è che non ci sarà la stagione delle piogge», osserva la nostra guida.
            La prima grande differenza con gli altri parchi giochi del mondo è che l’isola tropicale sarà aperta ventiquattr’ore su ventiquattro: si può dormire in spiaggia, fare colazione sotto il bungalow del padiglione Bali, dedicarsi alla meditazione o allo yoga assieme ai maestri del Laos, farsi una nuotata a ora di pranzo e passeggiare sotto le palme del villaggio simil-asiatico. E poi ancora giocare a beach volley, sentire la musica, assistere a spettacoli di danze indiane. «Questo non è un parco giochi – dice l’ideatore e il co-finanzatore del progetto Colin Hau – è una nuova categoria del tempo libero».

            In uno spazio che per altezza potrebbe ospitare la Statua della Libertà e la Tour Eiffel messe insieme, e che occupa una superficie grande due volte la Potsdamer Platz si trovano circa 500 diversi tipi di piante e alberi. E se le materie prime sono asiatiche, la logica di sistemazione è rigorosamente teutonica: il portale di Bali, ad esempio, è stato costruito con pietra originale secondo standard che rispettassero le norme comunitarie, le misure antincendio e le uscite d’emergenza sono pienamente rispondenti ai criteri di sicurezza, gli scalini sono a norma – «Da noi in Malaysia – dice Hau – sono più bassi, ma qui non si poteva» – e non esistono barriere architettoniche per portatori di handicap. Piante e alberi provengono dai Paesi tropicali, ma sono arrivate qui dopo una quarantena trascorsa in Olanda per assicurarsi che non portassero strane infezioni. Animali non ce ne sono, ma un sofisticato sistema di trasmissioni sonore avrà il compito di diffondere canti di uccelli, squittii di piccoli roditori, vociare di scimmie.

            L’operazione è costata 70 milioni di euro: Mister Hau ce ne ha messi 17 e mezzo, il resto proviene dalle casse del Brandeburgo. «All’inizio c’era molto scetticismo – spiega Mister Hau, malese cresciuto in America, che ogni giorno viene a controllare lo stato dei lavori e si intrattiene con gli operai per dare le indicazioni dell’ultima ora –. Ma poi quando hanno visto il progetto in tutti i suoi dettagli, gli amministratori tedeschi si sono convinti che questa idea poteva essere rivoluzionaria».

            Mister Hau veniva regolarmente in Germania per viaggi di affari e un giorno ha pensato: «Se ci fosse un clima migliore questo sarebbe un posto ideale dove vivere». Con la pazienza di un asiatico e lo spirito d’iniziativa di un americano, Colin Hau è riuscito nell’impresa. Il suo segreto? «Ai tedeschi devi far capire “how authentic you are”, quanto sei autentico».

            Si attendono due milioni e mezzo di visitatori all’anno e anche riflessi positivi sul fronte occupazionale: dentro l’isola lavorano 500 persone, ma le aspettative degli amministratori locali sono concentrate sull’indotto. A fianco dell’isola è prevista la costruzione di un centro congressi, in modo che tra un briefing e l’altro ci sia la possibilità di fare un bagno e bersi un cocktail sulla spiaggia. «Questo punto è strategico non solo per Berlino – spiegano alla giunta del Brandeburgo – ci aspettiamo visitatori dalla Polonia e dalla Repubblica Ceca. Per andare ai tropici non servirà più prendere un aereo e sacrificare interi stipendi. Con 15 euro al giorno, i tropici sono qui».
            Per i bambini della zona Colin Hau sogna un futuro di divertimento anche a dicembre: «Sapete che qui intorno, per mesi e mesi, i bambini non possono uscire di casa per quanto fa freddo?», dice con lo stesso sorriso con cui ha convinto l’amministrazione tedesca a investire nel suo sogno.

              Il combinato disposto di esotismo asiatico e fatalismo brandeburghese potrebbe anche risolversi in un tragico flop, e a fianco del partito degli entusiasti è già nato quello degli ultrascettici. Una cosa è certa: quando si passa dall’artificio dei tropici al deserto di Krausnick viene da chiedersi quale sia, dei due, quello più innaturale.