“Europa” Un bracciale-computer guida i lavoratori inglesi

08/06/2005
    mercoledì 8 giugno 2005

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    Adottato per i dipendenti di magazzini e centri commerciali: migliora l’efficienza

      Un bracciale-computer
      guida i lavoratori inglesi

        I sindacati: non siamo automi, controllati anche in bagno

          DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

            LONDRA – La teoria secondo cui la fabbrica riduce l’uomo a macchina, mentre il terziario lo libera dalla schiavitù della ripetitività alienante del lavoro, dovrà essere rivista dopo una ricerca dell’università di Durham, che rivela come migliaia di lavoratori britannici nel settore dei servizi vengano manovrati come automi. È una svolta forse decisiva nell’organizzazione del lavoro, e non è un caso che avvenga proprio in Gran Bretagna, il Paese che per primo fece la rivoluzione industriale e che, negli anni ’80 della signora Thatcher, compì la più radicale trasformazione dall’industria al terziario: ora anche i servizi si robotizzano – e anzi già si intravede l’epoca in cui l’uomo verrà, almeno in alcune prestazioni, definitivamente eliminato dalla gestione.

            La notizia è questa: i magazzini e i centri logistici delle maggiori catene commerciali britanniche hanno dotato i propri dipendenti di un computer, da portare al polso, che li dirige, via satellite, nel lavoro.

            LA RICERCA - Il bracciale conduce il lavoratore agli scaffali del magazzino dove raccogliere i prodotti da inviare al dettagliante. La robotizzazione del dipendente fa risparmiare l’azienda perché elimina i tempi morti. Inoltre, semplifica il compito al lavoratore perché gli indica il percorso da seguire e le confezioni da prelevare. Ma naturalmente ha controindicazioni. La prima, e più evidente, è che il lavoratore porta con sé una macchina, simile al braccialetto elettronico che si mette ai criminali in libertà provvisoria, che ne fa un pedinato perenne: perfino se va in bagno l’azienda sa dov’è e quanto ci sta. Ma a lungo termine è l’automaticità del lavoro che può diventare pericolosa.

              La ricerca è stata ordinata da uno dei maggiori sindacati britannici, il Gmb, che rappresenta 700 mila lavoratori, allarmato dal diffondersi di questo sistema. Ha chiesto una ricerca specifica a Mike Blakemore dell’università di Durham e ne ha presentato i risultati a un congresso: un numero altissimo di lavoratori, da cinquemila a diecimila, dal Kent alla Scozia, ha ormai esperienza di questo computer da polso che dirige il lavoro fino ai minimi termini – materiale da raccogliere, percorso da seguire, tempo da impiegare. Qualcuno dice che i lavoratori diventano «polli di batteria», costretti a lavorare in continuazione, senza tempi morti, perennemente controllati da un sistema satellitare, che indica con precisione dov’è il dipendente e che cosa sta facendo.

              Dice Paul Kenny, direttore generale del sindacato, che questa tecnologia è stata importata dall’America, e annuncia battaglia: «Non ce ne staremo tranquilli ad assistere alla trasformazione dei nostri membri in automi». Ma non tutti sono d’accordo: un’azienda del Galles, la Peacock Retail Group, che usa questi 28 computer da braccio per i dipendenti dei suoi centri logistici, sostiene che hanno avuto «un impatto positivo sul morale della squadra». Dicono: «Sono facili da usare, rendono il lavoro più leggero e, quindi, migliorano l’efficienza». Secondo la ricerca, ci sono almeno una trentina di centri logistici che ormai hanno applicato la tecnologia: tra le aziende si contano Tesco e Sainsbury’s, enormi catene di supermercati, Marks&Spencer, i grandi magazzini più popolari, Boots, la catena di farmacie, e Homebase, che vende prodotti per il fai-da-te e il giardinaggio.

              IL FUTURO - La macchina al polso rende ripetitivo anche il lavoro della logistica, ma permette enormi risparmi alle aziende di distribuzione che non creano riserve nei negozi al dettaglio, ma si affidano a un continuo rifornimento (che, tra l’altro, garantisce prodotti freschi nel settore alimentare). Ma potrebbe essere solo una fase di passaggio, secondo il ricercatore Mike Blakemore: «Se possono essere prodotte macchine in grado di comportarsi con la flessibilità e l’accuratezza di un essere umano, allora il vantaggio della presenza del dipendente sparisce». Come dire che, quando il robot lavorerà bene quanto un dipendente, l’automa umano sarà superfluo.

                Alessio Altichieri